"Abbiamo tanto da raccontare all'Italia"

Oleg Osipov, direttore del Centro russo di Scienze e Cultura di Roma (Foto: Luca Ferrari)

Oleg Osipov, direttore del Centro russo di Scienze e Cultura di Roma (Foto: Luca Ferrari)

Il Centro russo di Scienze e Cultura di Roma spegne la sua prima candelina e il direttore Oleg Osipov fa il primo bilancio delle attività

Da lontano è come vedere solo “la cima delle montagne”. Ma bisogna guardare oltre. Capire che non ci sono solo l’Urss e l’antica Roma, le avanguardie e il Rinascimento. Perché "i nostri due Paesi sono ricchi di storia, di sfumature: patrimoni culturali immensi che bisogna mettere in comunicazione". Oleg Osipov è nella biblioteca del Centro Russo di Scienze e Cultura, l’istituto che dirige e che è stato aperto nel 2011. Una vita come corrispondente dell'Itar-Tass. E ora, questa nuova sfida.

Dottor Osipov, ha iniziato come giornalista.
Sono nato in una famiglia di giornalisti. Mio padre era corrispondente e io sono nato durante una sua missione a Baghdad. Ho frequentato la facolta di Giornalismo dell’Università Statale di Mosca. E poi ho lavorato quattro anni in Africa e sette in Italia. Nel 2005 sono tornato in Russia e lì ho lavorato al sito di Dmitri Medvedev dedicato ai progetti nazionali prioritari. Poi, nel 2010, mi hanno proposto di venire qui come rappresentante dell’Agenzia federale dei connazionali all’estero.

Come è arrivato a dirigere il Centro Russo di Scienze e Cultura?
Era un altro mio compito. Il 2011 è stato l’Anno dello scambio culturale Italia-Russia. Ci siamo resi conto che
malgrado le relazioni secolari, i nostri due Paesi non avevano centri culturali. Solo oggi è venuta l’idea di fondare gli istituti di Mosca e San Pietroburgo e qui a Roma.

L'ingresso principale del Centro russo di Scienze e Cultura a Roma (Foto: Alessandro Penso)

È stato difficile passare dal giornalismo alla direzione del Centro?
Prima la mia attenzione era focalizzata sul ricevere quante più informazioni possibili. Adesso lavoro non solo per ricevere ma per proporre. È un altro tipo di lavoro, diverso. Certo, è stato difficile cambiare la mia formamentis. Ma ci sto riuscendo.

Aiutato molto anche dal fatto che già conosceva l’Italia.
Quella per il Belpaese è una passione antica. Ho cominciato a imparare l’italiano per capire i vostri cantautori.
Leggevo i testi delle canzoni scritti sul retro degli Lp. Non ho mai fatto lezioni di italiano, l’ho imparato vivendo, leggendo i testi delle canzoni e parlando con la gente. Lavorare qui è meraviglioso, anche se non mancano gli intoppi. Per esempio, abbiamo aspettato per sei mesi il permesso delle autorità italiane per esporre due bandiere, quella della Federazione Russa e quella della Repubblica Italiana, al balcone di Palazzo Santacroce (sede del Centro russo di Scienze e Cultura a Roma, ndr). Tutto questo nonostante ci sia un accordo
intergovernativo per la nascita dei centri.

Come è stato accolto l’Istituto?
I cittadini russi ne stavano aspettando l’apparizione quasi con ansia. E molti italiani ci hanno detto che è stato come aprire una piccola finestra sul mondo della Federazione. Non c’era nessun tipo di posto simile, non con questo tipo di struttura: ingresso libero, una biblioteca consultabile liberamente. Il numero dei visitatori aumenta settimana dopo settimana. Durante i concerti siamo costretti a portare in sala anche le sedie a rottole e i divani.

Nella biblioteca del Centro di Roma si possono leggere i libri degli scrittori russi (Foto: Alessandro Penso)

I vostri corsi di lingua russa sono un successo.
Il nostro vantaggio è quello di essere un’organizzazione statale: facciamo parte del Ministero degli Affari Esteri. E i nostri attestati sono certificati.

Come sarà la vita del Centro nei prossimi mesi?
Proseguiamo con il nostro metodo: mostre, concerti, seminari e relazioni anche sui rapporti tra le comunità scientifiche dei nostri Paesi. Inoltre, abbiamo contatti con numerosi enti italiani: dall’Accademia di Santa Cecilia a La Sapienza, all’Università di Sassari. Vogliamo creare una rete con scuole, licei e atenei. Poi il lavoro con le associazioni dei connazionali russi che vivono qui in diverse regioni, dal Trentino fino alla Puglia e con quelle basate sull’amicizia Italia-Russia.

Che direzione vuole imprimere al suo lavoro?
Cerchiamo di presentare non solo i classici della nostra cultura. Vogliamo creare una mappa capace di contenere tutti i sentieri della cultura russa. Bisogna lottare contro gli stereotipi. E trasferire questo anche in Russia, dove c’è un’immagine, positiva, ma frammentaria dell’Italia: creare una visione d’insieme. Perché non esistono solo le automobili, le canzoni di Sanremo, la cucina e l’antica Roma.

L'intervista è stata pubblicata sul numero cartaceo di "Russia Oggi" del 18 ottobre 2012

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