Il quarto presidente della Georgia parla russo

Il neo eletto presidente della Georgia, Georgij Margvelashvili (Foto: Reuters)

Il neo eletto presidente della Georgia, Georgij Margvelashvili (Foto: Reuters)

Il filosofo Georgij Margvelashvili ha vinto le elezioni al primo turno, distanziando ampiamente i suoi avversari

La Commissione elettorale centrale della Georgia ha annunciato il nome del vincitore delle elezioni presidenziali che si sono svolte domenica 27 ottobre 2013. Si tratta del candidato della coalizione governativa “Sogno georgiano”, Georgij Margvelashvili, filosofo di formazione, che prima dell’avvio della campagna elettorale rivestiva la carica di ministro dell’Istruzione.

L’insediamento del nuovo presidente, secondo quanto prescrive la Costituzione, avverrà la terza domenica dopo quella elettorale. In tal modo il 17 novembre 2013 Mikhail Saakashvili concluderà il suo mandato presidenziale.

Il novennato di Mikhail Saakashvili è risultato per molti versi controverso: successi significativi si sono alternati a clamorosi fallimenti. Il presidente uscente è riuscito ad ammettere la sua responsabilità per alcuni degli errori compiuti dal governo. Per inciso, la guerra del 2008 nell’Ossezia del Sud e i suoi pesanti riflessi nei rapporti con la Russia non sono, però, stati inclusi nel novero di questi errori.

Un altro errore commesso da Saakashvili è quello di aver dichiarato di essere l’ultimo presidente della Georgia a parlare russo. Tale affermazione sarebbe stata diretta come monito a Mosca, allo scopo di sollecitare la Russia a rivedere la propria posizione nei confronti di Tbilisi, come a dire che col tempo l’influenza della Russia si sarebbe ridotta e non vi sarebbe stata più possibilità alcuna di rafforzarla.

Tuttavia, il nuovo presidente della Georgia, Georgij Margvelashvili, parla un russo perfetto. È evidente che questo non è un fattore sufficiente per garantire la risoluzione del problema più grave: il miglioramento dei rapporti con la Russia. A possedere un’ottima conoscenza del russo erano anche il presidente Zviad Gamsakhurdia e, poi, Eduard Shevardnadze e Mikhail Saakashvili. Tuttavia, i rapporti tra i due Stati sono incessantemente peggiorati dal giorno della dissoluzione dell’Urss fino alla scissione ufficiale.

Rilevando la necessità di un miglioramento radicale dei rapporti con la Russia, Margvelashvili, consapevole come qualunque altro politico georgiano dell’entità e della gravità del problema, non ha però proposto una ricetta chiara per la sua soluzione. Tutto ciò che si è sentito pronunciare da lui è stata solo una dichiarazione sulla disponibilità a intrattenere colloqui a vari livelli con Mosca sulle diverse questioni; colloqui che peraltro si stanno già svolgendo. 

A Ginevra avvengono periodiche consultazioni per prevenire le tensioni nelle zone in conflitto e a Praga si svolgono incontri bilaterali sull’economia e sulle questioni umanitarie. Nelle relazioni russo-georgiane è avvenuto indubbiamente un progresso. In una certa misura è stato ripristinato il tradizionale volume del commercio, è stata risolta la questione dei trasporti e delle vie di comunicazione e, in tempi brevi, dovrebbe essere semplificato anche il regime dei visti per i cittadini georgiani e per i cittadini russi che desiderano visitare la Georgia, cosa che ora non esiste affatto; si sta poi valutando la possibilità per i cittadini georgiani di ottenere un diploma di istruzione secondaria superiore in Russia ecc.

Nella Georgia stessa si è manifestata la necessità di apprendere il russo; necessità che con l’insediamento definitivo al potere del partito “Sogno georgiano” diventerà  effettiva, mentre, di conseguenza, la carenza di insegnanti di lingua russa non potrà che peggiorare. Sul piano politico, a Tbilisi, il primo ministro Bidzina Ivanishvili, e sulla sua scia il vincitore delle elezioni presidenziali Georgij Margvelashvili, avevano dichiarato di voler prendere in considerazione progetti russi d’integrazione quali l’Unione doganale e lo Spazio economico unico. E se tali progetti risulteranno attrattivi e vantaggiosi, nulla vieterà alla Georgia di poter pensare a un eventuale ingresso.

Ma è più probabile che simili dichiarazioni appaiano piuttosto come un segno o un gesto di deferenza per sottolineare la profonda intenzione da parte di Tbilisi di esprimere nell’attuale congiuntura la sua lealtà nei confronti di Mosca: i governi precedenti equiparavano tutto ciò che esisteva di russo al diavolo, senza voler sentire ragioni. Ma l’attuale corso della politica estera georgiana non è stato sottoposto per il momento a revisione, ne sarà una prova a novembre 2013 il summit di Vilnius sul Partenariato orientale, nel corso del quale sarà con ogni probabilità siglato l’accordo di associazione con l’Ue.

Il miglioramento radicale dei rapporti tra i due Georgia e Russia e il ripristino delle relazioni diplomatiche appaiono il problema dei problemi: Mosca non indietreggerà di una virgola dalla sua posizione sulla necessità del riconoscimento della sovranità di Abkhazia e Ossezia del Sud, presupposto contro cui si batte invece Tbilisi. Le posizioni diametralmente opposte sulla questione non danno adito a ottimismi.

Le autorità georgiane non hanno potuto esimersi dall’ascoltare le dichiarazioni pre-elettorali della candidata alla carica presidenziale Nino Burdzhanadze, che ha portato come esempio il Giappone. Tokyo, com’è noto, accampa pretese territoriali verso la Federazione Russa, ma senza interrompere le relazioni diplomatiche e su tale base intrattiene trattative con Mosca su una questione così spinosa. Se il nuovo potere georgiano appare seriamente preoccupato dalla necessità di uscire da un vicolo cieco, non potrà non accogliere il consiglio di un politico esperto come la Burdzhanadze.

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