Jascin, la vita sotto pressione del Ragno Nero

Mario Alessandro Curletto e Romano Lupi pubblicano la vita del portiere più famoso dell'Urss. Tra sport e storia
 
 La copertina del libro

Ottanta gare con la maglia della nazionale, 326 con i colori della Dinamo Mosca, cinque campionati sovietici, la vittoria di un’Olimpiade e di un Campionato europeo. Quasi novanta rigori parati da questo omone di un metro e novanta, mobilissimo in campo, dalle mani grandi come pale. Un gigante dalle braccia tentacolari. Capace, si diceva, di ipnotizzare gli avversari sul dischetto e indovinare la traiettoria del tiro. L’unico ad aver vinto, nel 1963, il Pallone d’Oro nel ruolo più individuale del calcio. La parabola umana e sportiva di Lev Jascin, il “Ragno nero” della nazionale sovietica, è raccontata in “Jascin. Vita di un portiere” (Il Melangolo, p. 240, 12 euro), appena pubblicato da Mario Alessandro Curletto e Romano Lupi, rispettivamente, docente universitario e giornalista sportivo, esperti di calcio ai tempi dell’Urss.

Sulla vita di Jašin sono in lavorazione due film – attualmente bloccati per il mancato consenso di sua moglie Valentina – sollecitati dallo stesso presidente Vladimir Putin. La speranza è che vedano la luce nel 2018, quando la Federazione ospiterà la Fifa World Cup. Ma la passione per il futbol in Russia non è certo recente e procede di pari passo con la costruzione dell’immagine del buon cittadino comunista, gran lavoratore e regolare sportivo, da parte delle autorità sovietiche. Soprattutto il calcio alimenta un clima di grande entusiasmo e partecipazione popolare. Il giovane Lev trascorre interi pomeriggi a giocare con i compagni: "Non ci fermavano né la pioggia né il fango e le battaglie calcistiche proseguivano anche sulla neve. Non avevamo un pallone di cuoio, ci accontentavamo di uno di gomma e persino di cenci".

Costruito su ampi stralci delle memorie del portiere e su un paziente lavoro di ricerca e traduzione di articoli sportivi dell’epoca, il libro è una miniera di aneddoti. Dalla predilezione per la pesca, che praticava come antistress prima di partite difficili al vizio del fumo, contro cui combatté tutta la vita senza successo. Dal suo ingresso in fabbrica, quattordicenne, come apprendista meccanico alla fissa scaramantica per un berretto che non toglieva mai, scagliato in un momento di rabbia contro un arbitro colpevole di aver fischiato un rigore inesistente.

Ma l’intera carriera di Jascin, nato a pochi anni dalla Rivoluzione d’Ottobre e morto alla vigilia della dissoluzione dell’Urss, è anche il racconto di un’epoca in cui una partita di calcio poteva diventare metafora di uno scontro tra due opposte visioni del mondo. Come il 21 agosto 1955, quando la nazionale affronta in casa la Germania Ovest. Eccezionalmente il governo concede a 1500 tifosi avversari e a duecento giornalisti stranieri il permesso di entrare nel Paese per seguire il match.

In quell’occasione, di fronte a settantamila spettatori, “comunismo” batte “capitalismo” 3 a 2. "Ho avvertito ogni secondo la pressione psicologica della partita", racconterà poi Jašin in un’intervista. O come quando sull’intera squadra si abbatte l’ira di Chruscev per la sconfitta subita agli Europei del 1964 contro la Spagna del generale Franco: "Si sono fatti battere dai fascisti. Hanno leso l’onore dello Stato sovietico". Quello di Lev Jascin è un calcio non ancora trasmesso in tv, seguito da migliaia di appassionati allo stadio o con l’orecchio incollato alla radio. Un calcio a volte capace di aprire brecce nella Cortina di ferro, più spesso condizionato dagli eventi politici,  raccontato dai due autori con precisione e nostalgia. E con un pizzico di polemica nei confronti dei “divetti” del calcio moderno che “sgranocchiano miliardi come noccioline”.

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