La sfida è diversificare la produzione

Lo sviluppo della classe media russa e l'aumento del suo potere d'acquisto spingono sempre più imprese italiane a esportare nella Federazione. Ma cosa minaccia un mercato dall'apparenza inattaccabile?
 
Il professor Silvio Beretta
(Foto: archivio personale)

Curatore, insieme al collega Paolo Pissavino, del volume “Russia e Oltre. Energia equilibri politici opportunità imprenditoriali”, il professor Silvio Beretta studia i mercati emergenti con l'obiettivo di aiutare le aziende a orientarsi in territori per loro ancora inesplorati. La pubblicazione è il risultato di una serie di convegni dedicati al mercato della Federazione, organizzati dall'Università di Padova con il Forum sulla Internazionalizzazione della Piccola e Media Impresa. Perché la Russia è un mercato cruciale per le PMI italiane e allo stesso tempo è un mercato intrinsecamente fragile? Analisi di Silvio Beretta.

Professor Beretta, lei è parte attiva del Forum sulla Internazionalizzazione delle Piccole e Medie Imprese che mira a far incontrare la ricerca scientifica con il mondo imprenditoriale. Da dove nasce questa esigenza?

È difficile andare all'estero senza un quadro generale e soprattutto senza un'analisi geopolitica del mercato a cui si punta. Abbiamo quindi instaurato una sorta di alleanza tra ricercatori di diverse parti di Italia interessati ai processi di delocalizzazione e al rapporto tra le PMI italiane e i paesi emergenti. Questo lavoro risponde alla volontà di fornire agli imprenditori una visione globale del mercato a cui sono interessati. Quello sulla Russia è il nostro quarto volume e trovo che risponda più di altri a questa esigenza. I convegni si sono svolti tra l'Università di Pavia, Vigevano e Lodi la cui Camera di Commercio è stata molto attiva. Ci siamo preoccupati di raccontare le esperienze vissute ma anche di inquadrare la natura del sistema verso cui l'azienda si orienta.

Nel volume “Russia e Oltre. Energia equilibri politici opportunità imprenditoriali” si parla di opportunità e rischi del mercato russo, definito dai ricercatori come intrinsecamente fragile. Può spiegarci il perché di questa analisi?

Il problema della Russia è che non ha mai approfondito la questione della propria diversificazione produttiva in campo industriale. È un paese che resta legato ai prezzi delle materie prime, che esso stesso contribuisce a determinare. Il sottotitolo del libro è scelto a proposito citando l'importanza dell'energia. La forte dipendenza della Russia dai mercati internazionali delle commodities, soprattutto gas e petrolio, incide sul potere d'acquisto della sua classe media. Bisogna considerare che l'oscillazione del Pil russo è enorme, ad esempio è variata dal +8% nel 2007 al -8% nel 2009.

Questa elevata fluttuazione fa la debolezza di un grande sistema quale è la Russia. Un altro aspetto importante da sottolineare è che la Russia contraddice le teorie del comportamento imprenditoriale. In quanto paese emergente, ci si aspetterebbe che riceva investimenti esteri, e invece è lei che esporta capitali. Compra soprattutto nell'industria pesante, come testimonia il caso delle acciaierie Lucchini, oppure anche nel settore degli strumenti scientifici e nelle macchine industriali. Si tratta di investimenti concentrati in grandi conglomerati imprenditoriali che in periodi di rialzo delle materie prime fanno grandi utili. Proprio in questa potenza risiede la sua fragilità, vale a dire il forte legame di dipendenza dai mercati internazionali delle commodities. È un dato di fatto.

Cosa rende la Russia un mercato così attraente e reattivo per le imprese italiane?

Una delle conseguenze della tensione positiva Russa è lo sviluppo della sua borghesia. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, nell'orizzonte 2020/2030 ci saranno 30 milioni di russi benestanti. Questo rappresenta chiaramente un mercato importante. E' necessario però tener conto di un rischio reale: se i prezzi delle commodities si abbassano, il tenore di vita dei russi seguirà la stessa tendenza. L'elemento più evidente e strategico per gli investimenti italiani in Russia è il cosiddetto “lusso accessibile” con una classe media locale che si sviluppa molto velocemente. E' chiaramente uno sbocco concreto per i prodotti italiani, ma occorre sapere che questa tendenza può cambiare e che occorre poter reagire ai periodi di ribasso.

In che mondo la crisi economica del 2007/2008 ha influito sulle relazioni commerciali tra i due paesi?

La crisi del 2007-2010 in Europa e Stati Uniti ha fatto crollare i prezzi delle materie prime, e questo ha limitato la capacità di acquisto dei russi con un conseguente calo dei consumi.

Che rischi concreti vede in questa dinamica?

Una previsione di quello che può succedere è già contenuta nella bandiera zarista. Un'aquila a due teste, una che volge a Oriente e una a Occidente. Pietro il grande si è rivolto verso l'Occidente e l'Europa, ha messo la capitale a San Pietroburgo e si è circondato di architetti italiani. Poi c'è stato il periodo sovietico con la sua omogenizzazione dei settori industriali, e adesso la Russia mette in campo la sua volontà di diversificare i mercati. Questo obiettivo porta automaticamente alla creazione dell'Unione Eurasiatica con il Kazakistan e la Bielorussia. Anche in questa esperienza si ritrova il bipolarismo della Russia, con una faccia rivolta ad Oriente, il Kazakistan, e una all'Occidente con la Bielorussia. All'Unione Eurasiatica così disegnata si aggiunge la Cina, con cui gli accordi commerciali sono stati siglati in rubli e yuan. Questa scelta dimostra una volontà di autonomia rispetto al dollaro e di conseguenza alla sfera di influenza occidentale che ha non solo un valore economico ma anche e soprattutto politico e geostrategico.

Quali consigli darebbe a un'impresa italiana che si appresta a lanciarsi sul mercato russo?

E' difficile dare consigli, noi vogliamo semplicemente fare attività di ricerca e mettere a disposizione degli imprenditori le nostre conoscenze. Cerchiamo di disegnare scenari da fornire alle imprese che ce li chiedono nonché alle associazioni imprenditoriali o alle camere di commercio. 

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