Le traduzioni e quei ponti tra culture

I vincitori del concorso. Da sinistra: Liu Wenfei dalla Cina, Alexander Nizberg dall’Austria, Marian Schwarz dagli USA e Alejandro Ariel Gonzales dall’Argentina (Foto: Mikhail Sinitsyn / Rossiyskaya Gazeta)

I vincitori del concorso. Da sinistra: Liu Wenfei dalla Cina, Alexander Nizberg dall’Austria, Marian Schwarz dagli USA e Alejandro Ariel Gonzales dall’Argentina (Foto: Mikhail Sinitsyn / Rossiyskaya Gazeta)

Mosca ha ospitato il Congresso Internazionale dei Traduttori letterari: raddoppiati i partecipanti, per un appuntamento che ha raccolto specialisti del settore provenienti da tutto il mondo. In prima fila, anche diversi italiani: “Siamo i rappresentanti di una diplomazia alternativa: la diplomazia della cultura”

“La traduzione come strumento di diplomazia culturale”. Con questo titolo, più che mai attuale, si è aperto a Mosca il Congresso Internazionale dei Traduttori letterari che, ormai giunto alla terza edizione, si è tenuto nella capitale russa dal 4 al 7 settembre 2014. Raddoppiati quest’anno i partecipanti: dai 150 ospiti provenienti da 20 Paesi della prima edizione nel 2010 sotto l’egida della famosa frase di Aleksander Pushkin “I Traduttori – cavalli da tiro della cultura”, si è arrivati alle attuali 250 presenze, tra agenti letterari, traduttori e rappresentanti di case editrici, arrivati da 55 paesi e riunitisi nella piacevole atmosfera della Biblioteca di Letteratura Straniera di Mosca per confrontarsi, discutere dei problemi, delle difficoltà e soprattutto delle responsabilità che implica il lavoro del traduttore.

Il successo di un libro dipende in prima istanza dal gradimento del lettore ma, per ottenerlo, è necessaria una traduzione di grande qualità soprattutto quando si tratta di gestire una lingua difficile come il russo, sia in prosa che in poesia. Grazie all’esistenza di istituzioni come l’Istituto della Traduzione di Mosca, ad eventi quali l’attuale congresso dei traduttori e allo stanziamento di fondi a sostegno dell'attività di traduzione letteraria, negli ultimi anni è qualitativamente aumentata la professionalità dei traduttori.

Ma il grande passo avanti è stato l’aver compreso che il costo che comporta la diffusione della cultura non può essere misurato sulla base delle comuni leggi di mercato: i guadagni ottenuti dalla vendita di un libro di letteratura straniera molto raramente coprono le spese sostenute per tradurlo. Il profitto quindi non deve essere l'unico parametro in base al quale scegliere quale libro tradurre e diffondere, perché in ambito culturale servono altri filtri: la sensibilità e l’emozione che permettono di comprendere la forza della parola, talmente potente da diventare un’arma.

La parola è un mezzo potente nelle mani della diplomazia ufficiale, e se ben usata, aiuta le controparti a spiegarsi e capirsi senza arrivare agli scontri verbali più accesi che, in un crescendo di violenza, possono sfociare da ultimo nell’uso delle armi. 

La parola è un mezzo ugualmente potente a disposizione di un traduttore, il quale, senza alterare il senso del testo originale, ha la responsabilità di produrre un testo che sia linguisticamente corretto e che possa arrivare al cuore di un lettore di cultura differente, risvegliando in lui sentimenti di comprensione e compartecipazione. È quindi supportando gli scambi culturali e letterari che, attraverso la traduzione e la diffusione di testi stranieri, si può cercare di diminuire gli attriti internazionali che sorgono in molte parti del mondo, alimentando sempre di più la reciproca conoscenza. In questa prospettiva, dunque, un traduttore diventa un importante rappresentante di una diplomazia alternativa: la diplomazia della cultura. 

