I leader del G8 e l'accordo sulla Siria

Da sinistra, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro britannico David Cameron e il presidente degli Usa Barack Obama al vertice del G8 nell'Irlanda del Nord (Foto: Dmitri Azarov / Kommersant)

Da sinistra, la cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente russo Vladimir Putin, il primo ministro britannico David Cameron e il presidente degli Usa Barack Obama al vertice del G8 nell'Irlanda del Nord (Foto: Dmitri Azarov / Kommersant)

Al vertice in Irlanda del Nord la Russia è riuscita a convincere i potenti del mondo a trovare una soluzione politica alla crisi di Damasco

La soluzione politica è l'unica strada giusta per uscire dalla crisi in Siria. È quanto emerge dal comunicato ufficiale di chiusura del vertice G8 del 17 e 18 giugno 2013 in Irlanda del Nord. E se le dichiarazioni ufficiali verranno effettivamente rispettate, si potrebbe parlare del primo riconoscimento da parte dell'Occidente del multi-polarismo.

È stata la Siria, e nessuno ne dubitava, il tema centrale agli incontri dell'ultimo G8. E in realtà le discussioni sull'argomento erano iniziate ancora prima che i capi di Stato si incontrassero nel resort golfistico di Lough Erne. Il vertice si è aperto con la dichiarazione  degli Stati Uniti sull'utilizzo di armi chimiche in Siria da parte del regime di Assad contro i ribelli. Anche se in piccole quantità e un anno fa. Cosa che, però, è stata considerata una violazione della “linea rossa” soltanto adesso e che ha portato Washington a promettere aiuti militari ai ribelli siriani. Senza, tuttavia, scendere nei particolari di tempi e nominativi del possibile aiuto. 

Dal momento che Francia e Gran Bretagna erano già riuscite a ottenere la revoca dell'embargo della Ue sulle forniture di armi alla Siria e avevano già riconosciuto la responsabilità delle truppe governative per l'uso di armi chimiche, facendo tali dichiarazioni alla vigilia del vertice, era parso che gli Stati Uniti volessero fare in modo che Putin, contrario all'intervento militare per far cadere il regime di Assad, si ritrovasse da solo contro tutti. 

Corriamo un po' avanti e diciamo subito che i tentativi di spaventare la Russia prospettandole l'isolamento internazionale sono continuati fino alla compilazione del comunicato di chiusura dei lavori del summit, tanto che sui media si era diffusa la notizia che la risoluzione comune a proposito della Siria sarebbe stata ratificata anche senza la firma della Russia.

Nonostante questo, la Russia non ha modificato la propria posizione. Mosca ha subito definito inconsistenti gli episodi di utilizzo di armi chimiche da parte dell'esercito siriano e ha fatto notare che l'intervento militare a favore degli insorti sarebbe stato un passo sicuro verso la rottura degli accordi per la pace in Siria siglati durante la conferenza dello scorso maggio promossa congiuntamente da Russia e Stati Uniti. 

Successivamente Putin ha chiarito con molto calore la propria posizione durante la conferenza stampa seguita all'incontro con Cameron. Successivamente c'è stato un confronto di due ore con il collega degli Stati Uniti, dopo il quale Putin e Obama si sono presentati con aria rassegnata ai giornalisti per constatare la lontananza delle reciproche posizioni riguardo alla Siria.

Tutto sembrava indicare che alla seduta plenaria il Presidente russo si sarebbe trovato a contrastare da solo tutti gli altri sette partecipanti al vertice. Tuttavia, a quanto pare le cose sono andate in modo diverso.

Durante la conferenza stampa sui risultati del summit, Putin ci ha tenuto a sottolineare che non si è mai sentito “solo contro tutti” in merito alla questione siriana. È stata una discussione comune. Chi era d'accordo con qualcun altro, chi invece era più critico, ma non ci sono stati momenti in cui la Russia si sia trovata isolata a difendere il proprio approccio alla crisi siriana”, ha dichiarato il Presidente russo.

