Il cinema messo a nudo

La scena di nudo più rinomata dei film sovietici è in “Andrei Rublev”, del 1966 (Foto: Kinopoisk)

La scena di nudo più rinomata dei film sovietici è in “Andrei Rublev”, del 1966 (Foto: Kinopoisk)

Nell’Urss le scene di sesso al cinema erano ufficialmente vietate. Ma questo non significava però rinunciare alle scene di nudo. Rbth spiega in che modo la nudità riuscì ad insinuarsi sul grande schermo durante l’era sovietica

Dopo la Rivoluzione d’ottobre del 1917 la gioventù russa abbracciò una teoria di libertà sessuale nota come “la teoria del bicchier d’acqua”, in base alla quale fare sesso era considerato facile quanto bere, appunto, un bicchiere d’acqua. Un concetto che i leader di partito di mezz’età non vedevano con grande favore. A partire dal 1924, anno in cui uscì il libro “I dodici comandamenti sessuali del proletariato rivoluzionario”, che condannava la poligamia e gli eccessi carnali, la censura iniziò a vigilare sulle diverse forme d’arte, e in particolare sul cinema, per scongiurare la presenza di allusioni sessuali. In base alle direttive sovietiche l’arte non doveva né rappresentare né alludere al sesso. Un atteggiamento espresso dalla massima: “Niente sesso nell’Urss”, erroneamente attribuita al ministro degli Affari culturali Ekaterina Furceva.

Film muti, scene eloquenti

La prima scena di nudo del cinema sovietico finì per essere tagliata. Era contenuta in “La Terra”, un film muto di Aleksandr Dovzhenko, nel quale la fidanzata di un contadino socialista che viene assassinato dal figlio di un ricco agricoltore ne piange inconsolabile la scomparsa per più di un minuto - nuda. La scena fu giudicata troppo innovativa per il 1930, anno di uscita del film. Qualche anno dopo fu la volta di “Un giovane severo”, nel quale apparivano una nuotatrice nuda e una giovane comunista in tanga (nel 1934!), e che fu prontamente censurato. Con il tempo però la situazione cambiò. La regola “niente sesso” non implicava necessariamente “niente scene di nudo”. Anzi: i film sovietici girati tra la fine degli anni Trenta e gli anni Sessanta erano a questo riguardo più permissivi dei quelli prodotti negli Usa secondo le direttive del rigoroso Codice di produzione, che vietava completamente qualsiasi scena di nudo (e non ammetteva nemmeno che si mostrasse la sagoma di un corpo nudo). Per i censori sovietici invece la definizione di “erotico” non coincideva con “nudità”, ma si riferiva a “qualcosa direttamente collegato alle attività sessuali”: baci protratti, scene girate in camera da letto, danze allusive.

Le scene nelle quali si faceva il bagno o si nuotava - nudi - erano considerate accettabili. Pare che nel tentativo di eliminare ogni possibile sovrapposizione tra sesso e nudità, censori e i registi raggiunsero una sorta di tacito accordo che li portò a favorire la presenza di scene di nudo laddove uno meno si sarebbe aspettato di trovarne. Nei film romantici, tra le trovate più libidinose che si riuscì ad escogitare vi è quella di far indossare una maglietta bagnata a una bellezza in procinto di annegare (“Uomo anfibio”, del 1962) o mostrare un uomo e una donna su un’isola deserta, accanto a un falò, nudi ad eccezione di una piccola copertina (“Il quarantunesimo”, 1956). Nei film drammatici invece, seni e natiche apparivano sullo schermo senza subire censura. Uno dei primi esempi di ciò è rappresentato dal film di ispirazione ideologica “Tanya” (titolo originale “Sentiero di luce”, del 1940) in cui si intravedono, attraverso un vetro semiopaco, alcune donne nude intente a lavarsi nella doccia di una fabbrica.

