"Ai vertici 150 manager qualificati"

L'industriale russo Oleg Deripaska (Foto: Itar-Tass)

L'industriale russo Oleg Deripaska (Foto: Itar-Tass)

L'industriale russo Oleg Deripaska ritiene che senza un importante cambiamento nella politica monetaria e finanziaria non sarà possibile ravvivare l'economia della Russia

Rimane acceso il dibattito tra coloro che credono che sia possibile sviluppare l’economia del Paese con il denaro ricavato dalla vendita di gas e petrolio (e che amano speculare sul mercato petrolifero) e coloro che invece vedono una fonte di capitale non nei contanti, bensì in un forte mercato del debito – creditizio e obligazionario.

L’esito di questo dibattito definirà se l'economia russa sarà in grado di intraprendere una crescita vigorosa o si limiterà semplicemente a indugiare in una situazione di depressione permanente. La rivista Expert ha discusso questi problemi con un importante industriale russo, rappresentante del consiglio di sorveglianza della società “Basic Element” (Bazovyj Element, in russo), Oleg Deripaska.

Vorrei parlare con Lei del bilancio dello Stato, che è stato presentato alla Duma. Fa acqua da tutte le parti, il Presidente non ne è soddisfatto e non sono state rispettate le promesse prelettorali riguardanti le spese destinate ai settori di sanità e istruzione. In ogni caso, se ho capito bene, senza il mercato del debito è impossibile risolvere i problemi che attanagliano lo Stato. Mettiamo a confronto il volume del mercato azionario in Russia con quello degli Stati Uniti, prestando particolare attenzione ai titoli municipali: negli Stati Uniti, essi rappresentano circa il 26 per cento del Pil, mentre da noi si limitano allo 0,6 per cento. Come si può convincere chi prende le decisioni della necessità di nuovi approcci?
Non lo so. A seguito del cambiamento delle relazioni fiscali, le risorse dei bilanci dei soggetti federali sono state indirizzate al bilancio federale e ora vengono ripartite da lì. Queste risorse, tuttavia, non vengono stanziate qualora si superi il limite di indebitamento. Ed è naturale, considerando lo stato attuale del mercato: consentire ai soggetti federali di chiedere prestiti con un tasso di interesse al 18 per cento, significherebbe trascinarli in un “buco” finanziario. Per quanto riguarda le imposte, colpiranno di nuovo gli imprenditori e le imprese. Un aumento improvviso delle tasse farà aumentare il valore catastale degli oggetti e così via. Sarà una mossa molto impopolare, ma dovrà essere fatta soprattutto alla luce della situazione attuale. Allora inizierà anche la vera democrazia, nel momento in cui i cittadini diventeranno maggiormente consapevoli dei loro diritti e doveri, la gente capirà chi dovrà essere ritenuto responsabile. È rimasto poco tempo. Senza un cambiamento nella politica monetaria e fiscale non si può andare avanti.

Vogliamo sviluppare il Paese, lo vogliamo vedere libero, vogliamo essere alla pari con le altre nazioni che hanno fatto progressi enormi negli ultimi settanta anni? Se è questo ciò che vogliamo, allora abbiamo bisogno di altre persone che si occupino della politica finanziaria e fiscale. C’è bisogno di un cambiamento di paradigma. Attualmente viviamo in un paradigma statale, che non accenna a nessun miglioramento. Sì, c'è una crescita costante, ma essa è vicina allo zero. Purtroppo, sappiamo che presto, beh, forse non molto presto, diciamo, nel giro di quattro anni, tutto ciò cambierà. Accanto al gas di scisto arriverà il petrolio di scisto e i mercati si apriranno.

Non potremo, naturalmente, competere in un sistema economico aperto, sistema in cui ci siamo entrati dopo l'adesione al Wto (Organizzazione Mondiale del Commercio. Non potremo competere, ad esempio, con un imprenditore coreano, per il quale un prestito costa il cinque per cento o con un imprenditore del Regno Unito, per il quale costa meno del tre per cento. Sto parlando di soldi di sette/otto anni. Le nostre risorse - energia elettrica, trasporti, carburante, il gas stesso – diventeranno equiparabili a livello di prezzo o anche più costose. Il tasso di produttività, l'efficacia della nostra forza lavoro diminuiranno. Siamo in una fase di pre-crisi, in cui ci siamo cacciati da soli, per via dell’attuale politica finanziaria.

Come si può cambiare il paradigma attuale e sviluppare una nuova politica? Si tratta di un problema di carattere democratico?
Io non parlerei adesso di democrazia. Ora come ora abbiamo bisogno di 100-150 manager qualificati, esperti, responsabili, onesti e leali al Paese, che vadano a ricoprire i principali incarichi, sia nelle aziende pubbliche che in quelle private. Siamo tutti sulla stessa barca. Naturalmente, è necessario ristabilire l’ordine nell’ambito dell’istruzione e della sanità. A nessuno piace la situazione attuale. Dobbiamo essere coscienziosi. Non appena le nostre coscienze si risveglieranno, tutto ritornerà a posto.

Ciò significa che non dobbiamo temere una seconda ondata di crisi, ma qualcos’altro?
Sì. Dobbiamo avere paura di rimanere indietro in termini di produttività del lavoro, di velocità di rinnovo delle immobilizzazioni e della creazione di nuovi prodotti. Attualmente, molti Paesi, che si sono formati in condizioni difficili e di conflitto, si stanno preparando al cambiamento e a compiere il passo successivo. Così noi rimarremo ancora di più indietro. E la nostra gente ci dirà: ci state prendendo in giro? Guardate, ce ne andiamo in Turchia, un Paese avanzato. O in Cina. Questo, quindici anni fa, sarebbe stato del tutto impensabile, mentre adesso rappresenta già una lezione per noi. Possiamo incluso fare molto nei prossimi tre anni. Per esempio, ridurre il costo dei prestiti a lungo termine fino a un cinque/cinque e mezzo per cento. Ciò di cui parlava il Presidente nei suoi decreti. Tutto è possibile, ma dobbiamo iniziare a lavorarci già adesso.

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