Odessa, sospesa tra inferno e paradiso

La storia sociale e culturale di una delle città con maggior valenza simbolica della Federazione. Dalla fondazione a oggi. Passando per Ejzenshtejn...
La copertina del libro

Cosa possono avere in comune il ragionier Ugo Fantozzi, celebre personaggio della commedia all’italiana, e un saggio di storia su un’antica città del Mar Nero? La risposta è nell’ultimo libro di Charles King “Odessa – Splendore e tragedia di una città di sogno” (Einaudi, pp. 326, 30 euro), che ripercorre la storia della città marittima ucraina, fondata nel 1794 dal mercenario napoletano José de Ribas (a cui ancora oggi è dedicata la centrale via Deribasovskaja) e celebre per la sua imponente scalinata di pietra, “una delle più famose al mondo” come ricorda l’autore, che dal centro urbano arroccato sulla collina si srotola attraverso 220 gradini e 10 pianerottoli verso il mare fino al porto.

La risposta si trova su quella scalinata, lì dove è stata girata la scena madre del film “La Corazzata Potemkin” (1925) di Sergej Michajlovic Ejzenshtejn la cui fama, seppure sotto la versione storpiata di titolo e regista “La Corazzata Kotiomkin di Serghei M. Einstein”, si è insinuata in Italia persino nella saga televisiva nazional popolare sul ragionier Ugo Fantozzi (precisamente ne “Il secondo tragico Fantozzi” del 1976), in cui lo sfigato protagonista, esasperato dall’ennessima pellicola del cineforum aziendale che il “megadirettore” imponeva ai suoi dipendenti, sale sul palco ed urla tutto il suo blasfemo disappunto ricevendo dalla platea oppressa i famosi “92 minuti di applausi”. Attraverso questo aneddoto comico, Odessa e la sua scalinata-simbolo sono entrate nelle case di milioni di italiani.

Parodia a parte, “La corazzata Potemkin” è per King il “prodotto culturale più importante nella storia moderna di Odessa” che consacrò la città come la “Riviera Rossa” dello Stato sovietico dove, ancora all’epoca di Chruscev e Breznev si poteva trascorrere una “vacanza sussidiata dall’ufficio o dal lavoro in fabbrica”. Ma, osserva l’autore, il “film-manifesto”, commissionato dal Comitato centrale del Partito comunista per celebrare i 20 anni della Rivoluzione del 1905, testimonia anche la propaganda culturale di epoca staliniana, visto che i fatti storici riportati sono stati filtrati da quel “mito creativo” che ha l’obiettivo di sublimare la realtà storica per innalzarla al modello eroico promosso dall’ortodossia politica del momento.

Questa analisi è solo un esempio dell’abilità di King nell’aver saputo arricchire il suo saggio di storia con una cronaca poliedrica, che include tanto i censimenti demografici e i documenti d’archivio quanto i ritratti di paesaggi, personaggi (con descrizioni somatiche, aneddoti della  vita privata e nozioni sui costumi dell’epoca) e opere cinematografiche e letterarie particolarmente esemplificative delle trasformazioni della città. E così, oltre alla famosa pellicola di Ejzenstein di epoca staliniana, troviamo ad esempio “I due soldati” (1943), un film di propaganda di guerra che raccontava il Secondo conflitto mondiale in corso, in cui uno dei due protagonisti è originario di Odessa, “il paradiso meridionale dell’Unione Sovietica ora schiacciato dallo stivale dei fascisti”. Tra le opere letterarie, invece, il romanzo “I cinque”(1935) del leader sionista Vladimir Jabotinskij che, attraverso la storia di una famiglia di ebrei russi di successo, racconta il periodo di transizione tra il XIX e il XX secolo ad Odessa e dei continui tumulti che sconvolsero la città. Lo stesso periodo in cui nella comunità odessita arrivarono il giovane e futuro rivoluzionario Lev Trockij, per proseguire gli studi secondari, e il medico Il’ja Il’ic Mecnikov, poi Premio Nobel, a cui oggi è intitolata l’università nazionale di Odessa.

Ma il filo conduttore della ricostruzione di King è l’eterogeneità di Odessa che l’ha resa, a seconda delle fasi storiche, ora una città felicemente cosmopolita (composta da russi, ucraini, ebrei, greci ecc.) ora un magma di conflitti interni, aggravati a tratti dalle ricadute di guerre e scontri di più vasta portata. Tra questi King ricorda in numerosi passaggi - sbilanciando forse eccessivamente il focus della narrazione - gli episodi di antisemitismo che avvennero durante la Seconda Guerra Mondiale sotto il dominio della Romania nazista, alleata di Hitler contro la Russia di Stalin, culminando in un vero e proprio sterminio della comunità ebraica odessita.

Dopo la guerra, nel momento in cui Odessa viene riconquistata dalla Russia sovietica e la Romania, che solo pochi anni prima aveva partecipato al massacro, diventa uno Stato comunista alleato dei russi, allora anche le pagine dolorose della storia vengono accantonate. King ci pone di continuo davanti al dritto e al rovescio della medaglia. Un gioco di luci e ombre che s’incarna anche nella stessa conformazione del territorio, dove alla città visibile in superficie si contrappone una “Odessa sotterranea”, fatta di grotte, passaggi segreti e catacombe. La manifestazione sociale di questi “inferi urbani” era il popolo di faccendieri e imbroglioni, che aveva il suo epicentro nella borgata di Moldavanka e che riuscì a fare persino della peste e delle epidemie un business, garantendo con un sistema di tangenti la possibilità di evadere le regole d’isolamento della quarantena e aumentando i prezzi del cibo nell’unico bar disponibile nel lazzaretto. 

Alla fine l’identità storica di Odessa sembra essere proprio in questo paradosso continuo. Un’immagine che l’autore ci restituisce descrivendola come “una città fondata da un mercenario napoletano (De Ribas, ndr), battezzata da un’imperatrice (Caterina la Grande, ndr), governata dal marito segreto di lei (Potemkin, ndr), costruita da due nobili francesi in esilio (Richelieu e Andrault, ndr), modernizzata da un conte educato a Cambridge (Voroncov, ndr) e celebrata dall’amante russo della moglie di quest’ultimo (lo scrittore Puskin, ndr)”.

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