A giudicare dal comunicato di chiusura dei lavori, sembra che le cose siano andate proprio così. Prima di tutto, il documento non contiene risoluzioni riguardo al destino di Assad, nonostante sin dall'inizio del conflitto sia l'opposizione, che gli “amici” della Siria, che gli autori dei progetti di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, bloccati da Mosca e Pechino, non hanno fatto che insistere sulla necessità della sua deposizione.

In secondo luogo, i capi di Stato degli otto Grandi della terra hanno condannato duramente le violazioni dei diritti umani perpetrate da entrambe le fazioni del conflitto siriano. In terzo luogo, di fatto, è stata ritirata l'accusa rivolta al governo di Damasco sull'utilizzo di armi chimiche. “I capi di Stato condannano l'utilizzo di armi chimiche da parte di entrambe le fazioni del conflitto e sostengono l'esigenza di dare all'Onu la possibilità di condurre le indagini necessarie a chiarire la situazione”,  ha annunciato David Cameron. Ora dunque la questione passa all'Onu. 

Infine, e questa è forse la cosa più importante, è stata confermata l'intenzione di organizzare una conferenza internazionale dedicata interamente alla Siria. “Tutti siamo d'accordo nel ritenere necessario lo svolgimento della conferenza internazionale di Ginevra sulla Siria, affinché trovino realizzazione i punti del Comunicato di Ginevra del 30 giugno 2012, in cui si pianificavano diversi passi per risolvere la crisi, a partire dalla creazione di un governo provvisorio di passaggio investito di pieni poteri, che trovi il sostegno di entrambe le parti del conflitto”, si legge nel documento conclusivo.

Sono tutte dichiarazioni che delegano nell'assurdo l'eventualità di fornire ufficialmente aiuti militari agli insorti. Le autorità statunitensi del resto si sono dette assolutamente soddisfatte della decisione presa dal vertice degli Otto di continuare a perseguire una soluzione politica del conflitto siriano, come è stato riportato da tutti i media occidentali, in base alle informazioni fornite da fonti vicinissime all'amministrazione americana. “I contenuti del documento conclusivo sono in perfetta sintonia con le finalità che il presidente degli Stati Uniti  si era posto nei colloqui con gli altri capi di Stato, incluso il presidente russo Vladimir Putin”, ha dichiarato l'interlocutore ai giornalisti.

Tali contenuti del resto soddisfano pienamente anche Mosca. Il comunicato conclusivo del vertice, in tutto ciò che riguarda la Siria, fornisce un'ottima base per il proseguimento delle trattative diplomatiche per la pacificazione del Paese mediorientale. Questo è quanto dichiarato dal vice ministro degli esteri russo Gennadij Gatilov, in un'intervista a Itar-Tass.

Al tempo stesso, un simile corso degli eventi è indicativo della nuova situazione politica che sta venendo a crearsi a livello mondiale, come afferma Dmitri Suslov, vice direttore del Centro ricerche complesse europee e internazionali dell'Università di ricerca statale Scuola Superiore di Economia.

“Il fatto che l'Occidente ammetta la possibilità che Assad possa uscire vittorioso dal conflitto, o quantomeno, la possibilità che prenda parte ai negoziati, significherebbe una delle più grandi sconfitte politiche della storia a partire dalla fine della guerra fredda. Anche solo il mantenimento ipotetico di Assad al suo posto, vorrebbe dire che l'Occidente non è più l'unico orchestratore degli eventi”, sostiene il politologo.

Secondo Suslov, “la situazione in Siria potrebbe evidenziare i contorni di un nuovo multipolarismo nel quale la Russia interagisce alla pari, come sta già avvenendo in Siria. Oppure ci troveremo ad affrontare conseguenze paragonabili a quelle che già hanno luogo in Libia. Ma si tratterebbe soltanto ormai dell'inerzia del monopolarismo”.

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