“La diplomazia senza pregiudizi”

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

A proposito di elezioni americane e della riconferma di Barack Obama alla Casa Bianca, c’era una volta la Cortina di Ferro

Non sono affatto dell’opinione che, una volta eletto presidente, Romney avrebbe inevitabilmente tentato qualche avventura in politica estera. Può darsi di sì, come può darsi di no. Secondo me la differenza tra Obama e Romney sta proprio nel loro atteggiamento verso i pregiudizi.

La politica estera di Obama non può essere definita filo-russa. Qualora avesse vinto Mitt Romney non sarebbe stata certo una catastrofe per Mosca. Ma la mattina del trionfo elettorale di Obama ho provato comunque un sentimento di gioia e mi sono sentito sollevato. Nella nostra vita politica contemporanea c’è già molto di folle e di illogico.

Ma la vittoria di Obama ci dà motivo di sperare che Mosca e Washington litigheranno non per antiquate e artificiose costruzioni ideologiche, ma per la diversità dei rispettivi interessi nazionali. Un tempo la Russia si trovava al centro della politica estera americana. Oggi siamo rimasti solo al centro dei discorsi di Romney.

Pochi giorni prima delle elezioni americane ho incontrato a Mosca un ex collaboratore di alto livello dell’apparato di un presidente repubblicano degli Usa, il cui attuale business dipende dai buoni rapporti tra Russia e America. Eppure si è mostrato poco interessato alla possibilità che vincesse l’uno o l’altro dei candidati, sembrando più attento all’evoluzione dei rapporti con Cina e Iran. Eppure mi viene in mente quando il presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson decise di far partecipare in massa l’America alla guerra del Vietnam.

Secondo i suoi biografi capiva che così facendo avrebbe danneggiato la sua presidenza, visto che promuovendo lo slogan di costruire una “grande società” sognava di entrare nella storia del suo Paese come un grande riformatore sociale. La questione del Vietnam di fatto mise il presidente di fronte a una scelta: o la guerra o la sua “grande società”.

Johnson era con tutta l’anima per la seconda soluzione. Ma la sua ragione era guidata da una concezione di politica estera che allora andava di moda, la teoria del domino. Secondo la quale, se si fosse permesso a sola una tessera del domino - a un Paese del Sud-Est asiatico - di diventare comunista, tutti gli altri Stati di quell’area inevitabilmente lo avrebbero seguito sulla stessa strada. Ma la teoria si rivelò essere un pregiudizio. Il presidente perse la guerra e distrusse anche il proprio sogno di una “grande società”.

Tornando alle recenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti, l’unica cosa che mi sento di affermare è che Obama è un pragmatico dotato di sangue freddo, che non guarda al passato, ma piuttosto al futuro. Romney è un politico il cui rapporto con i pregiudizi non è ben chiaro. Non si può certo entrare nella testa di una persona, e tanto meno di un politico. La domanda sulla misura in cui questo o quel politico crede nel proprio materiale retorico è destinata a rimanere sempre aperta.

Ma quanti più pregiudizi ci sono a Washington, tanti più ve ne saranno a Mosca. Perfino durante il primo mandato di Obama negli ambienti politici russi riguardo alla politica degli Usa esisteva una quantità di preconcetti, i più folli. Per esempio, persone considerate serie erano convinte che la primavera araba fosse il risultato di una qualche ben congegnata congiura americana. Quelle stesse persone serie credono fortemente che i fermenti dell’opposizione in Russia siano
anch’essi conseguenza di qualche subdolo e cospiratorio piano americano. Benché, in realtà, tutte le cause delle nostre perturbazioni politiche siano da cercare all’interno del Paese.

Ho persino paura a immaginare come si sarebbero moltiplicati i pregiudizi antiamericani a Mosca se avesse vinto Romney con la sua oscura retorica del “nemico geopolitico numero uno”. Provo a tirare le conclusioni del ragionamento fatto fino a questo punto: il secondo mandato di Obama non farà dell’America e della Russia due amiche del cuore. Nelle zone in cui i nostri interessi non coincidono pienamente o non coincidono affatto - in Asia Centrale, nel Caucaso o sul tema
della creazione dei sistemi antimissilistici Pro in Europa - la rivalità non sarà meno forte di prima.

Però vi sono delle chances che si tratti di un muro contro muro non costruito a tavolino, ma basato su differenti interessi concreti. Per grandi Paesi come sono
considerati la Russia e gli Usa, già questa non è certo una cosa da poco.

L’autore è un osservatore politico del giornale “Moskovskiy Komsomolets”

L'intervento è stato pubblicato sul numero cartaceo di Russia Oggi del 22 novembre 2012

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