Quattro stranieri che trasferendosi a San Pietroburgo resero grande il balletto russo

Iliya Pitalev/Sputnik
I più importanti esponenti francesi e italiani di quest’arte trovarono una città ancora provinciale e ne fecero la capitale mondiale della danza

I sovrani assoluti russi, a partire dall’epoca di Elisabetta di Russia (Elizaveta Petrovna; sul trono dal 1741 al 1762), furono tutti molto appassionati dell’arte del balletto, e non guardarono a spese quando si trattava di invitare i migliori talenti europei. È difficile trovare un personaggio di rilievo nella storia mondiale della danza che non abbia avuto anche un periodo di ribalta in Russia. E ci sono alcuni stranieri che sono diventati parte integrante della storia del balletto russo e gli hanno permesso di brillare sulla scena mondiale.

Charles Didelot (1767-1837)

Didelot era figlio del maestro di danze del Re di Svezia. Così, fu proprio a Stoccolma che il padre iniziò al ballo il piccolo Charles, i cui successi furono così grandi e promettenti che già a nove anni fu mandato dal miglior pedagogo di Parigi. In seguito, la Rivoluzione francese interruppe i brillanti inizi i carriera di Didelot all’Opéra di Parigi. Fu costretto ad andarsene a Londra, dove, nel 1796, per la prima volta mise in scena il balletto “Flore et Zéphire”, che lo avrebbe accompagnato su tutti i palcoscenici e gli avrebbe portato fama e ricchi contratti. 

In Russia Didelot arrivò trentacinquenne, nel 1802, su invito del principe Nikolaj Jusupov, allora direttore dei Teatri Imperiali. Il coreografo si guadagnò l’altissima protezione di Sofia Dorotea di Württemberg (Marija Fjodorovna), la vedova dell’imperatore Paolo I, ucciso in una congiura di palazzo nel marzo del 1801. Questo gli permise non solo di mettere in scena molti balletti, ma la sua posizione di dominio divenne paragonabile a quella che un secolo dopo avrebbe avuto Marius Petipà, che non a caso si guadagnò il soprannome di “monarca assoluto del balletto russo”. 

Didelot creò il repertorio della compagnia di San Pietroburgo, e insegnò anche a teatro e a scuola, allevando parecchie generazioni di ballerini, e realizzando complesse riforme artistiche, grazie alle quali il balletto russo iniziò a tenere il passo di quello europeo. 

Filippo Taglioni (1777-1871) 

L’italiano era figlio d’arte e proseguì la carriera dei genitori: si esibì, mise in scena balletti, ma nella danza rimase sempre mediocre. A 25 anni si sposò con la ballerina svedese Sophie Karsten e nel 1921 iniziò a dare lezioni alla loro figlia, Maria. A quell’epoca, i grandi maestri parigini avevano messo una croce sulla ragazzina, allora diciassettenne: per la moda dell’epoca non era fisicamente adatta alle scene: troppo alta e magra, curva di schiena, con gambe e braccia lunghe, e per niente bella. Ma questo non fermò il padre: ogni giorno le dette lezioni di almeno quattro ore, che si interrompevano solo quando lei perdeva i sensi. Mentre gli altri all’epoca insegnavano alle ballerine a essere estremamente femminili e seduttive nei movimenti, Taglioni mise le basi per uno stile e una tecnica completamente nuovi: alla figlia insegnò a volare in modo che quasi non si vedesse nessun atterraggio, e a sollevarsi sulle dita così in alto che la sua figura sembrava planare anche nelle pose statiche.

Proprio Taglioni realizzò la più importante rivoluzione nella storia del balletto, inventando un tipo di danza che tende al cielo, sempre sulle punte delle dita dei piedi. E per mostrare la sua Maria al meglio in questa tecnica, realizzò il balletto “La Sylphide”, di cui fu coautore del libretto e coreografo. La première di questo spettacolo, tenutasi a Parigi il 12 marzo 1832, divide la storia del balletto in un prima e in un dopo. E con questa messa in scena, il balletto divenne la parte più importante del romanticismo europeo e più in generale della cultura europea, e Maria Taglioni il suo simbolo. 

Con questo altissimo status, cinque anni dopo, nel 1837, Maria e il padre arrivarono a San Pietroburgo. Il pubblico della capitale dell’Impero Russo aveva già potuto vedere in precedenza “La Sylphide”, ma in quel caso senza la sua stella. La comparsa dei Taglioni non solo fece conoscere le ultime tendenze parigine in città, ma immediatamente Pietroburgo iniziò a sentirsi al centro del balletto europeo, e le ballerine russe si dettero da fare per padroneggiare quanto prima quelle incredibili innovazioni tecniche.

Per cinque anni, Taglioni sviluppò e rinnovò il tema della “Sylphide” in nuovi spettacoli. Gli appassionati di balletto erano al settimo cielo e e le danzatrici osservando gli esercizi quotidiani di padre e figlia, fecero conoscenza con la nuova estetica. 

Quando i Taglioni si congedarono da San Pietroburgo, il pubblico del balletto calò sensibilmente. Ma per i ballerini russi questo si trasformò in un nuovo stimolo: andare a Parigi ed esibirsi là. E fu in questo periodo che iniziarono a essere notati e persino lodati in Europa per la loro bravura. 