Animati dal desiderio di preservare l’unità di uno spazio culturale aperto al mondo, i giorni del congresso moscovita hanno permesso agli specialisti del settore di confrontarsi in più di 50 sessioni di lavoro. Molte le letture tenute da famosi autori: tra questi la scrittrice Ludmila Ulitskaya le cui parole sono in perfetta sintonia con lo spirito del congresso. “Il mio primo libro venne pubblicato in Francia, solo dopo un anno in Russia. I miei testi ebbero poi successo in Europa Occidentale, finalmente in Europa Orientale, in Paesi da più di 40 anni troppo saturi di letteratura russa tradottaQuando poi mi hanno comprato i Paesi Baltici ed infine l’anno scorso in Ucraina, ho capito che lo spazio culturale è più forte di quello politico. Noi viviamo in un unico spazio culturale che dobbiamo curare e vezzeggiare e in questa prospettiva il lavoro del traduttore è importantissimo. La traduzione non è una questione che riguarda due lingue: è un problema di un mondo intero che parla. Se non ci fossero i traduttori, le culture comincerebbero a sussistere in modo separato e lo spazio culturale mondiale comune si indebolirebbe”.

A fine congresso sono stati premiati i migliori traduttori, al concorso “Leggi la Russia/Read Russia”, che si tiene una volta ogni due anni”, giunto quest’anno alla sua seconda edizione, con 112 partecipanti provenienti da 12 Paesi.

Alla selezione finale sono arrivati 17 concorrenti, tra cui due traduttrici italiane, Daniela Rizzi, nella sezione “Letteratura del 20° secolo – opere scritte prima del 1990”, per la traduzione di “Il rumore del tempo” di Osip Mandelshtam e Nicoletta Marchalis nella sezione “Letteratura russa contemporanea”, per la traduzione di “Il peccato” di Zakhar Prelepin.

Premiato Alejandro Ariel Gonzales (Argentina) per la traduzione del romanzo di Fyodor Dostoevsky “Il sosia” nella sezione “I classici della letteratura russa del 19° secolo”.

Il premio per la sezione “Letteratura russa del 20° secolo - opere scritte prima del 1990” è andato a Alexander Nizberg (Austria) per la traduzione di “Il Maestro e Margherita” di Mikhail Bulgakov; per la “Letteratura russa contemporanea” è stata premiata Marian Schwarz (USA) per la traduzione di “Il costume di Arlecchino di Leonid Yuzefovich.

Per la sezione “Poesia” il riconoscimento è andato a Liu Wenfei (Cina) per la traduzione delle opere liriche di Aleksaner Pushkin.

All'evento erano presenti anche diversi slavisti e traduttori italiani, tra cui Alessandro Niero, professore associato presso la Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell'Università degli Studi di Bologna, poeta e traduttore dalla lingua russa, Stefano Garzonio, professore ordinario di Lingua e Letteratura Russa alla Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell'Università di Pisa e Daniela Rizzi, professore ordinario di letteratura russa all'Università Ca' Foscari di Venezia.

Alessandro Niero

Come è arrivato alla lingua russa?

Ho una storia molto banale, comune a molti colleghi: ho letto Dostoevsky in italiano e mi è venuta voglia di leggerlo in russo. 

Come ha iniziato a tradurre poesia?

Io mi sono laureato con una tesi di traduzione di un racconto di Evgeny Zamyatin, uno scrittore dell'inizio del 20° secolo. Dopo qualche anno ho cominciato a tradurre poesia perché, tra parentesi, scrivo poesia anch'io. Ora sono quasi 15 anni che traduco quasi esclusivamente poesia e mi piace, mi diverte: la trovo uno stimolo eccezionale per cercare di entrare nella lingua russa ma anche per capire molto meglio la mia lingua. 

Qual è la differenza nel tradurre la prosa e la poesia?

L'approccio è abbastanza diverso: diciamo che quando traduco la prosa mi sembra di fare qualcosa di orizzontale, quando traduco la poesia qualcosa di verticale. Traducendo la prosa mi sembra di avere spazio, un territorio più ampio su cui muovermi; quando invece traduco la poesia devo rimanere più stretto – è come essere in una specie di involucro. Per quanto possa sembrare strano, mi sento più a mio agio nello stretto, perché questo mi stimola alla creatività. 

Quali sono i poeti che preferisce tradurre?

Circa un anno fa è uscito un libro di un poeta russo-sovietico Boris Slutsky ed è il primo volume di una collana di poeti del '900 che io curo. Quella forse è stata la traduzione che mi ha dato più soddisfazione. Ho poi tradotto Dmitry Plikov, poeta del concettualismo, Sergey Stratanovsky, Evgeny Rejn, Irina Ermakova, poi un poeta dell'800 di nome Fet e un poeta dell'emigrazione Georgy Ivanov. Cerco di muovermi ad ampio raggio, ma non ho mai toccato i classici, perché le cose si fanno drammaticamente difficili e non ho ancora le idee chiare su come farlo. 

