Trappola iraniana?

La società russa petrolifera Gazprom Neft potrebbe aderire al progetto energetico congiunto con l'Iran. Da sinistra a destra, Alexei Miller, capo di Gazprom, e il governatore di San Pietroburgo Georgy Poltavchenko (Foto: Kommersant)

La società russa petrolifera Gazprom Neft potrebbe aderire al progetto energetico congiunto con l'Iran. Da sinistra a destra, Alexei Miller, capo di Gazprom, e il governatore di San Pietroburgo Georgy Poltavchenko (Foto: Kommersant)

Teheran sta chiamando gli investitori russi per sfruttare insieme i giacimenti del Paese. Ma è tempo di chiedersi se si tratti di un affare affidabile e quali sono i rischi principali legati al Paese

L’Iran sta chiamando gli investitori russi per sfruttare insieme i giacimenti del Paese. È un affare affidabile? Quali sono i rischi principali legati al Paese?. La proposta dell’Iran è stata discussa dalla commissione permanente russo-iraniana per la cooperazione economico-commerciale, secondo quanto riferito dal ministro dell’Energia Aleksandr Novak. I russi sono interessati ai giacimenti di gas e petrolio dell’Iran. La questione tuttavia pone molti “ma”.

Per ora la parte russa è riuscita a prendere accordi con il ministro degli Esteri dell’Iran Ali Achbar Salehi, per cambiare la legislazione dell’Iran e fare in modo che le aziende russe possano partecipare ai progetti iraniani sugli idrocarburi, fornendo le garanzie e i diritti necessari.

Ci sarà invece difficilmente qualche “ma” riguardo al fatto che l’Iran dia o meno l’accesso ai suoi programmi di estrazione. Gli Usa e i suoi alleati hanno fatto molto per allontanare l’Iran dai mercati europei e mondiali degli idrocarburi. Nelle imprese russe le autorità iraniane non vedono tanto dei detentori di capitali e tecnologie, quanto piuttosto delle società in grado di provvedere alla vendita della produzione di un Paese sempre più schiacciato.

Tuttavia, la parte russa ricorda come i precedenti tentativi di avvicinamento economico siano costati cari. Nel 2010 la Lukoil dovette rinunciare al progetto “Anaran” a causa delle sanzioni internazionali. La perdita per la società fu di 63 milioni di dollari.

Nemmeno la collaborazione tra Gazprom Neft e la Nioc (National Iranian Oil Company) può essere definita un successo. Nel novembre del 2009 le parti avevano firmato un memorandum di intesa in cui si dichiarava l’intenzione di sfruttare insieme i giacimenti di Azar e Shangul in territorio iraniano. La produzione stimata era di due miliardi di barili. Nell’agosto del 2011 l’Iran decise di rinunciare alla cooperazione. A “Gazprom neft” rimasero in mano gli studi di fattibilità per lo sfruttamento dei giacimenti; tutto il lavoro svolto era andato in fumo. L’Iran, per voce del ministero del petrolio, dichiarò che il giacimento doveva essere offerto a un consorzio di imprese iraniane. La parte russa venne accusata di aver fatto ritardare il progetto. La vera motivazione invece era probabilmente la speranza ottimistica dell’Iran in un miglioramento della congiuntura di mercato nel biennio 2010-2011. 

Per le aziende russe le lezioni ricevute dall’Iran negli ultimi anni rimangono i “però” più decisivi. E anche se le riserve di idrocarburi del Paese sono stimate intorno ai 358 miliardi di barili di equivalente in petrolio (155 miliardi di barili di petrolio, 33,1 mila miliardi di metri cubi di gas), gli investitori fanno bene a temere che dopo un passo in avanti se ne debbano fare due indietro.

Sono le pressioni dall’esterno che hanno costretto l’Iran a cercare la partnership della Russia in un affare così vantaggioso come l’estrazione dei minerali. L’esportazione del petrolio dall’Iran è limitata dalle sanzioni internazionali. Anche per le forniture di gas naturale le cose non sono semplici e difficilmente ci saranno delle revoche. Questo comunque non toglie tutti i “ma”.

L’Iran è in attesa di una guerra con gli Stati Uniti. Molti analitici si aspettano che gli eventi prendano questa piega. Il ragionamento però non sembra molto fondato. La strategia di Washington nei confronti dell’Iran si distingue per grande acutezza; la sua fondatezza costituisce il “ma” più importante, di cui gli investitori potrebbero non essere al corrente. Secondo i verbali della polizia iraniana e i calcoli degli americani, nel Paese sta per arrivare la rivoluzione. Con ogni probabilità non scoppierà seguendo il copione egiziano (relativamente pacifico), ma quello libico o siriano. I servizi speciali dell’Iran temono che nelle regioni possa svilupparsi un conflitto armato e scoppiare insurrezioni.  

La situazione economica dell’Iran non è pesante; è pesantissima. Il forte impoverimento della popolazione offre il terreno per proteste che difficilmente saranno pacifiche. Il silenzio politico dell’Iran non deve ingannare: dopo la repressione da parte delle autorità della “rivoluzione verde” del 2009 e di altre numerose rivolte c’è da aspettarsi una nuova esplosione di violenza.

Washington ne è consapevole. Per questo la minaccia di una guerra nella regione rimane tale, mentre le contraddizioni interne stanno lacerando sempre di più l’Iran. I poteri del Paese sono alla ricerca di una via d’uscita. Cercano finanziatori in grado di aprire nuovi sbocchi per le forniture di materie prime e ridurre la crisi finanziaria del regime.

La Russia potrebbe fare al caso dell’Iran, ma i capitali che saranno investiti finiranno in una zona a rischio. Il guadagno derivato dagli investimenti sarà così elevato e immediato da far chiudere un occhio su tutti i “ma”?

Probabilmente la trappola iraniana – se gli investitori vi cadranno – porterà a grandi perdite. D’altra parte per i fornitori russi di gas e petrolio la riduzione della concorrenza sul mercato è vantaggiosa. E se questa idea sarà più forte delle aspettative sugli investimenti nei giacimenti iraniani, la trappola non scatterà. Cosa succederà allora? Lo sapremo ben presto.

Vasilij Koltashov è il direttore del Centro di ricerche economiche dell’Istituto della globalizzazione e dei movimenti sociali (Igso)

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