Petrolio russo, ne resta la metà

Alla fine del 2012 in Russia non rimarranno aperti giacimenti di oro nero di grosse dimensioni, per questo è necessario pensare all'esplorazione di nuovi pozzi

Alla fine del 2012 in Russia non rimarranno giacimenti di petrolio aperti e di grosse dimensioni. Come ha comunicato l'Agenzia Federale per lo sfruttamento del sottosuolo (Rosnedra), questa sarà la conseguenza dell'assegnazione di tre giacimenti nelle aste che si terranno a dicembre 2012.

L'imminente evento traccia una demarcazione molto netta ma non significa che le riserve petrolifere russe siano esaurite. Gli esperti rassicurano che anche la regione di Tjumen, la meglio conosciuta, geologicamente parlando, ad oggi è esplorata solo al 50 per cento. Il volume totale delle riserve petrolifere nella Siberia orientale viene stimato a circa 17-20 miliardi di tonnellate e non è comunque l'unico serbatoio per la Russia: c'è la piattaforma continentale, come ricorda il presidente dell'Unione dei Produttori Oil&Gas Russia, Gennadij Shmal.

"La Siberia Occidentale non ha ancora detto l'ultima parola. La seconda Tjumen si trova proprio a Tjumen, come dice il mio amico petroliere Farman Salmanov. A ben guardare, la zona centrale del cicondario autonomo degli Chanty-Mansi e la parte occidentale della penisola Yamal non sono ancora stati esplorati. Ora l'estrazione è avviata a Sud della regione di Tjumen. I volumi non sono imponenti ma ci sono buone prospettive. Il potenziale del sottosuolo non è ancora esaurito e, cosa ancora più importante, non è ancora del tutto esplorato".

A sua volta il direttore del Fondo per lo Sviluppo energetico Sergei Pikin ritiene che le compagnie petrolifere russe dovrebbero concentrarsi sui giacimenti attivi, e sottolinea che prima di tutto bisognerebbe parlare di efficienza del loro sfruttamento:
"In generale la questione riguarda l'intensità di sfruttamento dei pozzi esistenti, e non nuovi pozzi. Il problema è che le tecnologie utilizzate oggi non si differenziano granchè da quelle impiegate 30 anni fa. I petrolieri cercano di migliorarle, ma se confrontiamo il rendimento dei nostri giacimenti petroliferi con quello dei giacimenti stranieri, vediamo che il loro è maggiore".

L'aumento di efficacia nell'estrazione dei pozzi già aperti non esclude comunque la necessità di aprirne di nuovi. Al momento il processo della loro messa in funzione va piuttosto a rilento, ma le affermazioni che un'arretratezza nell'apertura di nuovi giacimenti minaccerebbe il potenziale di esportazione della Russia sono del tutto infondate, ritengono gli esperti. Sono altri i fattori influenti ricordati da Gennadij Shmal: "Prima di tutto è fondamentale la domanda di petrolio russo. Le crisi delle economie europee influiscono negativamente sul consumo, che in questo momento è totalmente fermo e noi siamo principalmente legati proprio all'Europa. Il secondo fattore sono i prezzi: a 110-120 dollari al barile l'apertura di nuovi giacimenti è sostenibile, ma in caso di caduta dei prezzi potrebbero insorgere problemi con i volumi dell'estrazione".

Ad oggi il prezzo normale del petrolio si aggira sugli 80 dollari al barile, mentre la soglia dei 90 dollari è il prezzo che gli analisti definiscono confortevole. Il prezzo che ora vige sul mercato è considerato extraconfortevole, ma non va dimenticato che un prezzo troppo alto può portare alla riduzione della domanda, soprattutto in situazioni di crisi. Le speranze degli esperti sono rivolte alla Cina, che invece mostra una domanda in crescita. Per volumi di consumo occupa già il secondo posto al mondo. Inoltre, gli esperti segnalano il fattore prezzo: la Cina offre sempre un buon prezzo per il petrolio.

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