Tesoro di carbone

L’80 per cento del carbone di Vorkuta è di grandi brand (Foto: Kommersant)

L’80 per cento del carbone di Vorkuta è di grandi brand (Foto: Kommersant)

Tra i minatori di Vorkuta che non rientrano, come ai tempi sovietici, nella categoria di lavoratori altamente retribuiti, ma che contribuiscono alla massiccia estrazione ed esportazione della materia prima

I biglietti per il volo diretto Mosca-Vorkuta erano finiti, ci è toccato fare due ore di mezzo di aereo fino a Uchta e poi prendere il treno per Vorkuta: 14 ore nella tundra. I posti sono leggendari, la personificazione dei gulag. All’inizio del Novecento qui era stato scoperto un vastissimo giacimento carbonifero, il bacino di Pechora.

I primi minatori che tra gli anni Trenta e Cinquanta, di fatto, costruirono Vorkuta erano detenuti politici. Soltanto nel 1953 il patrocinio delle lavorazioni locali passò dal sistema del Ministero degli Interni al Ministero dell’Industria. Nel 2003 la società “Vorkutaugol srl”, che riuniva tutte le miniere dei dintorni entrò a far parte della holding siderurgica “Severstal”.

La Russia e il carbone

Nella Russia ricca di gas la quota del carbone nel bilancio dei consumi di risorse primarie per i combustibili è una delle più basse al mondo – il 15,8 per cento – mentre negli Usa è il 22,1 per cento, in Cina arriva al 70 per cento, in Polonia al 58,2, in Germania al 25, in Giappone al 24,6 e in media nel mondo è del 30 per cento. In tale contesto è opportuno intensificare e non ridurre le estrazioni. Tra l’altro, se gli specialisti che seguono le riserve accessibili di petrolio di solito fanno i loro calcoli su archi di tempo decennali, le riserve di carbone della Russia ammontano a 193,3 miliardi di tonnellate. Mantenendo l’attuale ritmo di crescita di estrazione basteranno per 500 anni. Soltanto gli Usa possiedono riserve più ampie

Non c’è niente di strano, in realtà: con il carbone cokificante di Vorkuta sono state costruite le potenti acciaierie di Cherepovec, in mano a “Severstal”. Oggi, dopo un processo di modernizzazione, Vorkuta ha di che vantarsi, anche in paragone a Kuzbass che estrae il 60 per cento del carbone russo. A Vorkuta si trova la miniera più profonda della Federazione, la “Komsomolskaja” (1.200 metri), oltre alla miniera più produttiva di Europa, quella di “Vorgashorskaja” (con una produzione di 9 tonnellate di carbone al minuto).

La città stessa è ciò che rimane dello sfarzo di un tempo. L’architettura degli edifici è si è chiaramente fermata agli anni Settanta. In fondo a che pro costruire? Dei precedenti 200.000 abitanti ne è rimasta meno della metà. Le croci nel cimitero commemorativo ricordano il gulag, così come la centrale termoelettrica che, come confermano gli abitanti del luogo, era quella che anche Aleksandr Solzhenitsyn costruiva.

La città e i paesini intorno sono oasi nella tundra: tutta la vegetazione, povera e formata per lo più da alberi e arbusti, non è originaria di qui. In condizioni del genere la città, come ai tempi dell’Urss, rimane per molti un punto di passaggio: i minatori alle soglie della pensione raggiungono luoghi con un clima più favorevole. “Ai tempi dell’Unione Sovietica i minatori di Kuzbass guadagnavano 600-1.000 rubli – dice il nostro conducente. – Qui 600 rubli li prendeva un conducente dell’autobus, i minatori arrivavano fino a 2.000 rubli. Si potevano permettere di fare un salto a Sochi a bere una birra e tornare subito indietro”.

Oggi, rispetto agli anni Novanta, la vita dei minatori è stabile e agiata, anche se non raggiunge le vette di chic sovietico di un tempo: a detta della dirigenza di “Vorkutaugol”, lo stipendio medio in azienda è di 55.000 rubli, 60-80 mila rubli per i minatori.

Verso le 11 il turno con il quale ci caleremo scende dall’autobus accanto all’ingresso della miniera. Gli uomini fumano all’entrata: in miniera le sigarette non si possono nemmeno portare. Per entrare non si deve soltanto passare il tesserino di permesso, ma anche soffiare nell’etilometro montato a ogni tornello. All’uscita il controllo si ripete.

Dopo aver ricevuto le istruzioni per la sicurezza indosso della biancheria intima pesante, i pantaloni, un gilet riscaldato e la giacca; stringo la cintura sulla quale appendo la batteria da un chilo per la lampada che fisso sul casco. A fatica mi avvolgo ai piedi le pezze, ripescando nella memoria la procedura imparata al militare. Infilo gli stivali di gomma e gli occhiali, i guanti per ora li metto in tasca. Infine mi butto sulle spalle l’“autosoccorso”, una scatola di metallo di tre chili circa che assomiglia a un grosso termos. Nel caso di fumo in miniera l’apparecchio permette di respirare per qualche ora.

