L'Iraq e gli armamenti russi, è giallo

Fedor Lukjanov (Foto: archivio personale)

Fedor Lukjanov (Foto: archivio personale)

Dopo gli accordi di Mosca sulla consegna di elicotteri d'assalto e tecnologie militari, Baghdad fa marcia indietro. Ecco perché

La fornitura di armamenti russi all’Iraq sta diventando un vero e proprio giallo. Il 10 novembre 2012 il portavoce del capo di governo iracheno ha comunicato che il suo superiore ha deciso di annullare la maxi-commessa per la fornitura a Baghdad di armamenti e tecnologie militari stipulata durante la visita di ottobre 2012 del premier Nouri al Maliki a Mosca.

Secondo quanto riferito dal funzionario, al ritorno dal viaggio in Russia ad al Maliki sarebbe venuti dei sospetti di corruzione sull’accordo che hanno portato all’annullamento del contratto. Già nella sera del 10 novembre 2012, però, secondo il canale Al Jazeera, il ministro della Difesa iracheno Sadun Ad-Dulaymi ha dichiarato in una conferenza stampa a Baghdad: "Il contratto sarà onorato secondo i piani". Sulle forniture da parte russa di armamenti per una somma di 4,2 miliardi di dollari si farà probabilmente chiarezza nei prossimi giorni.

Secondo le informazioni riportate sui giornali dopo l’incontro con Nouri al Maliki a Mosca, le parti si sarebbero accordate per rifornire l’Iraq di 30 elicotteri d’assalto Mi-28 e 42 batterie antimissile terra-aria “Pantsir”. Nel caso in cui l’affare vada in porto – il primo dalla caduta di Saddam Hussein – la Russia diventerebbe il secondo fornitore, dopo gli Stati Uniti, di tecnologia militare in Iraq, un Paese che durante il precedente regime aveva speso complessivamente 30 miliardi di dollari per acquistare armamenti dall’Urss.

Gli esiti delle trattative di ottobre 2012 tra Russia e Iraq erano stati accolti con grande clamore. Sullo sfondo dei difficoltosi rapporti tra Mosca e la maggior parte dei Paesi arabi a causa della questione siriaca, l’Iraq non si pronuncia, in virtù della sua vicinanza all’Iran, e rimane una comoda soluzione per dimostrare che la Russia è in grado di mantenersi presente nella regione.

Inoltre lo sguardo di Baghdad puntato su Mosca diventerebbe un’ulteriore e disdicevole conferma della politica fallimentare degli Usa nel Paese. Le notizie di ottobre 2012 dalla capitale russa hanno suscitato nei giornalisti americani dubbi e perplessità rivolti al portavoce del Dipartimento di Stato Viktoria Nuland: perché avrebbero combattuto se adesso vanno a fare affari con un pericoloso concorrente? La funzionaria ha finto indifferenza e non poteva di certo dire altro: apostrofare uno Stato sovrano e impedirgli di avere a che fare con un altro Stato altrettanto sovrano significa scatenare uno scandalo di vaste proporzioni.

Tuttavia a giudicare dalle dichiarazioni di Baghdad, gli Stati Uniti non sono affatto indifferenti su chi abbia a che fare con il governo locale. Non c’è bisogno dei servizi di intelligence per presupporre che al Maliki abbia ricevuto forti pressioni e gli sia stato spiegato chi deve rimanere l’amico numero uno dell’Iraq.

Sette anni di occupazione hanno mostrato che l’America non riuscirà a tenere Baghdad sotto la sua ala, anche se bisogna rendere il giusto merito agli strateghi americani che hanno saputo spegnere la catastrofica esplosione di violenza in Iraq a metà degli anni 2000, creando le condizioni per una nuova formazione politica. Le elezioni in Iraq, a prescindere da tutte le difficoltà del caso, sono avvenute in modo assolutamente democratico, vale a dire i risultati hanno rispecchiato gli schieramenti di forze e le preferenze del Paese. E così è venuto fuori che, potendo esprimere liberamente il voto, i popoli del Vicino Oriente non votano chi è visto in buona luce da Washington.

La maggioranza sciita irachena, repressa durante il regime di Saddam, ha iniziato a spostare lo sguardo sui correligionari iraniani. Non si devono certo ritenere le autorità di Baghdad delle marionette in mano all’Iran, ma è chiaro che al Maliki e i suoi compagni d’armi hanno le orecchie sintonizzate su quanto dicono Tehran e Qom.

La scontro siriano ha cristallizzato la particolare posizione che occupa l’Iraq tra i Paesi arabi. Non a caso, in seguito alle trattative con Nouri al Maliki, Vladimir Putin ha dichiarato che i punti di vista di Russia e Iraq sulla crisi siriana praticamente coincidono.

La richiesta dell’Iraq di rapporti più stretti con la Russia è condizionata proprio da questa posizione intermedia tra le diverse aree della regione. Guardando all’agenda irachena con crescente disapprovazione gli Usa si aspettano da Baghdad correttezza.

I Paesi arabi leader che hanno fatto fronte comune contro Bashar Assad iniziano a guardare ad al Maliki come a una nuova versione della “quinta colonna” pro-iraniana.

Anche il definitivo slittamento verso l’Iran preannuncia grossi problemi. In primo luogo la perdita d’indipendenza è difficile da capire, anche nel caso in cui avvenga a vantaggio di un partner stretto. Secondariamente gli sciiti in Iraq non rappresentano la maggioranza assoluta e il governo dovrà tenere conto del parere degli altri in nome della stabilità del Paese.

In questo quadro rivolgersi alla Russia è la soluzione ideale. Mosca non ha ambizioni esplicite nei confronti dell’Iraq, nessuno sta puntando al modello che esisteva ai tempi di Saddam Hussein. La Russia è interessata ad ampliare i mercati, tanto più che i rivolgimenti in Libia e Siria restringono il ventaglio di possibilità, e per tale motivo la Federazione è pronta a dare un appoggio politico.

La “primavera araba” ha fatto vedere che la Russia non è l’attore più importante del Vicino Oriente, ma allo stesso tempo ha dimostrato anche che senza la partecipazione e l’appoggio del Cremlino non si può influenzare seriamente il corso degli eventi. E in una situazione in cui è necessario un punto di equilibrio, qualcuno che possa, se non stravolgere le carte in tavola, quantomeno favorire uno scenario piuttosto di un altro, la Russia è l’alternativa più adatta.

Qui però entrano in gioco i grandi interessi dall’esterno. Gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere di nuovo l’Iraq, che ha riconquistato una posizione dominante nel mondo per l’estrazione del petrolio. È inammissibile da un punto di vista politico e svantaggioso sul lato economico, soprattutto in un momento in cui il futuro delle altre potenze dell’area fornitrici di petrolio è molto più incerto di un paio di anni fa.

Washington sta impiegando tutti i mezzi per convincere Baghdad che soltanto l’America può svolgere la parte dell’alleato sicuro. A quanto pare intorno all’Iraq e al suo prossimo destino inizia a formarsi un nuovo nodo di contraddizioni che era stato reciso una volta per tutte dall’intervento americano del 2003. E la Russia è ancora una volta una pedina sulla grande scacchiera.

Fedor Lukjanov è caporedattore della rivista “La Russia nella politica globale”

Per leggere l'articolo in versione originale cliccare qui

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta