Evitare i conflitti per ricercare la pace

Il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov (a destra) insieme al Segretario di Stato Usa John Kerry (Foto: AFP / East News)

Il ministro russo degli Esteri Sergei Lavrov (a destra) insieme al Segretario di Stato Usa John Kerry (Foto: AFP / East News)

Dal lavoro diplomatico sulla Siria alla questione iraniana. Sul fronte internazionale il 2013 per la Russia è stato un anno carico di colpi di scena e responsabilità

Con la fine della Guerra Fredda, le minacce alla pace sono diventate di livello regionale e il principale risultato positivo del 2013 sta nel fatto che il mondo è riuscito a evitare nuovi conflitti. Tra cui, la guerra contro la Siria e l'attacco per disarmare l'Iran. Grazie agli sforzi delle diplomazie internazionali, si è riusciti quanto meno a rimandare lo scoppio di queste guerre. In entrambi i casi, Mosca ha avuto un ruolo fondamentale.

Per quanto riguarda la Siria, la posizione su cui si basa la Russia è che un conflitto interno non debba essere trasformato in un pretesto per sostituire un regime dall'esterno, neppure con il benestare dell'Onu, come è accaduto, ad esempio, nel caso della Libia. Non è questo il motivo per cui fu costituita l'Onu. Il futuro politico della Siria deve essere deciso dai siriani stessi, con l'aiuto, il sostegno e la mediazione della comunità internazionale, nell'ambito di un dialogo politico.

Partendo da questo presupposto, la Russia di comune accordo con la Cina per tre volte ha posto il veto al Consiglio di Sicurezza dell'Onu a delle risoluzioni volte sostanzialmente a ottenere il rovesciamento dell'attuale presidente Assad.

La cosa paradossale è che di fatto si sono uniti alla Russia anche gli altri Paesi del G8. È stato questo, infatti, il risultato del summit del G8 che si è tenuto in Irlanda, dove i partecipanti sono stati concordi circa la necessità di una conciliazione politica della situazione in Siria.   

Vero è che le ragioni che hanno mosso i partner della Russia erano un po' diverse. L'estate scorsa è apparso chiaro che le principali forze dell'opposizione armata contro Assad sono ormai rappresentate dalle organizzazioni radicali islamiche che condividono i principi e i metodi di Al Qaeda. Ciò non è negli interessi né dell'Occidente, né dei Paesi arabi governati da regimi laici, né della Russia. Per la Russia, poi, dove le grandi comunità musulmane non sono concentrate solo nella regione del fiume Volga e nel Caucaso, ma anche nella stessa Mosca, l'arrivo in massa di estremisti islamici dalla Siria rappresenterebbe una grave minaccia diretta. Per questo Mosca e Washington si sono messe d'accordo in tempi brevi circa lo svolgimento di una conferenza di pace sulla Siria.  

Tuttavia, l'impiego di armi chimiche alla periferia di Damasco, di cui sono state accusate le truppe governative, ha costretto Barack Obama a intraprendere una strada che di norma egli cerca di evitare accuratamente, quella della guerra. Lo ha salvato Lavrov.   

Senza addentrarsi nella questione di chi avesse fatto uso delle armi chimiche, Mosca ha convinto Assad a distruggere completamente tutti i suoi arsenali chimici. Questo gesto ha neutralizzato gli argomenti di quanti volevano trascinare gli Stati Uniti nell'ennesimo conflitto regionale. Attualmente il processo di smantellamento degli stabilimenti chimico-militari in Siria è in pieno svolgimento. Che cosa ha ottenuto il mondo?

Nel Vicino Oriente è stata salvaguardata la stabilità strategica. La politica di non proliferazione delle armi di distruzione di massa ne è uscita rafforzata, e così pure il ruolo dell'Onu e del suo Consiglio di Sicurezza, per le questioni che riguardano il mantenimento della pace: di questi risultati può avvantaggiarsi tutta la comunità internazionale.  

Anche nel caso dell'Iran si è riusciti a scongiurare l'ipotesi dell'impiego della forza. Mosca, pur approvando le sanzioni dell'Onu nei confronti dell'Iran, ha sempre chiesto che il problema del nucleare iraniano fosse risolto sedendosi al tavolo delle trattative. L'obiettivo della Russia, oltre a quello di far valere i principi dell'Onu, è quello di evitare, in un Paese confinante con il proprio territorio, non solo lo sviluppo di un programma nucleare militare, ma anche i disordini di massa che potrebbero essere innescati dalle sanzioni occidentali e il caos che deriverebbe da un attacco militare.

In questo contesto, già due anni fa venne presentato il "piano Lavrov", che prevedeva la rinuncia graduale da parte dell'Iran al suo programma nucleare in cambio della revoca graduale delle sanzioni: allontanarsi di un passo alla volta dalla "linea rossa". Proprio questo principio è alla base dell'accordo transitorio raggiunto da Teheran e dal "gruppo dei Sei" lo scorso novembre. Per ora gli accordi hanno una validità semestrale. Nessuno prevede che saranno facili le trattative per raggiungere l'accordo fondamentale che dovrà sciogliere le principali preoccupazioni della comunità internazionale, dare all'Iran la possibilità di sviluppare tranquillamente il suo nucleare civile e, cosa più importante di tutte, allontanare la minaccia di un conflitto nella regione. Il 2014 sarà un anno decisivo in questo senso.  

Bisogna sottolineare che la diplomazia della Russia ha potuto ottenere questi risultati in buona parte perché i suoi interessi sono coincisi con gli interessi fondamentali dei principali attori dello scacchiere mondiale. Ma ciò non basta a spiegare il suo successo.  

Il 2013 è stato caratterizzato anche da una crisi nei rapporti tra la Russia e gli Stati Uniti. Formalmente, la crisi è stata provocata dalla fuga a Mosca di Edward Snowden, la talpa che ha rivelato i segreti della National Security Agency. Naturalmente, le autorità di Washington sono state estremamente infastidite e preoccupate dal fatto che questo cercatore della verità sia riuscito a riparare fuori della portata della Temi americana. Eppure, si fatica a credere che sia stato questo il motivo per cui Obama ha annullato la sua visita ufficiale a Mosca. Cose del genere accadevano soltanto all'epoca dei contrasti tra Khrusciov e Eisenhower, durante la Guerra Fredda.  

La cosa più probabile è che l'amministrazione americana abbia compreso che se Obama fosse tornato da Mosca senza Snowden, l'episodio avrebbe costituito l'ennesimo pretesto per accusare il presidente americano di debolezza. Putin, dal canto suo, nonostante il desiderio di ripristinare il dialogo con il suo omologo statunitense sull'onda della cooperazione sulle questioni della Siria e dell'Iran, di certo non moriva dalla voglia di piegarsi al volere degli Usa. La parità nei rapporti è il postulato fondamentale su cui si basa l'odierna politica estera della Russia.   

D'altronde, non si può dire che il dialogo russo-americano si sia interrotto. Putin e Obama hanno avuto un misterioso colloquio riservato in occasione del summit del G20 di San Pietroburgo, successivamente dunque all'annullamento della visita ufficiale di Obama a Mosca. È evidente che si incontreranno di nuovo, questa volta a Sochi nell'estate 2014, dove si svolgerà il prossimo summit degli Otto Grandi della terra. Può darsi che prima di allora le diplomazie dei due Paesi avranno individuato le basi per raggiungere un compromesso.

L'articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Russia Oggi del 19 dicembre 2013

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