Energia, tempo di scelte

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

La crescente domanda mondiale genera non solo sfide politiche ed economiche, ma anche ambientali

Secondo l’Aie, l'Agenzia Internazionale dell’Energia, entro il 2035, la domanda globale di energia aumenterà di oltre il 33 per cento. In seguito alla decisione della Germania di abbandonare entro il 2020 la sua industria nucleare, da qui al 2030 le spese per l’elettricità aumenteranno  in Europa di 1,5 volte rispetto agli Stati Uniti. 

 

Questi dati di fatto creano nuove sfide per ciò che concerne il nostro futuro energetico. Dobbiamo pertanto individuare modalità adeguate  a far fronte all’aumento della domanda, ma, al contempo, in grado di risolvere i problemi ambientali, tra i quali le emissioni di biossido di carbonio, il riscaldamento globale e le questioni inerenti alla sicurezza, moltiplicatesi in seguito a quanto accaduto a Fukushima

 

E allora: è più opportuno investire nelle energie rinnovabili, nei combustibili fossili, nel gas di scisto, nell’energia nucleare, in altre fonti ancora come l’energia solare e quella eolica? Oppure abbiamo bisogno di un mix di tutte queste fonti energetiche? 

 

Secondo l’Aie, l’energia solare e quella eolica aumenteranno sempre più fino a diventare parti integranti del mix energetico, ma potrebbero non essere generate in quantità sufficienti a far fronte alla domanda tra venti anni. Di conseguenza, si dovranno continuare a utilizzare le fonti energetiche tradizionali, si dovrà estrarre il gas di scisto in maggiori quantità nonostante alcuni dei problemi connessi a tali attività, come gli incidenti e l’inquinamento registrati soprattutto in Messico. 

 

Dopo Fukushima, si sono comprensibilmente moltiplicate le  preoccupazioni al riguardo dei potenziali rischi rappresentati dalle centrali nucleari. Le inchieste sull’incidente avvenuto in Giappone sono giunte alla conclusione che non è stato provocato da un errore tecnico, ma da un errore umano: si è sottovalutato il potenziale pericolo di uno tsunami. 

 

In ogni caso, tale conclusione non giustifica nessuna sottovalutazione dei rischi riconducibili all’industria nucleare vera e propria. Un incidente in qualsiasi centrale nucleare – a prescindere da chi la gestisca – si ripercuote in maniera negativa su tutto il comparto nucleare del pianeta.

 

Anche se  la mancanza di emissioni di Co2 è  un’argomentazione molto forte a sostegno dell’energia nucleare, prima che l’energia nucleare possa essere sviluppata ulteriormente è indispensabile risolvere tutte le questioni attinenti alla sicurezza degli impianti. Questo è il motivo per il quale tutti i Paesi nucleari hanno condotto stress test per verificare che gli impianti possano resistere alle calamità naturali.

 

La Russia ha integrato maggiormente tali stress test per poter essere sicura che i suoi impianti possano resistere anche ad attentati terroristici. Sulla base della pubblicazione dei risultati dei collaudi, i gestori degli impianti nucleari hanno dovuto investire vari milioni per rispettare rigidi parametri di sicurezza. 

 

Gli standard di sicurezza sono in costante evoluzione. Tenendo presente ciò, sarebbe utile poter contare su un’organizzazione internazionale in grado di garantire che tutte le centrali nucleari del pianeta rispettino rigidi standard di sicurezza. Tale ente dovrebbe anche contribuire a risolvere alcune preoccupazioni, talora infondate, riguardo all’energia nucleare, che spesso possono portare a malintesi e a impianti realizzati soltanto a metà. 

 

In Lituania, per esempio, il progetto per la costruzione di un nuovo impianto nucleare è stato accantonato dopo che un referendum ha evidenziato che il 63 per cento della popolazione non lo voleva. In Bulgaria, Rosatom ha firmato un accordo per la realizzazione di una centrale a Belene, ma in realtà l’impianto è stato abbandonato ancor prima di essere costruito. Una volta che la costruzione è stata ultimata, Rosatom punta a un  indennizzo. 

 

Ma alcuni Paesi stanno alacremente sviluppando il loro settore energetico nucleare: tra di loro non vi sono soltanto Paesi europei quali Regno Unito, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Russia, ma anche India, Turchia, Cina, Sudafrica, Argentina, Arabia Saudita, Giordania e alcuni Paesi africani.  

 

Rosatom, per esempio, è coinvolta in 38 nuovi progetti e sta pianificando di incrementare la propria produzione nucleare  per portarla, entro i prossimi 20 anni, dall’attuale 16 per cento della sua produzione complessiva al 25 per cento. L’Arabia Saudita, malgrado sia il più importante produttore al mondo di petrolio, sta anch’essa progettando di realizzare due centrali nucleari nel prossimo futuro per integrare la propria industria di combustibili fossili, non  per sostituirla. 

 

La concorrenza per ricostruire i reattori dell’impianto nucleare di Temelin nella Repubblica Ceca è accanita: si stanno contendendo l’appalto la francese Areva, l’americana Westinghouse e l’alleanza russo-ceca Skoda-Rosatom. Una cosa è certa: Fukushima ha segnato la fine della produzione dell’energia nucleare a basso costo, intensificando la necessità di adottare standard più elevati per la sicurezza.

 

La Francia sta cercando di promuovere la creazione di un ente per la sicurezza a livello europeo, ma di fatto questo settore ha assolutamente bisogno di un ente di controllo a livello mondiale. Quella energetica è una delle sfide più importanti che dobbiamo affrontare, che non riguarda soltanto il nostro “vecchio mondo”, ma anche il nuovo mondo nel quale tutto i Paesi puntano alla crescita interna.

 

Per far fronte alla domanda crescente si dovranno, pertanto, utilizzare tutte le fonti di energia disponibili e il coinvolgimento dei produttori di combustibili fossili tradizionali tra le risorse energetiche nuove, quali il nucleare e le rinnovabili, dimostra quanto le diverse fonti debbano essere complementari le une alle altre e non in concorrenza tra loro.

 

Emmanuel Gout è un esperto energetico della società di consulenza internazionale Strativest

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