Natale in dacia

Mosca vista dal basso di un'italiana
Credit: Niyaz Karim

25 dicembre 2012

Una distesa di bianco. Bianche le case, bianchi i cortili. Bianche le auto che avanzano affondando nella neve e bianchi e gelidi i rami scheletriti degli alberi. Una dacia così non l’avevo mai vista.

E ancora, passerotti che zampettano infreddoliti tra le cunette di neve, qualche cane che abbaia in lontananza. Per il resto, solo silenzio. E macchie infinite di betulle.

Come rifiutare un invito a trascorrere il Natale in dacia? E così mi ritrovo qui, a osservare dalla finestra un termometro che sul balcone segna -20, e la luce che piano piano cala sulle casette di legno fuori da Mosca, lontano dal traffico e dallo stress.

Ospite di una coppia italo-russa, mi godo questo Natale insolito, lontano da casa ma altrettanto piacevole, trascorso a mangiare panettone, brindando con la vodka. Ascoltando Celentano (per volere dei russi), e snocciolando semechki.

Sulla credenza, una pila di samovar a prendere polvere. Il tè, ormai, lo si serve direttamente dal bollitore. E se ne beve parecchio, per combattere il freddo che fa battere i denti in una casa accogliente ma poco riscaldata, dove anche nelle stanze si sta meglio con il giaccone, scavalcando talvolta vecchi scatoloni di giocattoli accantonati lì da anni. E poi dimenticati.

La dacia, da come ho capito io, per i russi è un po’ una seconda casa dove godersi le feste, e custodire quello che non serve. O servirà. Dalla cucina esce il profumo di biscotti appena sfornati, da mangiare sfogliando un libro e ascoltando musica. Perché in dacia, la tv viene accesa di rado. La vita nella campagna russa è un omaggio a Oblomov: trascorre perlopiù oziando, giocando a duràk (un gioco di carte russo, ndr) e raccontando barzellette che io, puntualmente, non capisco. Un buon esercizio comunque per il mio russo stentato.

In slitta nel villaggio di Litkovka, nella regione di Omsk (Foto: RiaNovosti/Aleksei Malgavko)

In attesa del cenone natalizio (metà russo, metà italiano), la giornata è tutta in mezzo alla neve. Slittini sotto il sedere e moon boot ai piedi.

Quando ci si accorge che è terminato lo zucchero, la scarpinata è delle più salutari: il negozietto di generi alimentari più vicino dista una ventina di minuti a piedi. L’ideale, per smaltire l’abbuffata di shashlyk della sera prima.

Ma l’apoteosi del divertimento, per me che non l’avevo mai provato, arriva quando ci si infila tutti in banya: una casupola di legno, tirata su in mezzo agli alberi da frutto del cortile, dove gli uomini di casa lavorano per una buona mezzora per portare a giusta temperatura la sauna. Indossando dei simpatici berrettini bianchi (per non rovinare i capelli, mi spiegano), iniziamo a batterci con delle frasche di betulla, che al vapore della bania rilasciano un profumo squisito.

Dal caldo infernale della sauna, poi, tutti corrono a rotolarsi nella neve. Fa bene al corpo, dicono. Io chiudo gli occhi e con il respiro mozzato mi lancio dietro di loro.

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