Dopo una discesa di quasi un chilometro e mezzo in un ascensore mai visto prima, arriviamo alla fermata: una minuscola elettromotrice con dei vagoni. Piegato in due mi infilo nel vagoncino e chiudo l’anta di acciaio. La velocità del trenino probabilmente non è molto alta, ma a causa del terribile rumore e degli scossoni sembra di essere sulle montagne russe, e il treno va anche in pendenza. La luce è soltanto quella delle lampadedei passeggeri. Non essendo abituato mi sento a disagio, mentre i minatori del vagone accanto iniziano tranquillamente a giocare a carte: per fare nove chilometri si balla per circa 40 minuti. Arrivati al capolinea, ci trasferiamo su un altro mezzo di trasporto, un “Diesel” che si muove su una monorotaia sospesa. Percorriamo ancora un paio di chilometri. Al turno di sei ore, quindi, si aggiungono ancora due ore per entrare e uscire dal settore.

Oggi il concetto di “galleria di avanzamento” si riferisce solamente allo scavo, alla foratura della galleria. Il carbone però non si estrae nelle gallerie, ma già nel taglio. La moderna tecnologia funziona così: una falda carbonifera attraversata da due gallerie parallele a una distanza, in questo caso, di 300 metri uno dall’altro. Indipendentemente dalla potenza (spessore) del filone si ricavano gallerie ampie e alte. La volta e le pareti della galleria sono puntellate con bulloni e reti. Più in là, tra le gallerie, passa già nel filone carbonifero un altro corridoio, all’altezza della falda: è il fronte dell’estrazione, il taglio.

La squadra impegnata in quel punto è composta da nove persone, di cui una è il meccanico che aggiusta i macchinari. In miniera si lavora 24 ore su 24: tre turni di estrazione e uno di manutenzione. Quando arriviamo sta per iniziare proprio l’estrazione, dopo la solita preparazione-profilassi. I martelli pneumatici oggi si usano soltanto per spianare e limare le sporgenze di singoli punti. L’estrazione industriale avviene con una macchina combinata, un gigantesco macchinario con due teste elicoidali rotanti. La macchina, come una pialla, passa per il fronte del taglio, estraendo il carbone che viene subito portato via da un trasportatore mobile; già da tempo non si usano più i classici vagoncini. Il caposquadra aziona la macchina combinata. La faccia si copre subito di polvere di carbone: tornerò in superficie da vero minatore. La pialla fa 300 metri in un’ora, in un turno di sei ore in questo taglio si ricavano quasi 3.000 tonnellate. Tolto uno strato, si spinge la macchina avanti, mentre dietro spostano un sistema di rafforzi per sostenere la volta, delle spesse intelaiature fatte di spranghe. Dopo il movimento si sente il fragore della roccia che si sgretola alle nostre spalle.

Il sistema di trasportatori a nastro si vede per bene se ci si inoltra a piedi per alcuni chilometri lungo una delle gallerie. Gli operai della sezione hanno la loro luce, tutto il resto è avvolto dal buio più fitto. “Capita che una luce si spenga – confessa Aleksandr Kruglov. – In quel caso ti tiri fuori stando andando attaccato alla parete, tastando con le mani, pian piano”. Secondo lui anche tra i minatori esperti ci sono persone che non possono psicologicamente trovarsi da soli in una sezione.

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Intorno sembra davvero di essere tra i lugubri labirinti delle miniere di Moria del “Signore degli anelli”: 184 chilometri di tunnel di passaggio, 250 chilometri se si contano anche gli sbarramenti chiusi. Siamo al limite della superstizione. “C’è la credenza che il casco non vada cambiato – racconta Aleksandr. – Ogni tre anni per regolamento si deve cambiare, ma molti si oppongono”. Il controllore in superficie vede il punto sottoterra in cui si trova ogni minatore, grazie a un trasmettitore radio sulla torcia, e inoltre può comunicare di raggiungere il telefono più vicino nella galleria mandando alla lampada uno speciale segnale acustico.

La costruzione dal nulla di una miniera con una capacità di 4-5 milioni di tonnellate all’anno ha un costo pari a circa 20 miliardi di rubli. Nel fatturato di “Vorkutaugol” del 2011, dei 35,16 miliardi di rubli totali, quasi 12 sono stati di guadagno netto. L’80 per cento del carbone di Vorkuta è di grandi brand, utilizzabile come coke per riscaldare gli altiforni. Nel Kuzbass invece, dove i costi di produzione sono significativamente inferiori, si estrae per lo più carbone “energetico”, che è meno costoso e viene impiegato nelle centrali elettriche o per le caldaie.

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