Lo stop a South Stream e i rischi per l'Italia

La costruzione del gasdotto avrebbe dovuto prendere il via alla fine del 2012, con l’obiettivo di arrivare al completamento entro il 2015. Ma fin da subito sono emersi contrasti tra i Paesi interessati (Foto: Ramil Sitdikov / Ria Novosti)

La costruzione del gasdotto avrebbe dovuto prendere il via alla fine del 2012, con l’obiettivo di arrivare al completamento entro il 2015. Ma fin da subito sono emersi contrasti tra i Paesi interessati (Foto: Ramil Sitdikov / Ria Novosti)

Putin frena sul progetto del gasdotto che avrebbe dovuto collegare la Russia e l’Unione europea. Il gas verrà riorientato verso altri consumatori. E il premier italiano Matteo Renzi minimizza: “Non lo consideriamo fondamentale”

Lo stop al progetto South Stream, gasdotto da 3.600 chilometri destinato a collegare la Russia e l’Unione Europa (senza passare per l’Ucraina), impone all’Italia un ripensamento delle strategie di rifornimento. Anche se la partita, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non può dirsi del tutto chiusa.

La notizia dell’addio al progetto è giunta il 1° dicembre direttamente dalla bocca di Vladimir Putin, durante la sua visita in Turchia. Il Presidente russo ha spiegato che la Federazione “è costretta a ritirarsi dal progetto South Stream a causa della mancanza di volontà dell’Ue di sostenere il gasdotto”. Per poi aggiungere che “il gas verrà riorientato verso altri consumatori”. 

Il progetto

La notizia ha spazzato via in un sol colpo sette anni di lavori, iniziati con la firma di un memorandum tra la compagnia del gas russa e l’italiana Eni, al quale ha fatto seguito nel 2009 la definizione del tracciato, in un incontro tra i top manager delle due società, alla presenza dei premier dell’epoca, Silvio Berlusconi e Vladimir Putin. Il tracciato prevedeva un tratto sottomarino di 930 chilometri attraverso il Mar Nero (in acque russe, bulgare e turche) e uno su terra (con attraversamento di Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia, fino all’Italia).

Data la vastità dell’iniziativa e il suo valore geopolitico, nel tempo l’azionariato è stato aperto anche alla tedesca Wintershall e alla francese Edf, che hanno acquisito il 15% a testa dall’Eni, mentre Gazprom ha mantenuto costante il suo 50%.

Pesano le tensioni internazionali

La costruzione avrebbe dovuto prendere il via alla fine del 2012, con l’obiettivo di arrivare al completamento entro il 2015, ma da subito sono emersi contrasti tra i Paesi interessati, mentre i 14 miliardi di euro, che rappresentavano la prima stima dei costi, sono progressivamente saliti fino a quota 23 miliardi. Lo scoppio della crisi ucraina, con il peggioramento dei rapporti tra l’Occidente e la Russia, ha fatto il resto. Le pressioni statunitensi e dell’Unione europea (che ha sollevato dubbi sulla compatibilità di questa iniziativa con le strategie comunitarie) hanno spinto la Bulgaria a vietare i lavori sul suo territorio. Una situazione che ha acuito le tensioni, fino all’annuncio dell’altro giorno. 

Danni ingenti per l’Italia

La reazione della Borsa alla notizia è stata violenta verso il Saipem, controllata dell’Eni che si occupa di infrastrutture energetiche, con il titolo che ha chiuso la seduta di ieri in calo del 10,83%. Diverse case d’affari si sono affrettate a rivedere al ribasso il target price della società, stimando un impatto negativo intorno ai 2 miliardi di euro.

Il premier italiano, Matteo Renzi, ha provato a minimizzare, ricordando che “il progetto di South Stream era fortemente contrastato e condizionato dalla procedura di infrazione dell’Unione Europea, era un progetto che non consideriamo fondamentale per l’Italia”. Così, “la decisione di bloccarne la realizzazione non costituisce un elemento di preoccupazione immediata”. Renzi ha aggiunto di confidare nelle alternative, a cominciare dall’Algeria, dove si trova in visita in questi giorni, e dalla Libia. Anche se il passaggio di testimone non sarà semplice, date le tensioni geopolitiche nel Sud del Mediterraneo.

Sulla vicenda si è espresso l’ex-ad dell’Eni, Paolo Scaroni, secondo il quale, “visti i rapporti tesi tra Europa e Russia, Putin non aveva alternative”. Per il manager vicentino, più che lo stop della Bulgaria, ha pesato il ritardo dell’Unione europea nel concedere il via libera definitivo, condizione essenziale per  attivare il consorzio bancario chiamato a finanziare gran parte del progetto. “Mosca avrebbe dovuto sostenere da sola un investimento di svariati miliardi. Impensabile di questi tempi, e con i problemi che la Russia è chiamata ad affrontare”, ha spiegato Scaroni. Il quale ha sottolineato l’importanza del gasdotto per l’Europa: “Sarebbe stata un’iniziativa positiva per la sicurezza delle forniture energetiche”.

In ogni caso, il capitolo non è del tutto chiuso. Da Bruxelles, il vicepresidente della Commissione Ue con delega per l’unione energetica, Maros Secfovic, ha fatto sapere che “il prossimo incontro per la pipeline era stato pianificato per il 9 dicembre e si terrà lo stesso”. La porta resta dunque aperta, con gli sherpa già impegnati per provare a riavviare il dialogo. 

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