Aleškovskij, tra scherno e provocazione

Il libro “La cangura” offre un disegno satirico e irriverente delle tappe più buie del periodo sovietico, costruito attorno a una bizzarra vicenda nata sullo sfondo di uno zoo
 
La copertina del libro

Racconto satirico, romanzo politico, diario autobiografico. È difficile inquadrare in un solo genere “La cangura” (Voland, 368 pagine, 15 euro, in libreria dal 28 agosto), scritto nel 1974 da Juz Aleškovskij, pochi anni prima di emigrare negli Stati Uniti, dove tuttora risiede.

Possibilmente è un libro da leggere tutto d’un fiato, per non perdere il filo delle tortuose vicende esposte in un lungo monologo dal protagonista, il cui nome – Chariton Arkadij Zair Zacharovič Ohio, che lui stesso si diverte ad abbreviare in C.a.z.z. Ohio – chiarisce fin da subito la vocazione provocatoria del personaggio.

Tutto il romanzo, dalla prima all’ultima pagina, è una condanna senza appello del regime comunista. Contro il potere Aleškovskij usa l’arma, potente, dell’ironia, dissacrandone i simboli, i riti collettivi, la vuota retorica.

E s’inventa un personaggio politicamente scorretto, indisponente, ma dalla simpatia irresistibile: Ohio, alias Fan Fanyč, un ladruncolo, uno sbandato dalla vita sregolata, arrestato dalla Ceka, la polizia politica sovietica, per aver violentato e ucciso Gemma, una cangura dello zoo di Mosca.

 
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Comincia a questo punto l’incredibile racconto, un vero e proprio fiume in piena, a Kolja, misterioso interlocutore e compagno di bevute. Ohio si trova catapultato in uno scenario fantapolitico, in cui uno speciale supercomputer individua i potenziali criminali prima ancora che commettano l’azione delittuosa di cui sono accusati. Per lui comincia il “processo del futuro”, le cui immagini scorrono come un film dinanzi alla giuria e allo stesso Ohio, che inebetito e narcotizzato dai suoi carcerieri, inizia a dubitare della propria innocenza.

Siamo nel periodo delle purghe staliniane, delle delazioni e delle deportazioni nei campi di lavoro. Lo stesso Aleškovskij, appena ventenne, trascorse tre anni in prigione per violazione della disciplina militare e fu liberato alla morte di Stalin.

Il processo farsa per l’uccisione della cangura condanna Ohio a sei anni di reclusione, che sconterà in compagnia di vecchi bolscevichi nostalgici, ottusamente fedeli allo stesso regime che li ha incarcerati. E Ohio li provoca, li punzecchia, con quell’atteggiamento irriverente e sbruffone che non lo abbandona mai: "Vi faccio un bel discorsetto sulla densità delle anime per metro quadrato negli appartamenti in coabitazione, nella stanzetta papà e mammà non possono combinare niente perché i marmocchi si svegliano e frignano o ridono non capendo l’evento spirituale, più eccezionale del record di Stachanov, che sta accadendo nel letto troppo stretto. E i giovani, dopo il banchetto di nozze, non hanno un buco dove spassarsela. Come si fa a fare l’amore in una stanza, sotto gli occhi dei parenti?".

Quando non sono impegnati a dare la caccia ai topi che infestano le baracche, i prigionieri s’infervorano in animate quanto sterili discussioni politiche, che diventano il pretesto per un duro atto d’accusa contro il comunismo. La critica feroce di Ohio non risparmia nessuno: Lenin, Berija, Stalin. Fino alle figure minori del partito, colpevoli di aver dato vita ad una mostruosa macchina burocratica priva di senso, che si autoalimenta e divora se stessa. Ohio è un personaggio leggero, che non prende nulla sul serio, più interessato alle belle donne, al guadagno facile e alla vodka. E mentre il lettore, pagina dopo pagina, assiste incredulo all’assurda catena di avvenimenti e alla paradossale conclusione del caso processuale, Ohio vive la sua avventura con aria scanzonata e godereccia, rassegnato alla visione di un mondo folle e allucinato.

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