Siria, la Russia non crede a un’imminente caduta di Assad

Per fermare la guerra civile in Siria, la comunità internazionale prepara la conferenza di pace Ginevra 2 (Foto: Reuters)

Per fermare la guerra civile in Siria, la comunità internazionale prepara la conferenza di pace Ginevra 2 (Foto: Reuters)

Mikhail Margelov, presidente della Commisione Affari Esteri del Consiglio della Federazione e rappresentante del Presidente per la Cooperazione coi Paesi africani, in un’intervista a radio "Ekho Moskvy", fa il punto della situazione

Mikhail Margelov, presidente della Commisione Affari esteri del Consiglio della Federazione Russa e rappresentante del Presidente per la Cooperazione coi Paesi africani, in un’intervista trasmessa da radio Ekho Moskvy, racconta degli sviluppi della crisi in Siria e del ruolo dell’Iran all’interno del conflitto siriano.

Dopo il summit del G8, che previsioni si fanno sulla tanto attesa conferenza sulla Siria? Si terrà davvero?

A essere franchi, non comprendo la ragione di tutta la drammatizzazione che si è fatta, dentro e fuori il G8, delle valutazioni contenute nel dossier sulla Siria. Ho l’impressione che i leader delle otto potenze si siano accordati perché la conferenza di Ginevra sulla Siria possa svolgersi in agosto e non a luglio 2013, come auspicato in precedenza. Ma tutti stanno lavorando alla sua preparazione. E questo è il primo punto. Il secondo è che non vedo divergenze radicali tra la posizione della Russia e quella dei Paesi occidentali riguardo alla Siria. Sia noi che i nostri partner occidentali siamo in allarme per la situazione in quel Paese e per ciò che potrebbe accadere all’indomani della caduta del regime di Assad. Non intendiamo affatto difendere Bashar Assad e il suo governo, così come non enfatizziamo il ruolo dell’opposizione siriana, frazionata in una costellazione di gruppi in lotta contro il regime di Assad. Siamo favorevoli alla ricerca di un dialogo con tutti poiché quando parliamo della necessità di avviare un dialogo politico all’interno della Siria, non ci riferiamo solo a un dialogo tra l’opposizione e al governo, ma tra le fila dell’opposizione stessa. È questa la ragione per cui, tra il 9 e 10 giugno 2013,  ho avuto una serie di incontri con i differenti gruppi dell’opposizione siriana. La mia impressione è che esista un forte contrasto tra l’attuale situazione siriana e quella in cui mi ero imbattuto nel 2011 a Bengasi, quando su incarico del Presidente, ero volato a trattare con gli insorti. Là, l’opposizione parlava con una voce sola e aveva un unico obiettivo, e grazie a questo obiettivo da perseguire aveva accantonato ogni dissenso interno. Mentre i rappresentanti dell’opposizione siriana, che hanno partecipato ai colloqui a Mosca e in altre capitali del mondo, discutevano in aperta polemica tra loro. E solo dopo, alla fine, concordavano sulla necessità di abbattere il regime di Assad. Ma la prospettiva che tra le fila dell’opposizione si vada creando  un certo consenso e si raggiunga una certa intesa per andare incontro a un periodo di transizione e a un governo di cui facciano parte sia esponenti  dell’attuale regime che dell’opposizione, è ancora molto incerta e illusoria.

A suo avviso, esiste tra i leader dell’opposizione o di qualche gruppo di insorti qualcuno che potrebbe assumere il potere e riportare l’ordine dopo la caduta del regime di Assad?

Ho l’impressione che su quel fronte, ossia sul fronte dell’opposizione, non siano emerse figure di leader carismatici. Sa, dietro Bashar Assad c’è un clan familiare, la comunità degli alawiti, ed è chiaro chi è il tuo interlocutore. Quanto agli oppositori, non esiste tra loro nessun leader carismatico e quindi non si capisce chi potrebbe diventare la bandiera, o, per così dire, il simbolodell’opposizione. Per ora le mie impressioni al riguardo sono alquanto confuse.

Lei, quindi, non condivide l’opinione secondo cui il regime di Assad avrebbe i giorni contati…

Il regime di Assad non ha i giorni contati anche per la semplice ragione  che, come dicono nel Paese, ha ottenuto sul piano militare risultati assai più significativi dell’opposizione. I giorni del regime non sono affatto contati perché l’Iran, che continua a essere una delle potenze più forti del Grande Medio Oriente, ha dichiarato di offrire un appoggio reale al regime; intensificando forse persino il suo potere, dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein. E neanche a farlo apposta, ora mi sembra che proprio questo equilibrio così precario esistente in Siria, sarà il fondamento da cui partire per una conferenza internazionale, per una Ginevra 2. In assenza di un potere palese, un regime, o un’opposizione, è questo equilibrio che consentirà alla comunità di internazionale di poter intervenire con un ruolo di mediazione.

Lei ha parlato dell’Iran e del suo sostegno al regime siriano di Assad. In Iran è stato nominato un nuovo presidente, Hassan Rohani, ritenuto più liberale e più incline al dialogo con l’Occidente. Che cosa accadrebbe se quest’appoggio finisse o cessasse del tutto?

Sì, Rohani ha fama d’essere un liberale ed è nota la sua immagine di negoziatore alquanto raffinato. È stato lui, infatti, a condurre le trattative sul dossier nucleare iraniano con la comunità internazionale. È agli antipodi di Ahmadinejad. In questo senso, certo, risulta ora estremamente problematico per l’Occidente adottare dure misure contro l’Iran, mentre prima non era difficile demonizzare Ahmadinejad con tutte quelle esternazioni piuttosto stravaganti. Ora con Rohani risulterà assai arduo farlo, perché lui è uno che ha negoziato anche con l’Agenzia internazionale dell’Energia atomica (Aiea), con l’Onu e altri rappresentanti internazionali. E naturalmente è un tipo di politico con cui si dovrà dialogare.

A suo avviso, ha intenzione di sedersi al tavolo delle trattative con gli americani?

Rohani ha rilasciato esplicite dichiarazioni in merito subito dopo l’annuncio dell’esito delle elezioni presidenziali. A mio avviso, ha sconfitto tutte le carte a disposizione dei falchi occidentali e ho l’impressione che l’Iran potrebbe giocare il tradizionale ruolo prudente della strategia politica orientale, proprio storicamente della Persia.

Ma gli iraniani sosterranno o no la Siria?

Sa, per l’Iran il discorso non è tanto quello di fornire un sostegno ad Assad e alla sua famiglia, ma in primo luogo, di sostenere gli sciiti. Per l’Iran ciò è di estrema importanza. Ed è altrettanto importante che il conflitto siriano sia, se volete, come un terreno di battaglia su cui misurarsi con la più forte potenza sunnita, vale a dire con la Turchia. In generale, per molti versi la primavera araba è stata anch’essa un terreno di battaglia, se non di battaglia, di aperta contrapposizione a questa lotta tra la più forte potenza sciita, l’Iran, e la più forte potenza sunnita, la Turchia, per il dominio sul mondo islamico,  indubbiamente favorita dall’indebolimento della posizione di Arabia Saudita ed Egitto. E dagli sforzi per ora non così significativi del Qatar. Per l’Iran quella siriana è certo una questione di nodale importanza. E ho l’impressione che Rohani non volterà così presto le spalle al regime al governo. Forse userà toni più morbidi e sarà più scaltro nel coniare le sue formule, ma in nessun caso indebolirà la posizione dell’Iran in Siria.

Per leggere il testo dell’intervista in versione integrale cliccare qui

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