L'oro blu dell'Asia Centrale

Nel fragile equilibrio sulla gestione delle acque che si mantiene nella regione, la Russia può avere un ruolo da protagonista

È da qualche tempo ormai che gli esperti hanno lanciato l’allarme per la scarsità di acqua, insufficiente per almeno 800 milioni di persone. Sostengono che fra una decina di anni l’acqua potrebbe causare conflitti e guerre, così come è successo per le altre risorse naturali. Una delle zone calde di possibili tensioni per via della scarsità del cosiddetto “oro blu” è l’Asia Centrale, un territorio di circa 4 milioni di chilometri quadri, che comprende cinque Paesi dell’ex Unione Sovietica.

Turkmenistan e Uzbekistan sono le due repubbliche che registrano il maggior consumo di acqua (per numero di abitanti), per la produzione del cotone. Questi Paesi, seguiti dal Kazakhstan, stanno del resto abbastanza bene rispetto agli altri due, Kirghizistan e Tagikistan, che hanno invece seri problemi sia per l’energia che per l’acqua. 

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la città sommersa dalla
centrale idroelettrica 

Quando questi Paesi erano uniti sotto l'ombrello dell'Urss, le questioni dell’acqua e dell’energia venivano in qualche modo gestite da Mosca. Le repubbliche più ricche di energia portavano alle regioni montuose carbone e gas, mentre a quest’ultime veniva affidata la gestione delle acque (è da lì, infatti, che nascono i due grandi fiumi Amu Darya e Syr Darya), così da poter “dissetare” i territori di pianura.

Inoltre, per rifornire i campi fertili dell’Asia Centrale, negli anni Settanta era nata l’idea di mutare il corso di alcuni fiumi siberiani, dall’Ob all’Irtysh, facendoli passare per l’Asia Centrale. Un progetto faraonico, che sarebbe potuto essere il più grande e complesso della storia del XX secolo, e che venne infatti bocciato per le difficoltà che presentava, per la mancanza di risorse e, infine, per le conseguenze poco prevedibili. Si dice che si era persino arrivati a pensare all’uso delle bombe atomiche al fine di deviare il corso dei fiumi… In seguito, fortunatamente, si è compresa la pericolosità di una simile scelta. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica il progetto di mutamento dei corsi d’acqua venne insabbiato, anche se continua ogni tanto a riemergere nelle discussioni, se pur in modo più teorico che pratico.

Dopo lo scioglimento dell’Urss, Dushanbe e Bishkek iniziarono ad accusare problemi di mancanza di elettricità e, così, per raggiungere la sicurezza energetica, decisero di realizzare due enormi centrali idroelettriche sui fiumi Amu Darya, nel Sud, e Syr Darya, nel Nord.

I governi di Kazakhstan, Uzbekistan e Turkmenistan considerarono, però, questa decisione come forte minaccia alla sicurezza ambientale: la costruzione di enormi dighe in zone sismiche può infatti causare catastrofi o limitare il flusso delle acque vitali per l’agricoltura, settore principale di questi Paesi. Il "no" del presidente dell'Uzbekistan Islam Karimov fu molto duro. Durante la sua visita ad Astana nel settembre 2012 egli avvertì Kirghizistan e Tagikistan che l'aggravarsi della situazione “avrebbe potuto causare non solo disaccordo ma persino guerra”.

Quali sono di fatto i progetti “pericolosi” di cui abbiamo ora accennato? Il Tagikistan ha di recente deciso di costruire la centrale idroelettrica di Rogun da 3.6 gigawatt sul fiume Vahsh, un affluente dell’Amu Darya. Il progetto include la costruzione di una diga dall’altezza di 335 metri, la più alta al mondo.

Il piano era stato avviato nel 1974 da Idroproject ed era stato realizzato all’inizio degli anni ’90 per il 40 per cento, con la diga che aveva raggiunto quota 40 metri. I problemi economici e i conflitti nel Paese bloccarono i lavori nel 1993 e una grave inondazione portò in seguito alla distruzione della diga.

Il progetto venne poi ripreso nel 2004, quando la compagnia russa Rusal decise di completarne la costruzione, proponendo in questo caso una nuova altezza per la diga: 285 metri, parametro che non venne accettato dal governo tagiko. Nel 2010 i governi dell’Asia Centrale richiesero alla Banca Mondiale uno studio di fattibilità realizzato da Poyry Energy, che stabilì un’altezza massima di 170 metri.

Il presidente tagiko Emomali Rahmon, ad ogni modo, vorrebbe che la diga fosse alta 335 metro e ciò malgrado il costo di 3 miliardi di dollari (l’Economist parla persino di 6 miliardi), una somma troppo alta per il Paese. Tuttavia, se la centrale venisse ultimata, fornirebbe elettricità a tutto lo Stato e ai suoi vicini, Afghanistan e Pakistan inclusi. E i soldi potrebbero allora rientrare dal Pakistan.

L’altro progetto causa di forti tensioni è quello della costruzione di centrali idroelettriche in Kirghizistan, a partire dalla diga di Kambarata sul fiume Naryn, affluente del Syr Darya, dalla portata di 1.9 gigawatt. Anche in questo caso si tratta di un vecchio progetto del 1986, accantonato con il crollo dell’Urss e ripreso nel 2007 dalla compagnia russa Inter RAO; esso non solo soddisferebbe il fabbisogno del Paese ma gioverebbe anche all’esportazione.

L’8 maggio 2013 il Presidente russo Vladimir Putin ha ratificato l’accordo stipulato con il Kirghizistan per la costruzione della diga e del relativo impianto. La Russia sta dunque tornando nei territori di vecchia influenza non solo nel ruolo di investitore, ma anche di mediatore nelle discussioni in fatto di questioni idriche.

A metà giugno 2013 il presidente del Kazakhstan, Nursultan Nazarbayev, e quello dell’Uzbekistan, Islam Karimov, si sono incontrati per stipulare il nuovo Strategic Partnership Agreement con il quale il diretto accesso all’acqua è stato evidenziato come una delle minacce alla stabilità della regione. Nazarbayev e Karimov hanno pertanto chiesto l’intervento delle Nazioni Unite come mediatore dei due progetti.

Il 21 agosto 2013, in occasione della Conferenza Internazionale sulla Cooperazione nella Gestione delle Acque, a Dushanbe, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon ha esortato i Paesi centro-asiatici a condividere le proprie risorse idriche.

L’acqua, infatti, può alimentare conflitti ma anche servire da ponte per la cooperazione. Come la questione verrà gestita, dipende dai governi dei singoli Paesi, così come dagli organismi internazionali come l’Onu.

“Noi però non ci aspettiamo la guerra, - rassicura l’esperto Arkadij Dubnov. - Uzbekistan e Tagikistan sono troppo impegnati a risolvere le rispettive vicende interne. Tashkent è oggi preoccupata per i problemi di passaggio del potere, mentre Dushanbe è occupata per le prossime elezioni presidenziali il cui esito è difficile da prevedere”.

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