Il fotografo dei Romanov: "Scattavo sapendo di non poter pubblicare"

Un uomo ha posto una croce di legno per commemorare la famiglia Romanov (Foto: Alexei Vladykin)

Un uomo ha posto una croce di legno per commemorare la famiglia Romanov (Foto: Alexei Vladykin)

A Ekaterinburg, in occasione dei 400 anni della dinastia dei Romanov, è stato pubblicato l'album fotografico “La croce degli zar” di Alexei Vladykin

Alexei Vladykin è nato e cresciuto a Ekaterinburg e da bambino, quando andava a scuola, passava sempre davanti a Casa Ipatev, sulla collina Voznesenskaya, senza sapere allora che tra quelle pareti era avvenuta l'esecuzione della famiglia imperiale.

Foto: archivio personale
Alexei Vladykin
(Foto dall'archivio personale)

Nel 1977 la casa venne demolita per proposta dell'allora direttore del Kgb Yuri Andropov, che venne approvata all'unanimità durante una riunione del Politburo. “Non ricordo il momento in cui l'hanno demolita, - racconta Vladykin. - Ma ricordo molto bene che, a distanza di anni, quando già facevo il fotografo, lungo la strada per andare in redazione, passavo davanti a un campo abbandonato. E che un giorno, in quel campo, è apparsa una croce di legno”.

La croce era stata eretta da un abitante di Ekaterinburg, Anatolij Gomzikov. “Né le autorità, né le aziende private lo hanno aiutato, - racconta Alexei. - Alcuni funzionari e uomini d'affari volevano addirittura costruire un casino sulla collina. Gomzikov è uno di quelli che gliel'hanno impedito. Quando l'ho conosciuto gli ho fatto diverse foto. È una persona dalla fede molto profonda, non più giovane, che ha vissuto trionfi e delusioni, senza però perdere la propria coscienza. A differenza di quelle persone che dopo alcuni giorni hanno distrutto la croce di legno. Hanno dovuto metterne un'altra poi, però di metallo”.

Dopo un anno, nello stesso punto in cui era piantata la croce, è stata posata la prima pietra per la costruzione della Cattedrale sul Sangue. “Nel campo c'erano molti cittadini  e sacerdoti, - ricorda Vladykin. - Tutto si svolgeva in modo molto silenzioso. Io scattavo foto, sapendo perfettamente che non sarei mai riuscito a pubblicarle: la redazione le avrebbe bocciate a causa di tutti i divieti ideologici che c'erano. Ma quello era un momento storico e io mi sentivo in dovere di documentarlo. Poi ho chiuso i negativi in un cassetto, per vent'anni”.

 
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Ci sono voluti ancora otto anni perché iniziassero a costruire la cattedrale: il progetto si è concretizzato dopo che la chiesa ortodossa russa ha canonizzato i membri della famiglia imperiale come martiri. La cattedrale è stata consacrata il 16 luglio 2003. “Gli scatti più intensi sono quelli con Mstislav Rostropovich e Galina Vishnevskaja,- racconta Vladykin. - Nei loro ritratti si percepisce tutto il dolore e la compassione che molti russi provano quando pensano alla tragedia della famiglia imperiale”.

Durante tutti questi anni, tra dispute e polemiche sul ruolo storico e il destino dei Romanov, i criminologi russi hanno continuato a esaminare i resti della famiglia imperiale, e il fotografo è riuscito a  parlare col direttore della squadra di ricerca, Vladimir Solovev. “Ci siamo incontrati la prima volta nel 1996, - racconta Alexei. -Allora gli chiesi se era sicuro che i resti trovati appartenessero ai Romanov, e lui mi rispose che non aveva alcun dubbio in proposito. Chiesi il permesso di fare alcune foto e lui mi fece entrare in laboratorio. C'erano diversi sarcofagi di vetro con dentro i corpi. Solovev mi ha portato vicino a uno di essi, che in quel momento era aperto, e mi ha detto che quelle erano le spoglie della principessa Anastasia”.

Dopo due anni, Alexei è riuscito a documentare il saluto degli abitanti di Ekaterinburg alla famiglia imperiale. “I corpi erano stati messi dentro a delle piccole bare, - racconta. - Due di esse, quelle dello zar e della zarina, erano ricoperte di insegne statali. La processione dei cittadini si estendeva per diverse strade. La gente portava fiori, icone, immagini dei Romanov e ripeteva sottovoce: Perdonateci”.

Foto: Alexei Vladykin

Immagine d'archivio di una commemorazione della famiglia Romanov (Foto: Alexei Vladykin)

Le spoglie dello zar Nicola II, della zarina Aleksandra Fedorovna e delle principesse Olga, Tatiana e Anastasia vennero trasferite a San Pietroburgo e tumulate nella chiesa della Fortezza dei Santi Pietro e Paolo. I corpi dell'erede al trono Alexei e della principessa Maria sono stati ritrovati soltanto nel 2007, in località Porosenkov log, vicino a Ekaterinburg. Anche se il comitato di indagine non ha ormai dubbi sull'autenticità del ritrovamento, i corpi dei figli di Nicola II sono ancora conservati presso l'Archivio di Stato russo.

“Un po' di tempo fa ho incontrato di nuovo Solovev, gli ho regalato il mio album e gli ho chiesto quand'è che verrà messa la parola fine alla tragedia della famiglia imperiale, - dice Vladykin. - Ricordo ancora perfettamente la sua breve risposta: Non avrò pace finchè non li avrò sepolti. Voglio credere che un giorno accadrà davvero”.

Per ora il punto è stato messo in fondo all'enorme lavoro di Alexei. È successo ciò che ai tempi del Partito comunista e negli anni '90 sembrava impossibile: è riuscito a pubblicare le sue foto. “Contiene circa 200 scatti, distribuiti in 176 pagine e 10 capitoli, ognuno dei quali corrisponde a una tappa, anche della mia vita, - spiega il fotografo. - Quando ho fotografato la croce nel campo avevo 27 anni, mentre le foto dell'ultimo capitolo sono state fatte due anni prima del mio cinquantesimo compleanno”.

Nel corso del suo lavoro Vladykin ha incontrato moltissime persone: qualcuno era pieno di ammirazione per i Romanov, qualcuno li malediva. Ma la tragica storia dell'ultimo imperatore russo non lascia indifferente quasi nessuno.

Lo stesso Alexei ha un rapporto complesso con la figura di Nicola II. “Mi ha sempre colpito molto il fatto che in quei momenti terribili che hanno seguito il colpo di stato del 1917, quando i generali dell'esercito tradirono Nicola II, la sua famiglia gli è rimasta vicina e ha condiviso il suo destino, - dice Vladykin. - Ma se consideriamo questa tragedia dal punto di vista storico, e Nicola II non solo come capo della sua famiglia, ma di un impero sterminato, credo che in diverse occasioni abbia commesso degli errori imperdonabili”.

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