Letteratura, lo sguardo dell'Occidente

Dmitri Bak (Foto: PhotoXpress)

Dmitri Bak (Foto: PhotoXpress)

Perché i libri russi rappresentano solo una minima parte delle opere tradotto all'estero? Il professor Dmitri Bak spiega le tendenze che si alternano sugli scaffali delle librerie europee e americane

Stando alle statistiche, sul mercato americano la letteratura tradotta occupa una percentuale molto elevata. Tuttavia, all’interno di questa percentuale, la letteratura russa rappresenta solo un valore irrisorio. Non c’è una richiesta seria per le particolarità nazionali e per l’esotico. Nei casi in cui questo interesse esista, esso non è rivolto alla Russia, bensì a Paesi della barriera corallina. La grandezza della letteratura russa, in generale, non è richiesta, o meglio, si sta disperdendo. Come la grandezza della letteratura tedesca, francese e africana. C’è stata una globalizzazione letteraria, tutto esiste su un piano di parità, in un campo generale.

Naturalmente, i marchi classici non sono scomparsi. Eppure, entrando in una libreria, in Occidente, si può notare come la sezione di qualsiasi letteratura straniera si riduca solo a un paio di nomi, che non è già più obbligatorio leggere. È sufficiente sapere che esistono: Tolstoj, Dostoevskij, Cechov. C'è il marchio Solzhenitsyn, Pasternak e Bulgakov. Dei nuovi autori, in questo elenco, troviamo Pelevin e Akunin, nonostante essi siano ancora sotto discussione. Dopodiché, il mercato letterario viene riempito a seconda degli sforzi degli agenti letterari.

Si prenda, ad esempio, Vladislav Otroshenko. Sì, egli non rientra nell’elenco precedente, tuttavia, in Italia, è tradotto molto attivamente, questo perché qualcuno ha ritenuto che questo scrittore, che ricorda lo stile di Nabokov, potesse entrare sul mercato italiano. Si è fatta una prova, e ha funzionato.

Ci sono scrittori che sembrano essere richiesti nel Paese di esportazione, vale a dire, da noi, ma che poi, all’improvviso, non funzionano nei Paesi di importazione. Gli esempi sono molteplici. E non solo perché sono troppo russi o provinciali, ma per ragioni non facilmente percettibili, di natura sociologica. È come l’andamento della borsa, così strettamente legato alla sottile situazione economica.

Il livello della letteratura russa è ancora eccezionalmente alto. Eppure trasferirlo in un altro contesto è molto difficile, quasi impossibile. Vi è un certo enzima umano comune. Nella letteratura nazionale esso è presente in dosi più piccole ed è un po’ meno accentuato. Per questo gli autori letterari immigrati sono quelli che hanno maggiori probabilità di diventare un prodotto di esportazione. Qui si può citare il caso di Iosif Brodskij e del suo saggio in lingua inglese, o di Vladimir Kaminer, che scrive in tedesco, o di Andrej Makin e Andrej Kurkov che invece scrivono in francese. Tutti loro sono stati molto ben accolti. Eppure colui che ha ricevuto un riconoscimento davvero consistente è stato solo Nabokov. Non tutti gli americani si ricordano che è russo. Si tratta, però, ancora di letteratura russa, oppure no?

Recentemente ho riletto “A voce alta-The Reader” di Bernhard Schlink, dal quale è stata tratta una celebre pellicola hollywoodiana. Sono rimasto colpito da come sia stato accolto bene dal pubblico: una generazione che cerca di rivedere il passato, l’Olocausto, la guerra, il nazismo. Riuscire a posizionare il proprio romanzo sullo scaffale del lettore straniero è molto difficile. Schlink scrive in tedesco ed è letto in tutto il mondo, perché al mondo interessa la Germania, la quale, a differenza di altri Paesi, è ancora legata all’eredità del nazismo. Ma si tratta più di un’eccezione che della regola.

Tutti sappiamo che, a suo tempo, Thomas Mann non ebbe successo negli Stati Uniti, mentre sì lo ebbe Remarque, che analizzava la psicologia di una generazione perduta, forse anche meglio di Hemingway. Mentre di Thomas Mann dicevano: ancora una volta queste sue cosucce continentali e la metafisica...

Ricordo il caso di un professore giapponese che durante una conferenza negli Stati Uniti disse: “È tutta la vita che mi dedico alla letteratura russa, e sono arrivato alla conclusione che la prosa russa ha quattro caratteristiche principali. La prima è che è eccessivamente lunga. La seconda che è edificante. La terza che è oscura e priva di umorismo. Infine, la quarta è che l’autore si mette al di sopra del lettore, assumendo un tono arrogante. Poi, però, c’è uno scrittore, Sergej Dovlatov, che, invece, è tutto il contrario. La sua non è una predica. Egli parla al lettore come a un pari. È divertente e conciso”.

Il professore giapponese esagerava. La letteratura russa non è arrogante, semplicemente scava troppo in profondità per una persona comune. Se vogliamo evidenziare l’enzima della russianità, esso è evidente in relazione alla letteratura e all’ipertesto. Questa letteratura, che oltrepassa i suoi stessi confini e ha un impatto diretto sulla vita, è come un sermone. Non è che tale atteggiamento non sia accettato nel mondo, ci saranno sicuramente atteggiamenti analoghi. Semplicemente è qualcosa difficile da convertire e tradurre.

L'autore è professore presso l’Università statale russa di studi umanistici (RGGU) e direttore del Museo statale della letteratura

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