Petrolio sotto i cento dollari al barile

Foto. Reuters

Foto. Reuters

Il prezzo del petrolio Urals ha registrato per la prima volta nel corso dell’anno un calo superiore a quello della percezione di rischio, scendendo a 98 dollari al barile. Tra le cause, a detta degli esperti, la situazione in Libia e Iraq. Per compensare la flessione, le autorità russe potrebbero decidere di svalutare il rublo

Il prezzo della principale marca russa di petrolio Urals avrebbe subito un calo, scendendo a 98 dollari al barile, l’indice più basso finora registrato dal maggio 2013, secondo quanto ha dichiarato l’agenzia Reuters. Perdipiù, sempre nel luglio 2014, il prezzo medio del petrolio della stessa marca superava i 105 dollari al barile. In tal modo negli ultimi 12 mesi Urals avrebbe perso l’11,3% del suo prezzo e dall’inizio dell’anno l’8,2%. Secondo la Reuters la flessione del prezzo sarebbe motivata da una serie di fattori.  Da un lato la Libia ha incrementato di un quarto le sue estrazioni, mentre si sono dissipati i timori su un’eventuale sospensione delle forniture dall’Iraq per le azioni dei ribelli islamici; mentre dall’altro, a causa della stagione, è diminuita la domanda di petrolio da parte di Europa e Asia.

A detta degli esperti, il prezzo di 100 dollari al barile costituisce un segnale di  rischio rilevante per il mercato russo. Perdipù, nel bilancio statale era previsto che un barile di petrolio Urals costasse 114 dollari. “Secondo le stime effettuate da più parti, il bilancio non dovrebbe registrare nessun deficit finché il prezzo del petrolio non scende al di sotto di 110 dollari al barile”, spiega l’analista capo di Ufs Ic, Ilya Balakirev. Tuttavia, a detta di Balakirev, nel bilancio è stato previsto un prezzo medio che nel primo semestre dell’anno resta ancora superiore ai 100 dollari. Perdipiù, la volatilità dei prezzi attenua una crescita costante delle forniture russe di petrolio nell’Asia sud-occidentale dove si vende prevalentemente un altro tipo di petrolio il cui prezzo è in generale più alto di parecchi dollari rispetto a quello di Urals.

Nel maggio 2014 Aleksandr Dykov, amministratore delegato di “Gazprom neft”, struttura affiliata al colosso Gazprom, aveva annunciato che la società aveva previsto nel piano commerciale per il 2014 un prezzo medio pari a 111,5 dollari al barile, stimando in uno scenario economico a lungo termine, un costo minimo di 95 dollari a barile. Se così fosse, anche in una prospettiva di lungo termine, le società petrolifere russe risulterebbero tutelate. Tanto per fare un esempio, in un anno di crisi come il 2008, da giugno a dicembre il prezzo del petrolio russo era oscillato da147 a 40 dollari al barile.

Scenari principali

Secondo i dati in possesso dell’agenzia Reuters, cause ulteriori della caduta dei prezzi sarebbero da imputare a una domanda insufficiente da parte di un’economia mondiale indebolita e a un incremento delle risorse petrolifere degli Stati Uniti. Inoltre, a detta degli esperti, uno dei fattori che potrebbe portare a un’ulteriore caduta dei prezzi sarebbe un’eventuale sospensione delle sanzioni verso l’Iran. Nel giugno 2014 il presidente iraniano Hassan Rohani, durante un discorso televisivo, ha promesso nell’immediato la cessazione di tutte le sanzioni. Tuttavia, secondo quanto sostiene un eminente esperto di Finam Management, Dmitry Baranov, non sarebbe nell’interesse dell’Iran sbarcare sul mercato petrolifero mondiale con ingenti volumi di petrolio, bensì effettuare un ingresso graduale per non abbattere i prezzi. “Più ci si avvicina a settembre e s’intensificano i preparativi nei diversi paesi per la stagione autunnale e invernale e l’attività commerciale, più i prezzi del petrolio potrebbero ricominciare a salire” aggiunge l’esperto.

Tuttavia, a detta di Ilya Balakirev, nell’attuale situazione di calo dei prezzi del petrolio, il Ministero russo delle Finanze dovrà trovare nuovi mezzi per incrementare il bilancio. “Quello dell’indebolimento del rublo è uno dei mezzi più accessibili d’incremento del bilancio, ma un forte indebolimento potrebbe provocare scontento nella popolazione poiché in questo caso diminuirebbero anche le entrate reali” afferma l’esperto. Il fatto è che il bilancio in Russia si rendiconta in valuta nazionale, mentre la gran parte delle entrate dalla vendita di risorse naturali affluisce in dollari americani. In tale contesto il 18 agosto la Banca centrale russa ha promesso che entro il gennaio 2015 cesserà di sostenere il rublo russo: ciò consentirà di rendere il corso del rublo più in sintonia col mercato.

In base al modello adottato in Russia, la Banca centrale ha sempre svolto un ruolo attivo nella correzione dei tassi di cambio, soprattutto nei momenti di improvviso inasprimento della situazione politica e di conseguente attacco al rublo. In particolare, nel marzo 2014, quando la penisola di Crimea è entrata a far parte della compagine dello Stato russo, la Banca centrale ha venduto 22,3 miliardi di dollari per sostenere la stabilità del rublo. In seguito, in aprile, gli interventi si sono ridotti a 2,4 miliardi di dollari, mentre in maggio la Banca centrale ha ormai acquistato più valuta di quanta non ne avesse venduta (1,4 miliardi di dollari contro 365 milioni). Tuttavia, il corso del rublo ha subito comunque un calo, seppure non rilevante, come sarebbe accaduto del resto anche senza sostegni. Nel complesso, secondo le stime di Dmitry Baranov, dall’inizio del 2013 il rublo  si è svalutato sul dollaro oltre il 20% del suo valore storico. Così, se liberalizzato, il rublo potrebbe veder diminuire ulteriormente il proprio costo.

Tuttavia, come sottolineano gli esperti, la dipendenza dalla Russia per quanto riguarda il petrolio sta diminuendo. “Se nel 2013 le entrate da prodotti petroliferi costituivano il 52% delle entrate totali, quest’anno si valutano intorno al 45-46%” afferma Pavel Simonenko, direttore delle vendite di Dukascopy Bank Sa per i paesi della Csi”.

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta