Le rime eleganti di Solonovich, maestro traduttore dei poeti, protagoniste di un evento online

Anton Romanov
Una vita passata a tradurre, a trasportare in russo i versi di Dante, Petrarca e Ungaretti. Ma chiuse in un cassetto custodiva poesie proprie, modeste ed eleganti, pubblicate oggi in Italia da Passigli Editore. Il 18 maggio presenteremo in diretta Facebook il libro in versi di Evgenij Solonovich

Quando gli chiedevano se lui stesso scrivesse poesie, Evgenij Solonovich, il più grande italianista russo, traduttore dei versi di Dante e Petrarca, elargiva una risposta ambigua. “Scrivevo, ma prima degli anni Ottanta il risultato non mi convinceva”, spiega oggi, alla vigilia della presentazione della sua raccolta In mani fidate. Poesie 1981-2020 pubblicata in Italia da Passigli Editore, a cura di Caterina Graziadei e con traduzioni di Bianca Maria Balestra, Caterina Graziadei e Claudia Scandura (pp. 144, € 17,50, testo originale a fronte). “Traduco la poesia da anni, e gli amici italiani e russi mi hanno domandato più volte se scrivessi anche io. Il mio silenzio poteva significare ugualmente un sì o un no”. Dovettero passare quasi 30 anni prima che Solonovich, al quale si deve il merito di aver portato in Russia buona parte della poesia italiana, anche dialettale, iniziasse a prendere seriamente in considerazione l’idea di condividere i propri versi col pubblico. “Fino al 2012 non pensavo di pubblicarli - racconta -, infatti la prima pubblicazione fu sulla rivista Oktjabr. Mentre la prima raccolta Tra oggi e ieri risale al 2018”.

Oggi la “poesia meditativa e insieme colloquiale” di questo “tardivo esordiente”, come lo definisce Caterina Graziadei, sarà protagonista dell’incontro online gratuito e aperto a tutti organizzato dall’Istituto di Cultura e Lingua russa di Roma e da Russia Beyond, trasmesso in diretta Facebook il 18 maggio alle 17:30 (ora italiana; qui tutte le informazioni sull’evento). 

L’antologia, basata su una selezione di versi tratti dalle sue due raccolte, Tra oggi e ieri e In questo mondo, “si interroga sulla storia e sul presente, fra gli assilli di un quotidiano assediato dai contatti virtuali, computerizzato eppure sempre venato da tracce calde di affetti”. Rievoca la moglie scomparsa e ricorda l’Italia, sua seconda Patria, con le rare citazioni di Dante o il componimento dedicato a Montale. “Ben sapendo di non sapere sciogliere / tutte le tue sciarade, / torno ogni volta indietro / lasciandomi alle spalle i segnalibri”, confida Solonovich al poeta genovese. “È una delle liriche che mi piacciono di più”, ammette. E aggiunge: “Mi fanno emozionare molto ancora oggi le poesie nate durante la malattia incurabile di mia moglie e dopo la sua scomparsa”. 

Vincitore di numerosi premi in Russia e in Italia, insignito di due lauree honoris causa per la traduzione letteraria (a Siena e a Roma), durante la sua carriera Solonovich si è misurato anche con i dialetti italiani, trasponendo in russo non solo i poeti classici e moderni, ma anche coloro che hanno affidato la propria arte alle parlate locali: come Ignazio Buttitta, che si esprimeva in siciliano, e Giuseppe Gioachino Belli, che scriveva in romano e di cui Evgenij Mikhailovich è considerato il massimo interprete in lingua russa. “Buttitta fu il primo poeta italiano da me tradotto, e la mia fortuna fu di avere avuto, non mi ricordo da chi, la sua raccolta Lu pani si chiama pani, con a fronte la traduzione in italiano di Quasimodo - racconta oggi Solonovich -. Quanto al romanesco di Belli, a tradurre i suoi sonetti mi hanno aiutato i commenti dei suoi famosi studiosi, alcuni dei quali sono diventati più tardi i miei amici. Siccome il romanesco di Belli è la lingua dei popolani, ho cercato di risolvere il problema rivolgendomi al linguaggio popolaresco, alle espressioni proverbiali e gergali”. 

Ed è proprio di Buttitta che egli serba uno dei ricordi più belli: “Fui ospite [da lui] per quasi un mese ad Aspra di Bagheria [Palermo, ndr] e ricordo con particolare affetto anche Mario Luzi, Giorgio Caproni e Giovanni Giudici”. Nomi che nel curriculum di Solonovich figurano accanto a quelli dei giganti della poesia, di cui egli si è nutrito senza però cedere alla tentazione di scivolare in troppe citazioni nei suoi personali componimenti. “Quale poeta ha influenzato più di tutti la mia produzione? È una domanda difficile - dice -, alla quale risponde nella prefazione una delle tre traduttrici, Caterina Graziadei, che vede nelle mie poesie l’influenza di Pasternak e di Zabolozkij”. E come fa notare Graziadei, la penna di Solonovich lo spinge a disegnare rime eleganti, spesso ardite, inusuali, ispirate da una “Musa modesta”, priva di enfasi, quasi familiare, che sembra aver atteso il momento in cui il grande traduttore e studioso avesse finalmente esaurito “il proprio debito con la letteratura italiana per scrivere ora parole proprie sul mondo, su ciò che abbiamo intorno e su ciò di cui la vita ha lasciato tracce”.  

L’autore 

Nato in Crimea nel 1933, Evgenij Solonovich è il maggior italianista russo. A lui si deve la traduzione di molta parte della poesia italiana, da Dante a Petrarca, fino ai moderni e contemporanei, come Ungaretti, Caproni, Montale e Magrelli. Ha formato generazioni di traduttori e la sua casa moscovita è stata e rimane il centro di un fervido scambio tra poeti, traduttori e allievi.

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