Il centenario del cinema d’animazione russo (Seconda parte: dal 1940 al 1970)

La regina di neve.

La regina di neve.

Kinopoisk.ru
Quest’anno il cinema d’animazione russo compie cento anni. Russia Oggi ha voluto dedicare un tributo a questa forma d’arte, presentando alcuni brevi filmati tratti dalle opere dei maggiori pionieri del genere

Il 10 giugno del 1936 l’amministrazione generale dell’industria del cinema e della fotografia istituì il “Soyuzdetmultfilm” (la casa di produzione che realizzò film animati per ragazzi per tutto il periodo sovietico), che assomigliava alla Disney americana. Durante la Seconda Guerra Mondiale lo studio, che aveva base a Mosca, fu trasferito a Samarcanda, in Uzbekistan, mentre molti dei suoi registi erano impegnati al fronte. In quegli anni la guerra offrì gli spunti più salienti alla produzione cinematografica di tutto il mondo e l’Unione Sovietica non fece eccezione: le rappresentazioni satiriche di Hitler e dei suoi lacché fascisti dominavano nei film e nelle locandine, come appare evidente in “Ciò che Hitler vuole” (1), delle sorelle Brumberg, Olga Khodataeva e Ivan Ivanov-Vano. L’episodio, tratto da un cinegiornale satirico prodotto da Soyuzmultfilm, mostra “l’ingloriosa fine del fascismo” per mano dell’Unione Sovietica.

Nel dopoguerra l’animazione russa risentì gravemente della mancanza di fondi, al pari di tutte le industrie sovietiche. L’affermazione del socialismo reale relegava l’innovazione a un ruolo di secondo piano, privilegiando invece la tecnica del rotoscoping, in cui l’animatore ricalca su un pannello di vetro delle scene precedentemente filmate dal vivo. Malgrado le limitazioni e le difficoltà del periodo, l’anticonformista Mikhail Tsekhanovskiy riuscì a realizzare opere innovative, come dimostra il suo famoso “Kashtanka” (2): un film la cui animazione esprime una sensibilità epica.

Nel 1956, durante un famoso congresso del partito, il leader sovietico Nikita Krusciov denunciò Iosif Stalin e il suo culto della personalità. Sulla scia di quegli eventi l’intero Paese fu attraversato da un periodo di rinnovamento culturale. Il genere più affermato in quegli anni era quello dei lungometraggi narrativi, dei quali “La regina della neve” (3), di Lev Atamanov, è l’esempio più noto e anche più pregevole. A cavallo della fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, il film fu presentato a più riprese nelle sale, anche in lingua inglese. E benché la trama non sia particolarmente sorprendente, l’animazione possiede invece una bellezza particolare e ineffabile, che fa di quest’opera un vero classico. Il film narra la storia di un ragazzo che viene rapito dalla crudele Regina della Neve, la quale trasforma il suo cuore in ghiaccio. Il giovane riuscirà però a fuggire e il suo cuore tornerà come prima. Si tratta di una suggestiva metafora del “disgelo” di Krusciov, che per qualche tempo caratterizzò i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

“La nuvola innamorata” (4), opera d’avanguardia realizzata nel 1959 da Roman Kachanov, ha ottenuto diversi riconoscimenti europei ed è stato il primo film sovietico animato a ricevere il prestigioso premio della Federazione internazionale dei critici cinematografici (Fipresci). L’opera è immersa in un’atmosfera desolata e bizzarra, che la rendono simile a una fantasticheria: una sorta di via di mezzo tra un quadro di Chagall e le allucinazioni di un orientalista.

Gli animatori sovietici avrebbero avuto bisogno di altro tempo per lasciarsi alle spalle la lunga tradizione dell’”Éclair”. Tuttavia, a partire dagli anni Sessanta, i film d’animazione iniziarono ad arricchirsi di qualità completamente nuove. A inaugurare questa nuova traiettoria fu il film di Fedor Khitruk “Storia di un delitto” (5), del 1962.

Il rivoluzionario approccio di Khitruk sembra ispirarsi tanto a Gogol che a Tati, e, soprattutto, spianò la strada ai coraggiosi registi di animazione della generazione successiva. Di questi, Andrei Khrzhanovsky fu uno dei più impegnati sul fronte politico. Dopo essere stata drasticamente tagliata dalla censura, la sua opera surrealista “L’armonica di vetro” (6), del 1968, fu ugualmente archiviata.

Ne “Il guanto” (7), del 1967, il regista Roman Kachanov dimostra di sposare l’analisi del modernismo urbano proposta da Khitruk. Il film segnò la rinascita della tecnica di stop-motion (nota anche come “animazione a passo uno”): la stessa che aveva caratterizzato le opere dei primi maestri, come Vladislav Starevich e Aleksandr Ptushko.

“Il gatto” (8), al suo confronto, potrebbe apparire decisamente semplicistico. Si tratta però del primo film sovietico realizzato con un Besm e venne alla luce nel laboratorio dell’Università Statale di Mosca per mano di Minakhin e Konstantinov. Besm è il nome di una serie di computer sovietici mainframe costruiti negli anni Cinquanta e Sessanta, il cui nome è dato dall’acronimo di “Bolshaya Elektronno-schetnaya mashina”, ovvero “grande macchina per il calcolo elettronico”. Il movimento del gatto, nel film omonimo, era quindi generato da un sistema di equazioni differenziali.

A contribuire in particolare all’affermazione e all’arricchimento del cinema d’animazione russo di quegli anni furono però due film, prodotti entrambi da Fedor Khitruk. Il primo: “Film, film, film” (9), del 1968, un cortometraggio quasi muto di gusto satirico che racconta i retroscena della lavorazione di un film storico. Il secondo, “Winnie-the-Pooh” (10), rappresenta forse l’opera di animazione più amata di quegli anni. Rifiutandosi di imitare l’onnipresente Walt Disney, Khitruk – personaggio assai influente – contribuì a rinnovare l’animazione russa, definendo uno stile nuovo e particolarissimo, dal tratto semplificato e vagamente infantile. Il primo film basato sui libri di A.A. Milne fu realizzato nel 1969 ed è incentrato, naturalmente, sulla ricerca del miele. Il secondo mostra invece Pooh che fa visita all’amico Tappo, trattenendosi più del dovuto. Si tratta di un’opera emblematica dell’animazione russa della fine degli anni Sessanta: un’epoca in cui sia le serie animate che i musical conobbero un successo e una popolarità enormi, che si protrassero sino agli anni Settanta.

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