Perché il primo coworking per sole donne sta facendo impazzire i maschi russi?

Stanley Kubrick/Warner Bros., 1980, Getty Images/Global Look Press
Da quando ha aperto le porte a San Pietroburgo, sono seguiti esposti in procura, tentativi di ingresso non autorizzato di uomini (anche di un deputato della Duma) e una sequela infinita di offese sui social network. In Russia il femminismo si sta radicalizzando, ma il Paese non sembra del tutto pronto alla rivoluzione rosa

L’unico coworking al femminile di tutta la Russia non sembra esattamente una fortezza, serrata a difesa, o un nascondiglio segreto contro i malintenzionati, sebbene non sia per niente facile da trovare. In un tipico cortile di San Pietroburgo, dietro una tipica porta nera senza insegne, si nasconde una stanza ingombra di pouf e scrivanie di vari colori. Nelle ore serali, in questo posto misterioso – il Centro per le donne “Costole di Eva” – si tengono lezioni varie, mostre e altre iniziative a tema. E, sia detto per inciso, gli uomini allora sono ammessi. Di giorno, invece, la stanza si trasforma nel coworking per donne “Simona” (in onore di Simone de Beauvoir; il cui libro “Il secondo sesso”, del 1949, è considerato uno dei più importanti della storia del femminismo). E in questo caso (fino alle 19) l’ingresso ai maschi è proibito. E cosa non sono disposti a fare pur di poter entrare! 

All’inizio l’utente di Twitter Mixammo ha lanciato il guanto di sfida e poi ha persino presentato un esposto in procura, sostenendo che questo divieto è contrario alla legge russa, che proibisce le discriminazioni basate sul sesso. Quindi, il deputato alla Duma Vitalij Milonov, insieme a una troupe televisiva del canale “360º” ha provato a entrare, trovando chiuso. E il tentativo più eccentrico è stato certamente quello di un giornalista del quotidiano online “Fontanka”, che è arrivato a fingersi transgender per farsi aprire. 

In fin dei conti, in Russia, così come in molti altri Paesi, ci sono molti posti con ingresso riservato in base al sesso: saune maschili e femminili, barbieri da uomo e parrucchieri per donne, club di amanti del sigaro solo per uomini e sale fitness solo per donne, così come, solo per donne ci sono addirittura comparti di cuccette sui treni notturni. Ma tutte queste cose appena citate, chissà perché, non destano di solito lo sdegno e l’ardente desiderio di essere ammessi da parte di chi è escluso. Il coworking di San Pietroburgo ha invece agitato le acque e fatto saltare i nervi alla società russa. Che diavolo faranno mai là dentro le donne dalle 11 alle 19? 

“Una pausa dall’oppressione maschile” 

Innanzitutto “chi frequenta questo posto riposa dall’oppressione maschile”, mi spiega la bionda Svetlana Narkhatova, che qui è curatrice (“kuràtorka”, in russo, usando la forma femminile con il suffisso k, che è uno dei cavalli di battaglia delle femministe). Persino il menù del bar interno è stato rivisto per questioni di genere: qui potrete ordinare una “cappuccinessa”, una “macchiata” e così via. “All’inizio avevamo pensato di ribattezzare queste bibite con i nomi di famose femministe, ma poi abbiamo deciso che il femminismo è un tema troppo serio, che non può essere svilito, e che bisogna capire a fondo”, spiega Svetlana.

Sono incuriosita da come avvenga questo “riposo dall’oppressione maschile” e mi guardo intorno. In questo momento ci sono pochissime visitatrici: una si è distesa su dei pouf al centro della sala, un’altra scrive al computer vicino a una finestra. 

La mia attenzione è attratta da una sorta di banchetto con souvenir femministi: braccialetti con la scritta “L’amore per se stesse è rivoluzionario”, beauty-case con lo slogan “Tutte le donne sono sorelle” e calzini con l’incitazione “Calpesta il sessismo!”. In generale sia il “Simona” che le “Costole di Eva” sono progetti non a scopo di lucro, che esistono grazie alle donazioni volontarie (la tariffa “consigliata” per un’intera giornata al coworking è di appena 150 rubli, 2 euro) e più o meno lo stesso costa una bibita al bar interno, e anche la vendita dei souvenir aiuta a far quadrare i bilanci. Tutti gli oggetti in commercio sono prodotti da femministe di varie parti del Paese, per sostenere il progetto. Dicono che tra i sostenitori ci siano anche degli uomini. “Un ragazzo ci ha regalato un aspirapolvere-lavapavimenti e un tavolo, e quando gli abbiamo chiesto perché lo facesse, ci ha risposto che secondo lui ci dovrebbero essere più coworking per sole donne”, ricorda Svetlana.

“Certo, ci dicono spesso che il nostro progetto è una forma di discriminazione di genere”, riprende. “Ma in realtà è solo un posto sicuro per le donne, che permette loro di prendersi una pausa, almeno per un po’ di tempo, dalla costante oppressione maschile, e dà loro la possibilità di dimostrare che esistono anche loro in questo mondo, e che non sono solo dei satelliti degli uomini o il loro personale di servizio”. 