Qual è l'interesse del lettore italiano per la poesia russa?

I lettori sono già pochissimi per la poesia in lingua italiana ed ancora meno per quella tradotta da una lingua straniera: quindi la soddisfazione da questo punto di vista è minima. Ho provato quindi una grande soddisfazione quando il poeta Stratanovsky, da me tradotto, ha ricevuto un importante premio. In quel momento ho sentito di non essere solo un “facchino che trasporta le parole degli altri” ma di averle trasportate in modo adeguato.

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A sinistra, il vice direttore dell’agenzia federale per la stampa e i mezzi di comunicazione, Vladimir Grigorev; la seconda da destra, il presidente del fondo sociale russo “Aleksandr Solzhenitsyn”, Natalia Solzhenitsyna (Foto: Mikhail Sinitsyn / Rossiyskaya Gazeta)

Stefano Garzonio

Cosa l'ha spinta a diventare traduttore?
Io sono uno studioso universitario. Sono quindi un filologo e, lavorando con i testi in lingua russa, ho avuto interesse a diffondere gli stessi anche in lingua italiana. Nel corso degli anni, accanto all'attività scientifica vera e propria, ho sviluppato anche quella della traduzione. Ho tradotto saggistica, studi scientifici, testi letterari tra i quali le opera di Turgenev, Lermontov e molti poeti dei 19° e 20° secoli. 

Qual è la traduzione che le dà più soddisfazione?

Amo di più la traduzione poetica perché, come tutti, anch'io in gioventù mi sono dilettato con la scrittura di versi originali, anche se ritengo la traduzione della prosa ugualmente difficile: non credo ci sia un approccio diverso nel tradurre poesia e prosa. Sia per la prosa letteraria che per la poesia l'importante è trovare una sorta di compartecipazione con l'autore, riuscire ad afferrare quello che può essere lo spirito, lo slancio che muove un testo e cercare di farlo rivivere nella traduzione. In qualche modo il traduttore è anche un po' autore, nel bene e nel male. 

 
La seconda vita del romanzo russo

La traduzione come forma alternativa di diplomazia: cosa ne pensa di quest’idea?

I traduttori hanno una grandissima responsabilità, sia nelle trattative diplomatiche dirette, sia nella loro opera di diffusione di una cultura e di una letteratura straniere. Essi infatti presentano ai lettori della propria lingua madre una mentalità differente, avvicinano due culture, evidenziando quei tratti umani comuni che caratterizzano tutti i popoli del mondo e che possono perdersi nelle incomprensioni e nelle cattive traduzioni.

Lei si sente un diplomatico della cultura?

Io insegno all'università cultura russa, quindi letteratura e negli ultimi tempi mi trovo a fare un lavoro di acculturazione, di presentazione di un altro punto di vista nei confronti della vita, del mondo e dei vari momenti della vita quotidiana. Avendo a suo tempo studiato e cercato di assimilare molti dei tratti della cultura russa, adesso mi sento di viverla anch'io direttamente ed in questa duplicità cerco di manifestarmi, di realizzarmi, in un dialogo che prima avviene nella mia mente e poi diventa un dialogo con gli altri. 

Daniela Rizzi

Cosa legge della letteratura russa il lettore italiano?

Io insegno a Venezia ed in genere, a differenza di quanto succedeva in passato, gli studenti non iniziano a studiare il russo perché inclini alla letteratura russa: a loro interessa più la lingua per motivi pratici, poi magari l’interesse per la letteratura si sviluppa e cominciano a leggere la letteratura classica dell’800 in base ai programmi universitari. E gli incontri con i classici rimangono per loro appassionanti. 

Un lettore italiano che non conosce il russo legge la letteratura russa?

La legge, ma poco. È chi ha curiosità per il Paese, per quello che succede, è una minoranza. Ci sono poi i lettori onnivori che leggono tutto. Devo dire che non sempre da parte dei lettori di letteratura russa contemporanea sento dei buoni giudizi su queste opere; magari il lettore interessato al Paese trova delle risposte alle sue domande, ma non prova piacere nella lettura. La letteratura russa contemporanea, come tutte le letterature contemporanee e quella russa in particolare, ha bisogno di un contesto: è meno internazionale, ha delle sue ragioni strettamente legate al Paese; risponde più a un dibattito letterario e culturale interno che non ad un contesto globale. In questo senso è un po’ meno comprensibile delle altre e non è facile che incontri il gusto del lettore. Mi riferisco agli scrittori russi contemporanei.

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