Il filo siriano nel nodo del Vicino Oriente

Vignetta di Alexei Yorsh

Vignetta di Alexei Yorsh

L’ostinazione di Assad, la relativa neutralità americana, il rifiuto dell’uso della forza da parte di Russia e Cina per risolvere la crisi mantengono inalterata, per un tempo non meglio precisato, la situazione a Damasco

C’è stata una nuova svolta nella guerra civile in Siria. L’opposizione siriana in una seduta a Doha, la capitale del Qatar, ha annunciato il suo raggruppamento sotto l’egida della Coalizione nazionale siriana, creata appositamente per l’occasione.

 

Ora le forze esterne che stanno dietro l’opposizione siriana hanno la possibilità formale di ripetere la soluzione libica, tanto per cominciare dichiarando la Coalizione un “governo legittimo” della Siria. A dire il vero la Lega Araba non si è spinta ancora così avanti, riconoscendo soltanto la Coalizione come il legittimo portavoce degli interessi dell’opposizione.

 

Tutte e sei le monarchie-membro del Consiglio di cooperazione degli stati arabi del Golfo (Ccasg) hanno annunciato che la Coalizione è una legittima rappresentante del popolo siriano. Anche la Francia si è aggiunta al coro. Parigi per prima aveva riconosciuto l’opposizione libica. E proprio la Francia aveva iniziato senza autorizzazioni le azioni militari contro Gheddafi, trascinando nella guerra gli altri Paesi della Nato.

 

Questa volta in realtà sarà difficile ripetere un’operazione simile. Dal territorio francese i “Rafale” e i “Mirage” non arriveranno fino in Siria ed è improbabile che Francois Hollande rischi di mandare verso le sponde siriane la sua unica portaerei: l’intera aviazione imbarcata francese conta a oggi soltanto 23 aerei “Rafale M F3” e 30-40 vecchissimi “Super Etandard”; è un po’ troppo poco per un vero scontro con le armi contraeree e l’aeronautica militare della Siria.

 

D’altro canto è palese che Hollande, i re arabi e gli sceicchi stanno aspettando che sia l’America a dare il via ai combattimenti contro Assad. Se è vero che ora il neo riconfermato presidente Barack Obama dovrebbe avere mano libera, Washington fino ad adesso non ha mostrato alcun entusiasmo e il suo sostegno all’opposizione siriaca rimane esclusivamente politico.

 

Tutti aspettano che gli insorti annientino il regime di Assad senza un intervento aperto da fuori, ma tengono sempre ben presente la possibilità di un’ingerenza militare della Nato. Proprio per questo motivo i ribelli attaccano di continuo le contraeree siriane, azione che peraltro non serve quasi nulla all’opposizione. È evidente che tali assalti vengono eseguiti su disposizioni dall’esterno, allo scopo di liquidare i fattori che potrebbero intralciare un possibile intervento.

 

Le condizioni per realizzarlo, però, inclusa la distruzione del sistema dell’aeronautica militare e la distruzione generale delle forze armate, non sono ancora state attuate e di conseguenza la guerra rimane civile. Intanto la dirigenza israelita ha iniziato a prepararsi sul serio al colpo da infliggere all’Iran, ripulendo le retrovie. Hamas è ritenuta una delle principali risorse di Teheran per rispondere in modo asimmetrico all’attacco di Israele. Gli israeliani, demolendo l’infrastruttura militare dell’organizzazione palestinese e annientando le sue riserve di missili, hanno eliminato il problema per un bel po’ di tempo. Di conseguenza sono diminuiti i rischi per portare a termine l’obiettivo principale, vale a dire la distruzione del complesso nucleare iraniano.

 

Tuttavia le possibilità delle forze dell’aeronautica militare d’Israele sono oggettivamente limitate e per questo Tel Aviv avrebbe molto piacere che al posto suo una parte del lavoro in Iran, se non tutto, lo facessero gli americani. Il presidente degli Stati Uniti non ha però manifestato alcun entusiasmo a proposito. Inoltre gli americani hanno applicato sforzi sovrumani per scongiurare un’operazione a terra degli israeliani a Gaza.

 

Ancora, l’America ha comunicato che i lavori di riparazione della portaerei “Nimitz”, che sarebbe dovuta arrivare a gennaio del 2013 nel Golfo Persico per dare il cambio alla “Dwight Eisenhower” si protrarranno come minimo fino all’estate. In tal modo a dicembre 2012 – gennaio 2013 nella regione rimarrà soltanto una portaerei della marina statunitense, la “John Stennis”, tenendo conto che per un attacco, anche limitato, all’Iran servirebbero almeno tre portaerei.

 

È possibile che il reattore “Nimitz”, che sarà in ogni caso dimesso nel 2018, sia realmente guasto. Forse però Washington sta facendo capire a Tel Aviv che anche mettendolo in posizione non potrà colpire l’Iran senza un’autorizzazione (come aveva fatto la Francia in Libia). Obama non deve pensare alle rielezioni, non ha più le mani legate e cercherà in misura ancora maggiore di evitare la partecipazione a qualunque guerra e conflitto, senza tener conto del parere dei repubblicani conservatori.

 

Gli Usa si riorienteranno verso l’Asia orientale allo scopo di arginare la Cina. Tutte le speranze di Parigi, Riyad, Doha, Ankara e Tel Aviv riguardo al fatto che gli americani inizino presto a combattere contro la Siria e/o l’Iran appaiono prive di fondamento. D’altro canto è estremamente difficile supporre che la situazione nel Vicino Oriente si risolva senza un grande conflitto; nella regione il clima è già fin troppo arroventato e con un’autoesclusione dell’America una via di uscita è assai dubbia.

 

L’Egitto, che nel mondo arabo detiene le maggiori forze offensive, in guerra difficilmente si schiererà a fianco delle monarchie. Gli eserciti di quest’ultime sono perfettamente equipaggiati, ma i loro soldati non si sono fatti assumere per morire in un sanguinoso conflitto. I Paesi europei della Nato, come ha dimostrato l’esperienza libica, se anche partecipassero, in maniera molto limitata, nelle operazioni puramente aeree, non avrebbero alcuna voce in capitolo nelle operazioni di terra. In una situazione del genere anche le Turchia non vorrà essere più stupida degli altri e scavarsi la fossa da sola.

 

In definitiva la tenacia del regime di Bashar al-Assad diventa il fattore decisivo; peraltro il leader siriano non si sta affatto occupando dell’annientamento del suo popolo, come ribadiscono in Occidente e, cosa particolarmente ridicola, nelle medievali tirannie arabe a capo dell’Arabia Saudita wahabita. Assad rispecchia gli interessi di una considerevole parte del popolo siriaco, in primo luogo delle minoranze (alaviti, cristiani, curdi) che prese insieme costituiscono quasi la metà della popolazione del Paese.

 

Inoltre, la dirigenza siriana è riuscita evidentemente a valutare in modo adeguato la situazione all’estero senza cadere in un superstizioso terrore di fronte alla “onnipotente” Nato. L’elemento principale è che la tenacia psicologica non è possibile senza la presenza di un forte esercito, fosse anche armato da equipaggiamenti e tecnologie militari ormai obsolete. Questa è la più importante lezione della Siria.

 

Aleksandr Khramchikhin è vice direttore dell’Istituto di Analisi politica e militare

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