L’amore nei film di guerra e nelle commedie

Per qualche motivo i film di guerra erano particolarmente ricchi di scene simili: una donna che si cambia davanti allo specchio, con il seno in bella vista (“L’orologio si è fermato a mezzanotte”, 1958), una ragazza che si lava in una caserma durante la Seconda guerra mondiale (“Quattro venti del Paradiso”, 1962) e, naturalmente, l’epica scena della sauna nel tragico “Qui le aurore sono calme” (1972), nella quale appaiono una decina di belle ragazze nude. Padri e nonni sovietici si auguravano che il contesto drammatico della trama non gli rovinasse il piacere di poter ammirare le grazie delle attrici. E i film che contenevano scene di nudo venivano visti e rivisti più volte. Talvolta le scene erotiche superavano la censura perché erano presentate come pretesto comico: è il caso dell’episodio della spiaggia nudista nel film (per altri versi drammatico) “La strada per Calvary” (1957), aggiunto per irridere le classi agiate della Russia del 1914.

 
Il museo dell'Eros di Mosca

In “Il sole bianco del deserto” (1970) vi è una scena comica nella quale le donne di un harem musulmano, nel tentativo di nascondere il proprio volto ai soldati dell’Armata Rossa, si sollevano le gonne e mostrano il seno. Un altro esempio è rappresentato dallo spogliarello in cui l’attrice Svetlana Svetlichnaya si esibisce nella commedia di grande successo “L’arma di diamante” (1969): una scena relativamente pudica che colse di sorpresa il popolo sovietico e che mostrata sul grande schermo provocò grande scalpore. Secondo l’esperto di cinema Grigory Tarasevich, “le scene di sesso nei film producono delle reazioni naturali e inducono gli spettatori a desiderare di potervi prendere parte. Purtroppo nel cinema sovietico ciò non accadeva: le scene di nudo erano avulse da contesti sensuali, il che scongiurava qualsiasi tipo di coinvolgimento da parte dello spettatore”.

Nudo per esperti

Una citazione a parte meritano i registi come Andrei Tarkovski e Sergei Parajanov, che lontani dal cinema commerciale e mossi da ambizioni più artistiche erano considerati dei piantagrane - mentre i loro film, che spesso contenevano riferimenti alla nudità e al sesso, subivano pesanti tagli (come “Ombre di antenati dimenticati” (1964) di Parajanov) o non potevano essere distribuiti nell’Urss. Eppure in quegli stessi anni erano proprio i film di Tarkovski e Parajanov che rappresentavano con successo il cinema sovietico nei festival internazionali. La scena di nudo più rinomata dei film “artistici” sovietici è contenuta in “Andrei Rublev” (1966) e rappresenta un rituale slavo nel quale decine di uomini e donne attraversano di corsa una foresta, nudi, sotto lo sguardo del monaco e autore di icone Rublev. Negli anni Settanta la censura sovietica si era ormai ammorbidita, il che permise ai registi di spingersi, gradualmente ma inesorabilmente, oltre i limiti del lecito. La pietra miliare del decennio è rappresentata dal film “Air Crew” (1979), considerato scabroso perché conteneva una scena di una coppia a letto. Da quel momento in poi le scene “scandalose” si susseguirono senza sosta, e negli anni Ottanta il pubblico sovietico era libero di godersi scene erotiche di ogni tipo - a patto che non si trattasse di pornografia.

L’ultima frontiera è caduta nel 1988 con “Piccola Vera”: un dramma sociale dai toni deprimenti che presentò per la prima volta al pubblico sovietico una vera e propria scena di sesso. Ironicamente, il detto “niente sesso in Urss” su cui questo articolo si basa venne pronunciata in realtà solo due anni più tardi, nel 1986, quando già appariva un po’ superata. Dopo il crollo dell’Urss la domanda per scene di nudo e di sesso sul grande schermo iniziò ad essere ampiamente soddisfatta dai film stranieri, che alla fine degli anni Ottanta avevano iniziato ad inondare i cinema russi e il mercato degli home video. Al tempo stesso, l’assenza di una vera e propria censura dava ai registi contemporanei un ampio margine di libertà nel girare scene erotiche. Oggi in Russia, sia al cinema che alla televisione, qualsiasi contenuto “per adulti” deve essere chiaramente dichiarato e accompagnato da indicazioni circa l’età del pubblico a cui l’opera di rivolge.

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