I passi difficili verso il dialogo

L’amministrazione Obama ha fatto sapere che “nessuno auspica un'azione militare” e che si vuole procedere sulla strada della diplomazia (Foto: Reuters)

L’amministrazione Obama ha fatto sapere che “nessuno auspica un'azione militare” e che si vuole procedere sulla strada della diplomazia (Foto: Reuters)

La questione ucraina ha complicato i rapporti tra Russia e Usa. E gli esperti si interrogano su come la crisi potrà essere determinante per il futuro delle relazioni tra le due potenze

L'impiego di una retorica così dura nel dialogo tra Russia e Stati Uniti non si vedeva da almeno vent'anni. Persino nel periodo degli avvenimenti nell'Ossezia del Sud, nell'agosto del 2008, nessuno aveva minacciato apertamente Mosca di imporle delle sanzioni. Ora invece, gli USA e i loro alleati si sono decisi a compiere questo passo.

Ciò nonostante, le autorità americane non hanno intenzione di ingaggiare un confronto militare con la Russia per via dell'Ucraina. "L'ultima cosa che chiunque di noi auspica in situazioni di questo genere è l'ipotesi di un'azione militare", ha dichiarato il Segretario di Stato John Kerry. "Stiamo cercando di muoverci mantenendo al centro dell'attenzione la diplomazia", ha confermato il capo del Pentagono Chuck Hagel. In effetti, gli Stati Uniti non hanno alcun desiderio di combattere contro la Russia. E non solo perché l'Ucraina non è un membro della NATO e quanto vi accade non comporta una minaccia diretta per gli interessi della sicurezza nazionale USA. Semplicemente, l'idea stessa sembra loro completamente assurda. Anche se, naturalmente, potrebbe andare a finire come in quella famosa barzelletta: "La guerra non ci sarà. Ma condurremo una lotta spietata per la pace...".

Oltre le divisioni
Il legame ucraino dei russi

D'altro canto, l'amministrazione di Obama, che viene accusato di indecisione e mollezza sia dai conservatori di destra che dai liberali di sinistra, non può certo restare a guardare. Per questo segue la strada già collaudata "della diplomazia e delle sanzioni". Tra l'altro, pare che nemmeno l'Occidente abbia ben chiaro quali potranno essere gli effetti di eventuali provvedimenti contro la Russia. Tanto più che Mosca ha minacciato di rispondere a sua volta con delle contromisure. 

Naturalmente, l'amministrazione di Obama conosce la complessa situazione dell'Ucraina. Essa è al corrente sia dell'esistenza del partito "Svoboda" che del "Settore di destra", dei nazionalisti dagli slogan facinorosi e del mancato rispetto da parte dell'opposizione dell'accordo del 21 febbraio scorso con il presidente Yanukovich. D'altronde, come ha ricordato recentemente il vice titolare degli Esteri russo, Grigorij Karasin, "in politica vige questa regola: bisogna vedere ciò che conviene e non accorgersi di ciò che non conviene". È chiaro che gli Stati Uniti non si fanno alcuna illusione riguardo alle persone che sono salite al potere a Kiev; per loro, però, la cosa più importante è che ora in Ucraina si potrà formare un governo leale e favorevole all'Occidente. Non è un caso che Washington fin dall'inizio abbia fornito il suo appoggio ai partecipanti delle manifestazioni di protesta antigovernative.

La questione ucraina
e lo spettro delle sanzioni

Al tempo stesso, gli Stati Uniti vedono nelle azioni della Russia in Ucraina il ripetersi degli avvenimenti del 2008 in Ossezia del Sud, se non addirittura un tentativo di restaurare l'Unione Sovietica. Washington da lungo tempo sospetta che Mosca abbia simili intenzioni, come ebbe a dichiarare apertamente a suo tempo Hillary Clinton.

La posizione dell'amministrazione Obama nei confronti dell'Ucraina è attualmente condivisa dalla maggioranza degli esperti indipendenti e dai mass media che parlano di un'aggressione russa. C'è, comunque, chi cerca di chiarirsi le idee e di comprendere la logica delle azioni di Mosca. Ad esempio, Dimitri Simes, presidente del Center for the National Interest di Washington, ritiene che gli stessi Stati Uniti abbiano "favorito l'insorgere della crisi". "Quando abbiamo esercitato pressioni sul processo politico in Ucraina in favore della parte che piaceva a noi, abbiamo chiaramente contribuito a rendere instabile la barca della politica ucraina", ha dichiarato l'esperto, aggiungendo che "proprio l'aver destabilizzato la situazione ha portato al risultato che ora osserviamo".  

L'ex ambasciatore statunitense a Mosca, Jack Matlock, in sostanza ha richiamato l'attenzione sui duplici criteri della politica USA e ha consigliato all'amministrazione di Obama di non cercare di fare la morale agli altri. "I russi possono affermare non senza ragione che gli Stati Uniti difendono l'integrità territoriale degli stati solo quando ciò coincide con i loro interessi", osserva il diplomatico. "Invece la ignorano quando ciò fa loro comodo, come quando insieme ai loro alleati della NATO violarono l'integrità territoriale della Serbia dapprima creando e poi riconoscendo il Kossovo indipendente. Inoltre, essi appoggiarono la secessione del Sud Sudan dal resto del Paese, quella dell'Eritrea dall'Etiopia e quella di Timor Est dall'Indonesia".   

"Quanto alle violazioni della sovranità - continua Matlock -, la Russia può far notare che gli USA si introdussero a Panama per arrestare Noriega, invasero l'Iraq accampando il pretesto che Saddam Hussein disponesse di armi di distruzione di massa e che gli iracheni stessero colpendo le popolazioni di altri Paesi con i loro droni, e così via".

Quanto alle prospettive dei rapporti bilaterali tra Russia e USA, gli esperti prevedono che questa crisi probabilmente sarà determinante per gli anni a venire. Al tempo stesso, nessuno ha interesse che i rapporti peggiorino; la Guerra Fredda è finita, ricorda Lawrence Korb del Center for American Progress. "Gli Stati Uniti sono costretti a collaborare con la Russia, perché si tratta di un attore importante nell'arena mondiale. Senza la Russia, ad esempio, non ci sarebbero state le trattative con l'Iran", sostiene il politologo. L'ex ministro della Difesa Robert Gates ricorda invece la cooperazione sui temi della Siria e dell'Afghanistan.

Esiste una via d'uscita? "Le probabilità che si riesca a contenere e infine a risolvere la crisi restano ancora alte", si dice convinto Michael O'Hanlon, uno dei principali collaboratori della Brookings Institution, nella capitale americana. "Ma è necessario tracciare una linea di demarcazione tra le cose spiacevoli che sono già accadute e gli scenari catastrofici che possiamo scongiurare con l'aiuto di una giusta politica, di avvertimenti chiari e di stimoli all'azione da proporre a tutte le parti in causa". A quanto pare, questo è ciò che spera anche Obama, il quale però non si stanca di ripetere che "la situazione è molto grave".   

L'autore è corrispondente di Itar Tass a Washington

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