Michael Jackson e il docu-film sulla sua avventura moscovita

Venti anni fa il Re del Pop visitava a sorpresa la capitale russa per una tappa del tour "Dangerous"

Sono passati esattamente 20 anni da quando il Re del Pop decise di visitare a sorpresa la capitale russa per una tappa del suo tour "Dangerous", un paio di settimane dopo essere stato pubblicamente accusato (per la prima volta) di abusi sui minori e un paio di settimane prima che i carri armati dell’Armata Rossa bombardassero il Parlamento, sancendo definitivamente la fine dell’era sovietica, davanti alle telecamere della CNN, che ripresero l’evento in diretta.

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Michael Jackson, allora trentacinquenne, toccò il suolo tra il Giappone e Israele per un solo spettacolo, ma la vera avventura ebbe luogo off-stage. Del resto, il nome del tour, “The Dangerous World Tour”, già la diceva tutta.

Il film-documentario “Michael Jackson, il Caso di Mosca” ha proprio tutto: ci sono i bambini, l’esercito e molto altro. Il regista Egor Trubnikoff, l’uomo del mistero della scena cinematografica russa, svela le ragioni che stanno dietro al suo provocatorio documentario-tributo al Re del Pop, realizzato con fumetti disegnati a mano, che ricordano i ritratti che vengono fatti durante i processi, testimonianze dirette di alcune persone che presenziarono all’evento e vecchie riprese di Michael Jackson - dal valore inestimabile - ritrovate sugli scaffali polverosi di un ufficio prima che venisse chiuso.

Sta quindi dicendo che si trattava di una scatola che pensava fosse andata perduta anni fa e che poi ha ritrovato per caso, spostando alcuni mobili?

Sì, anche se non è andata proprio così. Non sono stato io a ritrovare i nastri. È stato il cameraman, il signore dietro alla macchina da presa a cui Jackson disse “Ti trovi sempre nel posto giusto tu”, mentre passeggiava, di notte, vicino alla Piazza Rossa. Jackson aveva, in effetti, ragione. Quelle riprese, girate da diverse angolature, costituiscono un materiale inedito dal valore inestimabile. Si tratta perlopiù di scene tagliate e scartate dalle emittenti televisive. Una vera e propria miniera d’oro per chi si dedica al cinema storico, per non parlare di chi scrive la storia.

Quali lati personali di Michael Jackson emergono dal documentario? Per caso, viene rivelato il suo lato oscuro?

Nessun lato oscuro, nessun racconto che dia i brividi e nessun indizio circa il suo processo, a parte gli schizzi che abbiamo utilizzato per sostituire le parti mancanti o coperte da copyright - che ricordano, per l’appunto, i ritratti che vengono fatti nelle aule di tribunale. Il documentario mette in risalto la sensazione di profonda e totale incomprensione che Jackson suscitò, dopo il suo show, anche in quella manciata di fan russi che esistevano 20 anni fa e che si recarono fino a Mosca per vedere il suo spettacolo. Nemmeno se fosse arrivato qualcuno da Marte, il livello di incomunicabilità sarebbe potuto essere così profondo. In questo sciame di ammiratori, in parte cinici ma perlopiù fiacchi, Jackson appare solo, come forse non lo era mai stato prima e lo sarebbe stato dopo, con indosso la sua stravagante giacca di Peter Pan e, tra le mani, un barattolo di marmellata alla ciliegia, fatta in casa. Abbiamo dovuto tagliare la scena in cui rimane fermo immobile per diversi minuti sul palco, prima di intonare la canzone di apertura, quando è solo la pioggia che ti fa intuire che si tratta di una ripresa video, e non di una fotografia. Il messaggio di tutto il documentario è riassumibile in questo episodio. Jackson era solo, uno straniero a Mosca (come il titolo della canzone che scrisse in un momento di solitudine nella camera di albergo di Mosca: Stranger in Moscow, ndr): è esattamente così che lo vediamo nel film. È come se le persone che lo circondavano, in realtà, non fossero lì, e ci fosse solo lui. Siccome lui, però, non può parlare per se stesso, sono altre persone a farlo.

Le persone che ha intervistato, chi sono? Perché ha scelto proprio loro?

È tutta gente che assistette di persona, e da diverse angolature, all’evento. I bambini dell’orfanotrofio che Jackson visitò e che ora sono tutte persone adulte. Una pop-star russa, ormai in pensione, che credeva che Jackson provenisse da un altro pianeta. Alcuni bambini che sono diventati stelle della Tv e musicisti dopo aver visitato quello show. Persone a cui venne dato, in mezzo alla folla, un biglietto gratis per assistere al concerto. Gli organizzatori che sono riusciti a malapena a sopravvivere alla pressione criminale. E naturalmente Art Troitsky, il guru del giornalismo della musica pop, che sostiene che la popolarità di un cantante pop si misuri in base alla frequenza con cui le sue canzoni vengono cantate nei karaoke. Ho messo tutte queste persone assieme nel film, perché di fatto non si sono mai incontrate nella vita reale, se non, forse, durante quello show del 1993, 20 anni fa.

Qualche eroe silenzioso che compare nel documentario ma non dice nulla?

La città di Mosca. Dopo i suoi successi internazionali e le sue super hit, Michael sbarcò in Russia nel 1993. Sembrava impossibile che un concerto del Re del Pop potesse concludersi con un fallimento epico. Eppure i moscoviti - i sinceri e ingenui russi dei primi anni della post-perestrojka - resero l’impossibile possibile, tanto è vero che fu chiamata l’Armata Rossa a riempire gli spalti semivuoti del Luzhniki.

I moscoviti di oggi gradirebbero essere ritratti in questo modo? Ovvero come coloro che fecero fallire Michael Jackson?

Ovviamente no. Credo che guardare questo video sia un boccone amaro da buttare giù per molti russi, sia a livello di orgoglio nazionale che di immagine che il Paese diede di sé. Non sono sicuro che la lezione sia stata appresa. Se il film e lo spettacolo stesso non ci fossero stati, avrebbero risparmiato, a più di qualcuno, un mal di testa.

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