Il volo di Volodja, dalla gloria all'oblio

Il libro di Giuseppe Ottomano, edito da Miraggi Edizioni, racconta la vita di Vladimir Ilych Yashchenko, a lungo primatista mondiale nel salto in alto
 
 La copertina del libro

L'angelo biondo che saltava verso il cielo su una pista d'atletica. Riscrivendo la storia dello sport. Istintivo, nevrotico, empatico, lettore di classici russi. Diverso dal campione sportivo sovietico degli anni Settanta. Con “Il volo di Volodja”, edito da Miraggi Edizioni, in libreria a giugno, Giuseppe Ottomano racconta la vita di Vladimir Ilych Yashchenko, per tutti Volodja, a lungo primatista mondiale nel salto in alto. Un talento sfuggito a una fabbrica metallurgica che veniva fuori a 17 anni nel 1996 durante un meeting di atletica a Richmond tra le rappresentative juniores di Stati Uniti e Unione Sovietica.

Sprint, balzi, lancio del peso per sfumare le tensioni della Guerra Fredda. Volodja faceva saltare il banco, canottiera rossa con falce e martello centrava il primato con 2,33 metri, un centimetro in più del record del mondo detenuto dal campione statunitense Dwight Stones. Con la benedizione di Sports Illustrated, la Bibbia dello sport americano che vedeva per lui un grande futuro. Praticava lo stile ormai vintage dello scavalcamento ventrale, concepito negli anni Trenta in sostituzione della goffa sforbiciata. E che avrebbe ispirato gli Offlaga Disco Pax con “Ventrale”, in cui veniva espressamente citato. Una tecnica sorpassata già da un decennio da quella dorsale, detta Fosbury, dal cognome dell’atleta americano che la lanciava per la prima volta negli anni Sessanta.

A Milano, due anni dopo, arrivava a 2,35 metri, durante gli Europei. “La gara era data in tv dalla Rai. Ma il salto di Volodja fu oscurato, mentre si accingeva a saltate, linea alla rete, poi al telegiornale. Gli italiani poterono ammirarlo solo durante una trasmissione sportiva in seconda serata, la Domenica Sportiva. Era tutto diverso, l'informazione trattava sport come l'atletica in modo diverso, senza canali tematici, a pagamento. Meno attenzione mediatica, meno divismo degli atleti..” spiega l'autore del libro, Giuseppe Ottomano.

Dopo il salto vincente di Milano, per Volodja arrivava la gloria. Copertine, quotidiani, tv. Era il frame dell'Urss che con i suoi campioni sportivi provava a mettersi alle spalle l'Occidente. Secondo il potere governativo, anche grazie al suo viso e ai suoi salti, la destalinizzazione brezneviana era ormai archiviata. “In alto per un istante per poi cadere di botto”, recitava La canzone dell'atleta del poeta e chitarrista russo Vladimir Vysotskij. Perché Yashchenko l'anno dopo si infortunava a un ginocchio. E veniva curato male, per poi essere rimesso subito in pista.

“Era stato indotto con il trucco a partecipare a una gara dal medico sociale dell'Urss – spiega Ottomano-. La sua fama era troppo grande per rinunciarvi, soprattutto per le pressioni che arrivavano dai dirigenti sportivi sovietici. Doveva gareggiare, non importava se zoppo. Sul suo infortunio, le autorità dell'Urss fecero calare il silenzio. Il popolare quotidiano Sovietskij Sport aveva spedito un suo inviato all'ospedale di Mosca per saperne di più, respinto con perdite. E il suo problema al ginocchio veniva preso con leggerezza da tutti. Era solo un prodotto da esportare, come avveniva in Urss e in Germania Est.

Volodja, caduto nell'oblio, non si riprese mai più. Nel 1989 i dirigenti sovietici facevano uscire sui giornali articoli non veritieri su di lui, in pratica non sarebbe rientrato in gara per mancanza di impegno. Addirittura fu portato in un ospedale psichiatrico, prima di essere dimesso”.  Lo zenit della popolarità, prima della rapida discesa. Fino all'anonimato, a una quotidianità di stenti, segnata dall'alcolismo. La caduta di Yashchenko è un copione mandato a memoria più volte nella storia dello sport sovietico. E si ripeterà sino alla fine dell'Urss.

“A lui è mancata anche l'affermazione alle Olimpiadi di Mosca 1980, a casa sua. Se non salti ai Giochi, nella gara che regala il palcoscenico eterno, è facile essere dimenticati – aggiunge Giuseppe Ottomano -. E la rimozione è dovuta al suo stile ventrale. È stato l'ultimo campione a usare quella tecnica, quindi è stato etichettato come il passato. Anche se Volodja rappresentava il volto moderno dell'Urss, con look diverso, non sovietico, istintivo e spontaneo verso il pubblico, diverso dall'eroe robot sovietico. Aveva anche tic nervosi, insomma lontano dallo stereotipo di atleta compassato, controllato”. Gli scienziati aerospaziali sovietici ritenevano che, viste le sue doti naturali di coordinazione e di plasticità nei movimenti, Volodja sarebbe potuto arrivare a saltare fino a 2 metri e mezzo. Non ha fatto in tempo. Moriva a 40 anni, consumato dall'alcol.

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