Lei stessa confessa di essersi sentita discriminata, nel suo vecchio posto di lavoro, quando ha saputo che i colleghi maschi guadagnavano di più, e poi anche dall’ex marito. “Sono stata sposata per sei anni e nei primi tempi non lavoravo. Quando ho trovato un impiego, ho chiesto a mio marito di dividerci le faccende domestiche, ma qui è venuto fuori che lui riteneva che io non facessi nulla per la casa. E questo è molto triste”. 

Le ragazze non nascondono di ricevere continuamente offese sui social network, ma sperano che tutto questo un giorno finisca. La cosa ironica di questo posto è che qui le donne, chiuse dentro come se fossero in un bunker, in realtà non fanno niente di speciale: navigano su internet e bevono il caffè (o meglio “la” caffè). In conclusione, qui non avviene niente di straordinario. Ma non di rado fuori dalle finestre si riuniscono degli uomini che vogliono sapere quello che succede là dentro. “Una reazione così scomposta è la riprova che posti sicuri per le donne sono necessari”, ne trae la conclusione Svetlana.

Qualcuno qui cerca scampo dal marito 

Al “Simona” vengono donne di tutte le età. L’importante è che sappiano usare internet, perché altrimenti è impossibile venire a conoscenza di questo posto segreto. 

La donna che sedeva al computer si rivela essere una responsabile scientifica di un museo, che aveva bisogno di un posto tranquillo dove lavorare. Natalja, come spiega, trova qui un rifugio dal marito, che a casa la distrae continuamente dal lavoro. “Sono arrivata qui tra le prime e ritengo questo coworking un’ottima idea. Di posti come questi dovrebbero essercene di più”. Alla domanda se senta la pressione degli uomini, Natalja dice che si è accorta di sì, dopo aver letto di casi simili al suo. 

Mentre chiacchiero con Natalja, sui pouf si risveglia la ragazza in jeans che era là sdraiata. Lilia studia medicina, si occupa del tema della lotta all’Hiv, e dice che qui si sente al sicuro, perché può venire con la sua ragazza e non devono nascondere il loro orientamento sessuale. “Il mio ex ragazzo è lontano dal femminismo, ma è entusiasta di ‘Simona’”. All’inizio questo posto lo conoscevano solo persone vicine al femminismo, mentre adesso ne parlano spesso persino le mie compagne di corso”. Lilia si lamenta del fatto che nei luoghi pubblici i ragazzi si permettano spesso degli atteggiamenti che a lei paiono inaccettabili, e dice si sentirsi tesa e non a suo agio se la gran parte delle persone che la circondano sono uomini sconosciuti. “Penso che qualsiasi donna dovrebbe ritenersi femminista, mentre intorno a questo termine c’è ancora un’aura di cattiva reputazione assolutamente ingiustificabile”.

Julia, una ragazza dall’aria sbarazzina avvolta in un maglione bianco, ha fatto un salto qui per per bersi una “macchiata”. È laureata in chimica, lavora all’Università statale di San Pietroburgo e, nel tempo libero dà una mano al progetto nell’organizzazione di varie iniziative. “Vengo da una famiglia dalle visioni europee, e non ho avuto un’educazione orientata sul genere. Nessuno mi ha mai detto: ‘Ma tu sei una ragazza!’ e quindi ‘devi fare questo; devi comportarti in tal modo’”, racconta. Ammette che nella società russa spesso non si sente a suo agio, visto che in molti hanno visioni antiquate, anche tra i suoi colleghi uomini di scienza. “Molti ritengono che le femministe siano o lesbiche o semplicemente donne brutte che non hanno successo con gli uomini, ma le cose non stanno assolutamente in questo modo”. 

Un’altra ragazza che ha fatto un salto qui solo per qualche minuto, Daria, si rivela essere un’insegnante di lingua russa per gli immigrati e una delle autrici del libro “Favole per bambine” (che non conterrà nessuna oggettificazione sessuale e nessuno stereotipo di genere”). “In passato mi sembrava che le femministe fossero delle mezze pazze che accampano diritti che non mi sembrava di dover accampare. Ma, semplicemente, quando una donna diventa femminista, inizia a guardare alla sua vita con occhi critici, e a permettere meno umiliazioni ai suoi danni. Per questo, statisticamente, è vero che spesso la femminista è una donna con relazioni libere, che se ne sta con i suoi gatti, come molti se la immaginano. Ma questo non dice assolutamente nulla su come sia la personalità di una donna. In generale, come si può ancora valutare una donna in base all’assenza o alla presenza di un maschio al suo fianco?”. Il partner di Daria è un filosofo, “che ha visioni femministe da più tempo di lei”.

 

Due opinioni a confronto: In Russia il femminismoèuna questione di vita o di morteVS Le donne russe non hanno bisogno del femminismo occidentale 

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