Pagine proibite all'ombra della Storia

Di giorno l'impegno per rafforzare la propaganda staliniana. Di notte il suo diario: intimo, doloroso, spaesante. Esce in Italia il Diario Proibito di Olga Berggol'c. Un racconto in presa diretta degli abissi della guerra
La copertina del libro

Nel settembre 1941 i tedeschi danno inizio all’assedio di Leningrado. Comincia per la città il periodo più duro della sua storia. Novecento terribili giorni durante i quali i cittadini patiranno atroci sofferenze. La fame, il freddo e le bombe decimano un popolo stremato a cui la propaganda dell’epoca vuole assegnare a tutti costi la parte dell’eroe. Secondo le stime ufficiali le vittime saranno 700mila, ma per alcuni il bilancio sfiorerà il milione.

In questo scenario di dolore si muove Olga Berggol’c, giovane intellettuale a cui il partito ha affidato il compito di costruire l’immagine del russo coraggioso, disposto ad enormi sacrifici in nome della libertà di patria. Olga diventa la voce di Radio Leningrado. Il suo “Poema di febbraio” sostiene e incita i concittadini alla resistenza. Ma Olga racconta segretamente nei suoi diari un’altra Leningrado: isolata, affamata, distrutta dalle granate che si abbattono senza sosta. Sono pagine pericolose, lo intuisce lei stessa. Tanto da decidere di seppellirle in un cortile. Quelle carte, ritrovate e pubblicate in Russia nel 1991, arrivano ora anche in Italia edite da Marsilio (“Diario proibito. La verità nascosta sull’assedio di Leningrado”).

La Berggol’c è fin da giovanissima una promettente poetessa. Le sue composizioni ottengono riconoscimenti tali da farla divenire una voce autorevole dell’intellighenziadi quel periodo. Bella, indipendente, forte. Non ha ancora trent’anni ed è al secondo matrimonio; nonostante la perdita di due figlie è ancora innamorata della vita. È, soprattutto, una convinta sostenitrice della Rivoluzione, nei cui ideali ritrova la sua personale visione del mondo. Ma quelle certezze s’infrangono nel dicembre 1938, quando, sospettata ingiustamente di aver congiurato contro il partito, è imprigionata e torturata perdendo il terzo figlio che porta in grembo.

Il diario comincia proprio con la sua scarcerazione. All’inizio sono barlumi di memoria, appunti sporadici, un lento risvegliarsi della coscienza dopo l’esperienza traumatica, mai superata, della prigionia. Poi gli appunti si fanno via via più frequenti con il protrarsi dell’assedio.

Se durante il giorno Olga è la voce sicura che sostiene i suoi concittadini, di notte è una donna confusa, lacerata dal dissidio tra verità e finzione: "Mi sento come sdoppiata – scrive nell’aprile del ‘42 –. Ascoltando la radio e leggendo i giornali capisco in quale abisso di menzogna siamo precipitati". Mentre nel resto del Paese viene propagandata l’eccezionale resistenza di Leningrado, la Bergool’c descrive segretamente "la congiura del silenzio", che ignora "i cadaveri nelle strade, le fosse comuni, le violente incursioni dell’artiglieria". Pochissimi sono gli aiuti alimentari che riescono ad aggirare il blocco nazista e la distrofia – la morte per fame – è una parola che il regime proibisce di pronunciare. Le vengono segnalati casi di cannibalismo. Al culmine dello sconforto Olga Berggol’c ha parole di fuoco verso Stalin: "Non gli importa nulla di noi". Accusa il partito di distorcere la realtà e invoca per la sua Leningrado una «parola autentica» a cui, inconsapevolmente, ha contribuito lei stessa cinquant’anni dopo con i suoi scritti.

Ma nell’orrore di quei giorni e alla “grande” storia s’intreccia il filo delle sue vicende quotidiane: il dolore per la perdita dell’amatissimo Nikolaj, la nuova relazione con Jurij, l’angoscia per i familiari. E, ancora, femminili preoccupazioni per il suo aspetto: "Sono magra come uno stuzzicadenti e tutto questo a causa di una vita sregolata e per essermi trascurata. Quando rifiorirò?".

Il diario di Olga è un racconto in presa diretta dagli abissi della guerra, ma anche la parabola umana e professionale di una donna che vuole, nonostante tutto, servire il proprio Paese. E la scrittura è l’antidoto alla sofferenza e alla morte, un modo per rendere giustizia alla sua condizione di intellettuale: "La gente continua a morire nelle case che dall’inverno sono costantemente gelide e buie, ma l’umore generale è migliorato e affiora sempre di più la sete di vivere. Scrivere, scrivere".

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