La Siria alla vigilia di un anniversario di sangue

Le proteste anti-governative in Siria che sono degenerate in scontri armati sono in corso dal marzo 2011 (Foto: Reuters / Vostock Photo)

Le proteste anti-governative in Siria che sono degenerate in scontri armati sono in corso dal marzo 2011 (Foto: Reuters / Vostock Photo)

A marzo 2013 saranno trascorsi ormai due anni dall’inizio delle manifestazioni antigovernative in Siria e appare sempre più evidente che l’Occidente e la Russia debbano cooperare per una soluzione

Dopo una pausa di silenzio, il tema della Siria torna di nuovo a occupare le prime pagine dei giornali. Nella situazione del Paese non si profilano cambiamenti ed esiste tuttora un’impasse politica e militare. Tuttavia, i principali attori della scena politica mondiale hanno iniziato un’opera di sensibilizzazione internazionale per l’imminente anniversario della guerra civile in Siria. Non è possibile “addossare” tutta la responsabilità di questi due anni di spargimenti di sangue unicamente a Bashar Assad.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama mostra di avere un approccio equilibrato verso la questione. Nell’intervista concessa alla rivista americana The New republic, Obama si pone degli interrogativi retorici: “E se dovesse provocare (l’intervento militare, ndr) un’escalation di violenza nel Paese, o addirittura, il ricorso alle armi chimiche? È giusto mettere sullo stesso piano le decine di migliaia di vittime siriane con le centinaia di migliaia di persone uccise in Congo?”.

Tuttavia, in un’intervista rilasciata alla Cbs risponde: “La Siria è il paradigma dei nostri interventi militari. Vogliamo essere certi che il nostro intervento non serva soltanto a garantire la sicurezza degli Stati Uniti, ma che sia legittimo per il popolo siriano e gli Stati vicini come, per esempio, Israele, seriamente interessata al conflitto. Perciò non sempre conviene colpire al fianco".

In altri termini, non ci sarà nessun intervento diretto, ma la situazione è così grave in Siria non perché gli Stati Uniti evitano di sostenere apertamente l’opposizione armata, sempre più associata ad Al-Qaeda; il punto è l’aperto sostegno fornito dalla Russia a Damasco, o meglio al presidente siriano Bashar Assad.

Lunedì 28 gennaio 2013, la portavoce del Dipartimento di Stato americano Victoria Nuland ha dichiarato che “esistono misure che la Russia potrebbe adottare per porre fine apertamente e con decisione alle forniture di armi russe al regime (di Assad), in particolare quelle di elicotteri da combattimento. Per chiudere i conti di Assad nelle banche russe e sostenere attivamente la transizione politica, collaborando con il nostro Paese alla ricerca di un successore che garantisca di preservare l’unità del Paese e promuovere il suo cammino verso la democrazia”.

Tale dichiarazione è corretta solo in parte. Parlare di una guerra civile in atto in Siria non è fondato, ritiene Boris Dolgov, ricercatore dell’Istituto di Studi orientali dell’Accademia delle Scienze russa. A contrapporsi all’esercito governativo siriano non è un popolo armato, ma unità di combattenti ben addestrate, finanziate e rifornite dall’estero. Altrimenti come potrebbero continuare a combattere da due anni contro l’esercito regolare siriano? 

È difficile dissentire dalla dichiarazione rilasciata nei giorni scorsi da Bashar Assad al quotidiano libanese Al-Akhbar: “Se si chiudessero i confini al contrabbando e al traffico di armi il problema si risolverebbe in due settimane in quanto non esisterebbero più fonti di finanziamenti e di armi”.

Esiste anche una componente politica nelle rivendicazioni di Victoria Nuland nei confronti della Russia. Mosca ha ribadito che Assad non è tra i suoi favoriti e ad affermarlo è stato ancora una volta il ministro degli Affari Esteri russo Sergei Lavrov.

“Non siamo vittime di alcuna infatuazione per quel regime, né l’abbiamo mai sostenuto - ha detto Lavrov. - E tutte le nostre azioni finalizzate all’applicazione degli accordi di Ginevra e alla formazione di un governo di transizione dimostrano la nostra intenzione di stabilizzare la situazione in Siria, creando delle condizioni che consentano ai siriani di definire autonomamente il destino della propria leadership, del proprio popolo e del proprio paese. Questa è la nostra posizione, che non sostiene nessuno degli attori di questa tragedia”.

La vera sostanza del dissenso tra Mosca e Washington sta nel fatto che la Russia (e anche la Cina) si oppongono al cambiamento dei regimi politici attraverso una pressione militare, politica ed economica esterna. Duole che ancora se ne debbano spiegare le ragioni.

Gli Stati Uniti, a ben vedere, propongono a Mosca di trovare un accordo su chi sarà il prossimo presidente della Siria e in definitiva di “torchiare” Assad. Un’offerta certo allettante, in quanto il Cremlino, malgrado il corpo a corpo con Washington sulla questione dei diritti umani in Russia, dichiara apertamente la sua disponibilità a una collaborazione congiunta su un’ampia gamma di questioni.

Il 27 gennaio 2013, a Davos, in un’intervista rilasciata alla Cnn, il primo ministro russo Dmitri Medvedev ha confermato che il futuro della Siria è materia di dialogo tra russi e americani e che “nelle posizioni dei due Paesi non esistono divergenze inconciliabili”. Tuttavia, Medvedev ha trovato il modo di affermare che il destino di Assad “dev’essere deciso dal suo popolo e non dalla Russia, dagli Stati Uniti o da qualunque altro Paese”.

La sua risposta è in sintonia con quanto ha dichiarato il patriarca della politica estera americana, Henry Kissinger, vale a dire che gli Stati Uniti e la Russia devono cooperare insieme per trovare una soluzione a questa crisi.  E che “se vi sarà un intervento esterno, la situazione non potrà che peggiorare” (per leggere la citazione di Kissinger in lingua inglese cliccare qui).

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