Afghanistan, sì al dialogo coi talebani

Vignetta di Alexei Yorsh

Vignetta di Alexei Yorsh

Servono nuovi approcci alla conciliazione nel Paese, pensando a dopo il 2014, anno in cui le truppe straniere lasceranno il territorio

La situazione interna all'Afghanistan e nell'area circostante, dal punto di vista degli interessi della Russia, non è proprio favorevole: in questi lunghi anni gli Usa non sono riusciti a raggiungere gli obiettivi che si erano preposti e lo stato di cose in Afghanistan, secondo gli esperti, potrebbe complicarsi gravemente dopo il ritiro delle truppe previsto per il 2014.

La resistenza dei talebani non è stata superata; tra la popolazione civile cresce il malcontento per il prolungato soggiorno di un contingente militare straniero nel Paese; a tutt'oggi gli organi di autogoverno locale che sono stati istituiti non sono in grado di governare in piena autonomia le proprie regioni. Negli ultimi anni la situazione ha continuato ad aggravarsi, perché non sono stati risolti i problemi fondamentali nell'ambito socio-economico, ideologico e militare. 

Nel Paese, sostanzialmente, c'è un doppio potere: grazie agli sforzi della comunità internazionale sono stati creati tutti gli attributi del potere statale e sono state svolte delle elezioni, anche a livello locale. Eppure il potere reale sul territorio, per quanto sia spiacevole ammetterlo, appartiene ai talebani, attraverso l'influenza che esercitano anche sui capi religiosi, attraverso i legami etnici e l'autorità dei signori della guerra.    

Dopo il ritiro delle truppe
Mi prendo la responsabilità di generalizzare un ventaglio assai vario di opinioni, giudizi, valutazioni degli esperti su questo tema, e cercherò di formulare in una visione d'insieme gli scenari più verosimili di sviluppo della situazione in Afghanistan dopo il 2014. 

Il primo scenario si basa sul fatto che, nonostante le dichiarazioni sul ritiro delle truppe, il fattore americano rimanga determinante. C'è da aspettarsi che gli Stati Uniti non abbandonino l'Afghanistan, se non altro perché il Paese occupa una posizione geografica molto vantaggiosa. Secondo i dati di cui disponiamo, gli Usa starebbero trattando con il governo di Hamid Karzai circa la possibilità di creare delle basi militari permanenti e di prolungare la presenza di alcune migliaia di istruttori, combattenti dei corpi speciali e personale dell'aviazione militare fino al 2024.   

Al tempo stesso, bisogna riconoscere che queste forze non sono assolutamente sufficienti a fare da deterrente per i talebani, né a batterli. Gli Usa devono continuare il processo di formazione di un esercito afghano che sia in grado di svolgere missioni militari in modo indipendente. Ma Washington non dispone più delle stesse risorse, che sembravano illimitate, di cui disponeva all'inizio dell'era George Bush Jr. Per il budget della difesa entro il 2023 è prevista una riduzione di 400 miliardi di dollari. Pertanto Washington sta cercando delle alternative per poter mantenere un proprio contingente in Afghanistan, ma di dimensioni tali da poter essere finanziato senza far soffrire troppo il bilancio americano. 

Se Washington non riuscirà nel suo intento, è possibile che la situazione in Afghanistan si sviluppi in un secondo scenario, ovvero che, con l'allentamento del controllo del territorio da parte della Nato e il ritiro di una parte consistente della sua presenza militare nel Paese, inizino a rafforzarsi le tendenze centrifughe. Ricomincerebbero a guadagnare potere i leader regionali e i signori della guerra, molti dei quali ancora oggi sono riconosciuti quasi solo nominalmente dal governo di Kabul.  

In uno scenario del genere, può facilmente inasprirsi la lotta geopolitica in Afghanistan. Il fatto è che dall'inizio della missione Nato nel Paese l'Occidente ha instaurato sostanzialmente un monopolio sulla soluzione del problema afghano, mentre prima il peso delle altre parti in gioco, regionali e internazionali, nella situazione afghana era notevolmente maggiore. Non è un segreto che la maggior parte dei raggruppamenti in Afghanistan negli anni '90 intrattenevano stretti rapporti con forze esterne e molti esperti consideravano la guerra civile afghana come una guerra condotta dagli interessi geopolitici esterni per mano dei raggruppamenti afghani. Considerando questo dato, si può dire che se diminuirà l'influenza della Nato le probabilità che si ripetano gli avvenimenti del secolo scorso saranno molto elevate.

Il dialogo è indispensabile
La collaborazione tra la Russia e l'Occidente nella questione afghana è resa assai complicata dalla rivalità per l'influenza nell'Asia Centrale post-sovietica e dalle divergenze di valori e di ideologia. Se si riuscirà a superare questi contrasti, la Russia cooperando con l'Occidente potrà dare un valido contributo per stabilizzare la situazione in Afghanistan e nell'area circostante: mantenere aperte le vie di trasporto nel Nord del Paese, fornire supporto al legittimo governo afghano e alle forze antitalebane, intensificare gli aiuti militari ed economici ai paesi dell'Asia Centrale per realizzare dei cordoni di sicurezza lungo i confini afghani, unire gli sforzi fatti in questo senso da parte dell'Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva e dell'Organizzazione di Shanghai per la cooperazione con l'Unione Europea e la Nato.   

La ricerca di una via per il dialogo è un processo lungo e complesso, e nessuno può garantire che avrà un esito positivo.  Deve essere accompagnata da energiche misure per favorire la ripresa economica e la formazione di organi di potere efficaci. Probabilmente, oggi non vi è altra strada che la ricerca di un dialogo con i leader dei talebani; bisogna coinvolgerli nell'attività degli organi di governo del Paese grazie a un governo di coalizione, integrarli nelle forze dell'ordine dello Stato e creare le condizioni per lo sviluppo economico del Paese. 

 

Anatolij Kulikov è un generale dell'esercito russo e presiede il Club dei dirigenti militari della Federazione Russa

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