Volodos, talento fiorito all'improvviso

Il pianista russo Arkadi Arkadevich Volodos (Foto: Itar-Tass)

Il pianista russo Arkadi Arkadevich Volodos (Foto: Itar-Tass)

Ha iniziato a suonare tardi, all'età di 16 anni, rivelandosi in breve tempo uno dei più importanti pianisti russi. In un'intervista, Arkadi Arkadevich racconta il suo rapporto con la musica e le parole che gli cambiarono la vita

Iniziò a suonare il piano all’età di 16 anni. E ammette di non amare i concorsi musicali. Il russo Arkadi Arkadevich Volodos è considerato tra i musicisti di maggior talento della Federazione.

I critici musicali lo paragonano infatti a Liszt e a Horowitz. Per tutta risposta, lui stesso afferma: “Innanzitutto non sappiamo come suonava Liszt, visto che non lo abbiamo mai ascoltato. Inoltre, il più delle volte il virtuosismo allude alla velocità del movimento delle dita sul piano. Ma non è questa la cosa più importante”. Una buona contestazione. Soprattutto nei confronti di coloro che lo rimproverano di una certa mancanza di emozione e profondità nelle sue interpretazioni.

“La missione principale di qualsiasi interprete –spiega -, è quella di fare da intermediario tra un compositore e il pubblico. Per questo motivo è necessario saper ascoltare sé stessi durante un’interpretazione. Cercare di ottenere una vera e propria fusione con lo strumento”.

La storia della sua formazione non è esattamente paragonabile a quella di un bambino prodigio. Volodos ha iniziato a suonare il pianoforte all’età di 16 anni. “Quando entrai a far parte del Collegio del Conservatorio di San Pietroburgo mi dissero che il mio livello era troppo basso. E che avrei avuto poche possibilità di mettermi al pari con gli altri allievi. Non mi era rimasta molta speranza. Ma alla fine, per fortuna, mi accettarono. Poi mi trasferii a studiare a Mosca. La mia professoressa fu la prima a dirmi che mi sarei rivelato un vero talento. Se non avessi sentito queste parole, forse avrei abbandonato gli studi per sempre”.

Il suo repertorio è sempre molto ampio perché, così come ammette lui stesso, non ha una scala di preferenze. “Il più delle volte la scelta del programma si rivela una delusione, visto che presuppone ovviamente lo scarto di alcuni brani. Scegliere significa adottare un punto di vista che si rivela molto più piccolo dell’orizzonte. Quando nasciamo, abbiamo davanti a noi un orizzonte. Poi, con l’età, esso si riduce. Fino a diventare solo un puntino. Io preferisco un orizzonte intero a un piccolo punto”.

Contrariamente a molti altri musicisti, Volodos preferisce ridurre la quantità di concerti organizzati ogni anno. È infatti convinto che, esibendosi tante volte, si corre il rischio di vedersi svuotare l’anima.

L’idea dei concorsi si è sempre rivelata molto remota. E la domanda sorge spontanea: come è possibile ottenere una fama internazionale, senza aver partecipato a nessun concorso? Egli stesso commenta: “I concorsi sono l’esatto opposto della mia natura. Sembra quasi che la nostra epoca si sia trasformata in un tempo di confronti ed etichette. Credo che i concorsi musicali siano una presa in giro della musica. In essa infatti non si possono fare confronti”.

Per quanto riguarda il tempo da dedicare ogni giorno alla musica, egli stesso dice che preferisce “studiare e ripetere l’opera nella mente, prima di dedicarle tempo nella pratica concreta”. Sostiene che sia molto importante saper distribuire correttamente l’energia fisica e spirituale. È convinto che i musicisti abbiano bisogno di silenzio. Per questo ama stare a contatto con la natura, per approfittare della tranquillità e della solitudine.

“L’enigma di ogni opera consiste nella comprensione della sua atmosfera spirituale – dice -. Per me la cosa più importante nell’interpretazione di ogni singolo pezzo è scoprire i suoi impercettibili colori, il respiro della musica. Il senso del tempo”.

Alla domanda, su quale scuola interpretativa lo rispecchia meglio, risponde che è troppo difficile rispondere: “Il concetto di ‘scuola’ poteva andare bene in quel periodo in cui non esistevano registrazioni e nemmeno gli aerei – spiega -. Adesso, quando molti musicisti studiano all’estero, è difficile stabilire a quale scuola appartenga ognuno di loro”.

Gli piace quando il pubblico ascolta attentamente. Il successo ha un’importanza secondaria. “Per me è molto più gratificante quando una persona ascolta. Quando la sala freme. C’è una enorme quantità di opere, al termine delle quali non è necessario applaudire”.

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