La Russia dietro una videocamera

Attraversando la taiga e le distese di neve, l'italiana Cristina Picchi racconta il suo "Cinetreno", il progetto che ha portato nella Federazione 25 registi stranieri alla scoperta degli stereotipi che hanno dato fama al Paese

Il vero viaggio è in terza classe. “È lì che c’è la possibilità di incontrare più persone. Voglio dire, quelle più autentiche”. Spazi risicati, convivenza serrata. Il profumo del tè, servito in un bicchiere sfaccettato chiuso dentro il suo podstakannik (porta bicchiere). Gente assemblata tra le cuccette, uomini e donne che vanno e vengono, carichi di pacchi. E poi le telecamere. Quelle stesse telecamere che per ore hanno dovuto macinare storie e immagini a venti gradi sotto zero. Più che un viaggio, un’avventura. Alla ricerca delle vere radici sulle quali si basano gli stereotipirussi.

Provenienti da 15 diversi Paesi, a gennaio 2013 venticinque cineasti hanno percorso in un solo mese migliaia di chilometri da Murmansk a Irkutsk, nell’ambito del progetto “Kinopoezd” (Cinetreno): un’iniziativa – lanciata nel 1930 dal regista sovietico Aleksandr Medvedkin e ripresa nel 2008 e nel 2010 – pensata per raccontare la Russia e il suo popolo, partendo dagli stereotipi ad essi legati. La banja, l’inverno, le donne russe. Un itinerario sul filo dei cliché, per capire la Russia di oggi. E quella di ieri.

Selezionata attraverso un concorso online, Cristina Picchi, 31 anni di Lucca, è stata tra i protagonisti del progetto.

Il progetto

Il progetto Cinetreno, giunto alla terza edizione, ha portato in Russia 25 cineasti che hanno attraversato il Paese in treno per filmare gli stereotipi di questi luoghi. I partecipanti, tutti stranieri, hanno dovuto girare e montare le storie durante il viaggio. I registi hanno lavorato ai film “Le donne russe”, “Beviamo!”, “La banja russa”, “L’inverno russo”, “L’enigma della Lada”, “L’anima russa”, “Gli orsi”.

Un mese intero in giro per la Russia. Che impressioni ha avuto?

Era la prima volta che visitavo questi luoghi. Devo ammettere che un mese in questo Paese aiuta a chiarire le idee riguardo alla Russia. Ma ti lascia con la voglia di scoprirla ancora di più. È difficile ridurre tutte le mie impressioni a poche frasi: viaggiando da Mosca al lago Bajkal si incontrano paesaggi e persone estremamente diversi tra loro. In realtà un minimo comun denominatore c’è. Ma sono città così diverse e lontane, che è impossibile ridurre tutto a poche parole.

Come sono i russi?
Mi hanno lasciato un’impressione estremamente positiva. Credo che ci siano varie somiglianze tra noi e loro. Il calore, la gestione delle regole, la flessibilità nelle cose: tratti a mio avviso un po’ italiani. Visto il clima, mi aspettavo una maggiore rigidità. Invece ho incontrato uomini molto aperti, con una grande voglia di conoscere e di scoprire.

Parliamo di questo progetto. Come si è sviluppato?
È partito tutto da un bando arrivato via mail. Ho compilato un’interminabile domanda online, e per fortuna è andata bene. La nostra squadra era composta da un team internazionale. Sono abituata a lavorare con persone straniere. La cosa più interessante però è stata lavorare con gente che non conoscevo. Insomma, che non avevo scelto io. Ho imparato molte cose. Il mio tema era basato sull’inverno russo: inizialmente pensavo di fare un film meno narrativo, più sperimentale. Stando lì poi le cose si sviluppano sempre in maniera inaspettata. Non è facile fare un film su una stagione. Ho cercato di esaminare la linea sottile che divide la vita e la morte in questi luoghi. L’isolamento, il freddo, l’impatto che il clima ha nella vita di tutti i giorni.

La squadra di Cristina che ha lavorato alla realizzazione del film "Zima", inverno (Foto: archivio personale)

Ma questi stereotipi, alla fine, sono stati confermati o smentiti?

Il progetto Cinetreno
in un video da guardare
nella nostra sezione Multimedia
 

Gli stereotipi affondano sempre le loro radici da qualche parte. Abbiamo cercato di osservare quello che di vero c’era in essi, cercando di non dare una rappresentazione troppo forzata delle cose. Abbiamo semplicemente cercato di cogliere sfumature ben più sottili. L’inverno russo, ad esempio, è sì molto freddo. Ma forma persone più forti. Gli abitanti del luogo lo hanno definito una cosa “calda, avvolgente, costellata di feste”. La parola che ho sentito pronunciare più di tutte è “normalno”. Per loro è tutto normale. La natura ostile fa parte del quotidiano, e nasconde dietro di sé un sentimento di accettazione e rassegnazione.

C’è qualcuno che le è rimasto particolarmente impresso?
Siamo capitati a casa di una coppia di anziani. Eravamo in un villaggio isolato, uno di quei posti disabitati, con un alto tasso di alcolismo. Ci hanno offerto tè e pane. Loro ci guardavano, nonostante l’interprete, come se fossimo dei marziani arrivati dallo spazio: era la prima volta che incontravano degli stranieri in vita loro.

Com’era la quotidianità del viaggio?
Ci spostavamo in treno. E noi sceglievamo di stare in terza classe: per incontrare più persone, per conoscere gente. Nei vagoni ovviamente c’erano spazi fisici ristrettissimi. E proprio lì dovevamo montare i video, tagliare le scene per avere il lavoro pronto prima della fine del progetto. Durante il viaggio mangiavamo ciò che capitava. Ci è stato offerto pesce – ricordo del pesce buonissimo sul Bajkal -, ma anche pane, dolci fatti in casa. Nelle abitazioni della gente abbiamo sempre incontrato una bella atmosfera conviviale.

Immagino che le difficoltà non siano mancate…
La difficoltà più grande era causata dal clima: la scelta di girare tutto in esterna, a 25 gradi sotto zero, rallentava i macchinari. Veri problemi tecnici non ce ne sono stati. Ma il freddo ha sicuramente complicato le cose. E poi la lingua: una barriera difficile da superare, nonostante l’interprete. Per questo io, con le persone che incontravo, cercavo di stabilire linguaggi non verbali, usando i gesti, gli occhi, nel tentativo di capire meglio le persone arginando la lingua.

C’è un ricordo che porterà per sempre nel cuore?
Ci trovavamo sul lago Bajkal. Il giorno dopo saremmo tornati indietro, verso Mosca. All’improvviso è spuntata fuori una banja portabile. Una specie di camper rudimentale: un omaggio della gente del posto. Abbiamo fatto la sauna, e poi ci siamo gettati nelle acque gelate del Bajkal, a 25 gradi sotto zero. È stata l’ultima cosa che abbiamo fatto insieme. La Russia mi è rimasta dentro. E non nascondo che mi sia venuta voglia di imparare la lingua. Magari per tornarci, e girare delle altre cose in questo Paese straordinario. 

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