Depardieu, cittadino russo ma senza tasse

L'incontro dell'attore Gérard Depardieu con il Presidente russo Vladimir Putin, a Sochi, in occasione della consegna del passaporto (Foto: Mikhaïl Klimentiev/RIA Novosti)

L'incontro dell'attore Gérard Depardieu con il Presidente russo Vladimir Putin, a Sochi, in occasione della consegna del passaporto (Foto: Mikhaïl Klimentiev/RIA Novosti)

Il consulente tributario Kirill Nikitin spiega perché l'attore francese con passaporto della Federazione non potrà rimpinguare l’erario di Mosca

L’offerta della cittadinanza russa all’attore Gérard Depardieu ha scatenato una gran quantità di commenti non del tutto esatti in materia fiscale. E questo obbliga a ripercorrere l’intera vicenda, ben lungi dall’essere risolta, attraverso il prisma delle conoscenze elementari e delle idee su come funzioni la legislazione fiscale in Francia, in Russia e in altri Paesi. 

Fino a poco tempo fa Depardieu era cittadino della Repubblica francese e lì aveva la sua residenza fiscale, era proprietario di costosi beni immobili a Parigi e destinatario di alcuni redditi provenienti da svariate fonti, sia in Francia sia al di là dei suoi confini. Secondo una stima personale ha pagato al bilancio francese sotto forma di tasse quasi 150 milioni di euro, senza aver mai usufruito una volta del sistema di previdenza sociale.

I socialisti-populisti capeggiati da François Hollande, giunti al potere nel 2012, hanno deciso che nel caso di Depardieu e dei suoi simili (1.500 persone in Francia), un tale scambio (150 milioni per l’allettante proposta di godere di un sussidio di disoccupazione e ricevere una pensione) non fosse abbastanza gravoso e hanno pensato di introdurre, oltre a una serie di novità fiscali, un tasso temporaneo del 75 per cento riguardo a tutte le entrate di ogni persona fisica che superino il milione di euro annuale.

Il primo a reagire a questa novità è stato il proprietario dell’impero di “LVMH”, Bernard Arnault, che zitto zitto si è trasferito in Belgio, presentando la richiesta per prenderne la cittadinanza.

Depardieu lo ha seguito a ruota, passando il confine e mettendo in vendita la sua casa parigina. E non si è limitato soltanto a questo, ma ha anche rinunciato alla cittadinanza francese, scambiandola con quella russa.

Questo significa che ora Depardieu al posto di pagare le imposte francesi verserà i contributi alla Federazione Russa? È poco probabile. Per pagare le imposte sui redditi in Russia al tasso del 13 per cento è necessario non soltanto avere il passaporto, ma trascorrere nella Federazione non meno di 183 giorni nell’arco dell’anno. In caso contrario le entrate da fonti di reddito russe saranno tassate del 30 per cento. Quelle invece non russe, come per Depardieu, non possono essere soggette all’imposizione fiscale.

Depardieu per ora non sembra intenzionato a vivere in Russia. Al contrario sta prendendo con coerenza e costanza una serie di misure per garantirsi la residenza fiscale in Belgio e per eliminare allo stesso tempo qualsiasi elemento che lo possa far ritenere un residente fiscale in Francia.

Proprio per questo motivo ha acquistato una casa in Belgio, ha messo in vendita quella di Parigi, ha rinunciato alla cittadinanza francese e infine ha preso quella russa (anche se ci sarebbe stato lo stesso esito positivo con quella belga).

In definitiva, a partire dal 2013 la Francia potrà tassare esclusivamente le entrate di Depardieu che hanno praticamente come fonte la stessa quinta Repubblica. I redditi provenienti dalle offshore, dagli altri Paesi, così come, evidentemente, le royalties e le tasse di licenza, scivoleranno accanto al governo socialista di Hollande, venendo tassate in Belgio o nei Paesi da cui provengono, ma in nessun caso in Francia, un Paese che ha confuso l’uguaglianza con l’egualitarismo indiscriminato.

La lezione principale da trarre dalla vicenda di Depardieu è che l’unico freno sul cammino dei moderni Stati “democratici”, nei quali il diritto di voto non è in alcun modo legato alla posizione del cittadino come contribuente, è la concorrenza dei regimi fiscali tra i governi, laddove appare reale entro i limiti dei mercati regionali.

Processi analoghi, benché di gran lunga meno eclatanti, si osservano ora per esempio in California, i cui residenti benestanti, dopo l’ennesimo aumento delle imposte sui redditi, pian piano si trasferiscono in stati quali il Nevada o la Florida.

In questo senso la Russia non deve soltanto preservare un così palese privilegio fiscale, come una irrisoria scala delle aliquote Irpef che arriva al 13 per cento, ma anche seguire con attenzione i concorrenti reali nella competizione dei sistemi fiscali.

Se ora la Francia si batte con Belgio, Regno Unito e Germania per riprendersi i contribuenti, i veri competitor della Federazione (a livello d’impresa, non di persone fisiche) è il vicino d’Oriente, il Kazakhstan che si è piazzato con decisione al 17mo posto nella classifica “Versamento delle imposte” della Banca Mondiale, mentre la Russia, anche dopo il balzo in avanti di quasi 40 posizioni, rimane al 64mo.

In questa battaglia il tasso dell’Irpef al 13 per cento ha un significato molto più irrilevante rispetto, per esempio, all’altissimo livello di pagamento nel regime semicontributivo delle assicurazioni sociali.

Kirill Nikitin è un esperto di tassazione, partner di “PwC”, colonnista di “Izvestia”

Articolo pubblicato in versione ridotta; per leggere l'originale cliccare qui

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