Jules Perrot (1810-1892)

Il francese Perrot è una delle figure più misteriose del balletto mondiale. E ancora oggi vanno in scena in giro per il mondo spettacoli che portano la sua firma, come “Giselle”, “La Esmeralda”, “Ondine”, “Le Corsaire”. Anche se non sappiamo se si sia conservata seppur qualche combinazione coreografica originale. 

Perrot fu un ballerino e un artista di primo piano dell’epoca del romanticismo, l’equivalente maschile di Maria Taglioni, che, a quanto dicono le leggende teatrali, non sopportava la sua concorrenza e fece di tutto perché lui non venisse preso all’Opéra di Parigi. L’eccezionale virtuoso si trasferì in Italia, dove incontrò la giovane Carlotta Grisi (1819-1899). Da questa sedicenne tirò fuori una concorrente della Taglioni, e in più dalla incredibile bellezza. Lei fu sua discepola, musa, prediletta e “chiave” per aprirsi le porte dell’Opéra. Ma quando per lei le porte si aprirono, si dimenticò del suo Pigmalione. 

Si incontrarono di nuovo dieci anni dopo a San Pietroburgo, dove la Grisi, così come prima di lei la Taglioni, era considerata una dea dell’Olimpo. Perrot, mettendo una pietra sopra l’offesa di essere stato scaricato da lei alle porte dell’Opéra, mise in scena diversi balletti, nei quali brillava il talento di questa “ragazza con gli occhi di violetta”. A quel tempo, la compagnia di San Pietroburgo aveva il miglior corpo di ballo d’Europa e i più diversi ballerini divennero partner della stella italiana. Ancora una volta, Carlotta fu irriconoscente. Ma San Pietroburgo, almeno, divenne lo scrigno di tutti i capolavori di Perrot e li conservò per molti decenni, anche se successivamente furono trasformati da Marius Petipà.

Perrot negli ultimi anni della sua vita tornò in Francia. Lo accompagnò la sua moglie russa, madre dei suoi due figli, la piccola borghese Kapitolina Samovskaja.

Arthur Saint-Léon (1821-1870) 

Questo francese ha vissuto in tutto 48 anni, ma la sua vita potrebbe essere di ispirazione per una moderna serie tv in molte puntate. Saint-Léon era nato in una famiglia di ballerini, interpretò ruoli di primo piano nei balletti di Perrot ed ebbe come insegnante di violino nientepopodimeno che Niccolò Paganini, diventando un virtuoso che si esibì in molti concerti, poi mettendo in scena vari balletti e inventando un sistema tutto suo per registrare i passi di danza (su questo scrisse anche un trattato: “La Sténochoréographie, ou Art d’écrire promptement la danse”). 

A San Pietroburgo arrivò all’età di 38 anni, già come affermato coreografo: i suoi spettacoli erano andati in scena a Milano, Vienna e Londra. In Russia portò il suo interesse per il sapere. Saint-Léon si distingueva da molti colleghi per la grande curiosità e l’ansia di fare di tutto e di essere sempre all’epicentro degli eventi più importanti e di stare al passo con il progresso. E la Russia era negli anni Sessanta dell’Ottocento il posto migliore per far crescere la carriera di un coreografo. 

A testimonianza della serietà delle sue intenzioni c’è il fatto che il suo primo balletto, “Jovita, ou les Boucaniers mexicains”, Saint-Léon lo mise in scena nel settembre del 1859, appena due settimane dopo aver firmato il contratto con la direzione dei Teatri Imperiali. Anche in mezzo ai più produttivi colleghi del XIX secolo si distingueva, perché non solo lavorava con la puntualità di una catena di montaggio, ma, come da una cornucopia, sfornava continuamente nuovi temi, nuove idee compositive, rivoluzionarie composizioni coreografiche…

Mise in scena elementi di danze classiche sulle punte (e si trattava di danze per il corpo di ballo; il che a quei tempi era un’incredibile innovazione) e danze folcloristiche sui tacchi. E poi scene di massa, d’insieme, soliste, di maschi, di femmine, di bambini. Sembrava che la sua fantasia non avesse limiti. E a Marius Petipà (1818-1910), che era arrivato a San Pietroburgo dodici anni prima di Saint-Léon, non rimaneva che stare con invidia a guardare, uno tra tanti, come la stella del rivale brillava sempre più in alto. 

Dopo dieci anni di lavoro a San Pietroburgo, per Saint-Léon si aprirono le porte del sogno segreto di ogni artista di quell’epoca: l’Opéra di Parigi. Iniziò a lavorare alla sua prima messa in scena parigina, quando ancora non si era liberato dei doveri contrattuali in Russia. La prima di “Coppélia, o La ragazza dagli occhi di smalto” andò in scena il 25 maggio del 1870, ma dopo tre mesi, all’apice del successo, il coreografo morì, probabilmente per l’eccesso di stress e stanchezza. 

Intanto, a San Pietroburgo, il posto più importante, quello di maître de ballet dei Teatri imperiali fu finalmente occupato da Marius Petipà, che aveva aspettato questo momento quasi un quarto di secolo. Come si sarebbe presto scoperto, aveva atteso non solo facendo il lavoro sporco nelle seconde linee, ma imparando l’arte dai suoi predecessori, per diventare a sua volta, al momento opportuno, uno dei più grandi maestri del balletto di tutti i tempi.

 

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