Cinema, la rinascita di una nazione

Andrei Tarkovskij sul set di Stalker, 1979 (Fonte: Georgij Pinkhasov/Magnum Photos/Grinberg Agency)

Andrei Tarkovskij sul set di Stalker, 1979 (Fonte: Georgij Pinkhasov/Magnum Photos/Grinberg Agency)

Le avanguardie, il socialismo reale, la stagnazione brezneviana e la Perestrojka. I film come luoghi privilegiati per osservare e comprendere le dinamiche sociali. Da Ejzenstein a Sokurov.

Un corpo a corpo con le immagini. Una battaglia visionaria e visuale che va avanti da quasi un secolo. Per usare il cinema come momento di trasformazione della società. Perché, in nessun altro luogo come in Russia, è impossibile declinare la settima arte senza valutarne, in ogni frangente, la sua portata politica. Le avanguardie e la Rivoluzione d'Ottobre, il realismo epico e il socialismo reale, il nuovo, sublime, cinema che parte dagli anni '50 e la stagnazione brezneviana. E ancora: l'oscuro e al tempo stesso lirico nichilismo à la Tarkovskij e la Perestrojka, l'analisi spietata della società e la tragedia degli anni '90. Un osservatorio, il cinema, che più di ogni altro consente di conoscere - meglio: di vedere - la storia recente della Russia.

Un percorso che trova nei film le tappe obbligate. E si tratta di un cammino incerto, insicuro. Perchè il cinema russo è, forse ancora oggi, sottoposto a una doppia lettura. Negli anni che hanno preceduto e seguito la Seconda Guerra Mondiale, l'Occidente non aveva il minimo interesse ai "campioni d'incassi". L'attenzione era tutta per i capolavori di Ejzenstein e affini. Un'attenzione doverosa, certo, ma semplicistica. Perché il cinema sovietico, quello censurato e non, mostra tutte le dinamiche di un tentativo quasi titanico: quello di costruire uno Stato a immagine e somiglianza dell'Arte; e quello di ritenere l'Arte come luogo privilegiato del nuovo patto sociale imposto dalla Rivoluzione d'Ottobre.

E qui è doverosa la messa a punto di una prospettiva. L'intero cinema russo è Cinema della Rivoluzione: scrittura attraverso le immagini che racconta, mostra - o nasconde - il tentativo di instaurare il socialismo in terra. E che poi ne racconta le fallimentari conseguenze. Da qui parte uno degli strumenti più utili per la comprensione della Kinografia. Si tratta de Il cinema russo attraverso i film, una raccolta di saggi edita da Carocci e curata da Alessia Cervini e Alessio Scarlato. Un viaggio in dodici film per seguire, nell'arco di un secolo, un Paese alla ricerca della propria identità.

Perché è proprio attraverso i film che si può incontrare la cultura e la storia russa. E chi ne vuole comprendere e possedere i segreti, è quasi obbligato a un'educazione visiva. Basta pensare a un altro capolavoro di Tarkovskij, Solaris. Qui tutte le dinamiche presenti negli anni '70 emergono in modo imponente, seppure diluite da lirismo e ricerca del senso della propria individualità. La delusione per la corsa allo spazio come venir meno della dimensione collettiva su cui si era poggiato l'intero ethos della Nazione. La ricerca delle radici, via dalle città, dal potere, dalla Rivoluzione stessa.

Rivoluzione cancellata nei film che accompagnano la caduta del regime. Su tutti, La piccola Vera di Vasilij Pichul, 1989. Un film dove l'Ottobre, semplicemente, non c'è più. Dove il tono emotivo delle persone, degli spazi è qualcosa che va al di là del disincanto: è lo specchiarsi nel nulla che si è diventati e nella propria incapacità a mettere in atto processi di rinnovamento. Un perdersi in un presente senza via d'uscita. Il cinema è in rivolta: contro l'oggetto che aveva raccontato per decenni, contro la Rivoluzione. Ma proprio perché ne era fallito il versante politico.

Parte del cinema recente conserva, infatti, in modo intatto il suo spirito "rivoluzionario". Avanguardie estetiche il cui scopo è demolire, mostrandole, le sacche di pura conservazione consumistica presenti nella società. Da Brat di Balabanov fino ai recenti lavori di Sokurov. L'Arca Russa, dove nell'unico piano sequenza che compone il film - un affronto all'arte "sovietica" del montaggio, un parricidio - e che attraversa l'Hermitage la Rivoluzione è presente solo nella modalità dell'assenza. Fino a Faust dove è smascherata l'ambizione tracotante del potere. È da qui che il magistero del cinema russo continua: nel fornire ancora un'idea di cinema come luogo nel quale la politica perde le sue corazze e viene riportata a un'altezza dove deve rispondere alla forza critica delle idee, delle immagini.

L'articolo è stato pubblicato sulla versione cartacea di Russia Oggi del 14 novembre 2013

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