Fuga di cervelli da non contrastare

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

"Non ha senso cercare di far tornare per sempre i ricercatori russi che sono emigrati; possiamo offrire loro la partecipazione a progetti concreti, per 3-5 anni", è la proposta di Oleg Alekseev del Fondo Skolkovo

“La fuga di cervelli” è soltanto una parte di un processo chiamato “migrazione”. Dalle interviste del Vciom (Centro di ricerca russo dell’opinione pubblica) è emerso che più del 20 per cento dei russi vuole andare all’estero.

Russia, patria di talenti hi-tech

Il desiderio è più forte nei giovani (39 per cento), ma nell’indagine figurano anche persone in età pensionabile che sono di solito associate alla categoria di cittadini meno mobile. Non tutti quindi se ne andrebbero, certo, ma il fatto che il 20 per cento della popolazione sia pronta ad abbandonare il Paese alla prima occasione dimostra che la fuga di persone in generale, e di cervelli in particolare, da noi esiste.

I motivi sono tanti, tra i più diffusi: l’impossibilità di realizzarsi, la corruzione, l’ambiente sociale, il clima ecc… Una parte di questi problemi potrebbe risolversi con la migrazione interna, che in Russia però è poco sviluppata. La colpa è in primo luogo delle infrastrutture regionali e della evidente centralizzazione economica.

Nelle altre città è difficile trovare casa, non c’è un ambiente culturale (teatri, bar, locali), tipico dei rappresentanti della classe media e, soprattutto, il livello degli stipendi talvolta è decisamente inferiore all’indice analogo, rilevato a Mosca o a San Pietroburgo. Di conseguenza, si è creata una situazione per cui le persone trovano più semplice trasferirsi da Tambov in Germania, piuttosto che, diciamo, a Kaluga.

Per quanto riguarda la fuga di cervelli o, in altre parole, l’esodo di persone che svolgono un lavoro intellettuale, nel secolo scorso ci sono state alcune ondate migratorie. Il primo tentativo di riportare la diaspora russa è stato intrapreso negli anni Novanta, ma è fallito. Ora vogliamo nuovamente attirare in Russia gli studiosi emigrati.

La scienza, come la maggior parte dei settori, si costruisce secondo il principio del clan. Un giovane ricercatore che arriva all’estero conta, prima di tutto, sul sostegno della diaspora. Nel secolo scorso il Giappone ha realizzato con successo, attraverso la diaspora, un modello di sviluppo scientifico in tutto il mondo. Dopo la Seconda Guerra Mondiale gli scienziati giapponesi si sono dispersi in vari Paesi. Una volta ambientatisi, si sono occupati di vari progetti di ricerca, iniziando a invitare i giovani connazionali a seguirli.

Nell’ambiente scientifico è diffuso il sistema di lavoro su base progettuale, ovvero si invita un collaboratore a lavorare su un progetto concreto. Una volta che il progetto è stato realizzato, la persona rimane di fatto senza lavoro, finché non lo chiamano per la ricerca successiva. Di conseguenza, i giovani giapponesi, dopo aver lavorato alcuni anni negli Stati Uniti o in Europa e aver accumulato esperienza all’estero, hanno fatto ritorno al proprio Paese, continuando la loro carriera in patria, quando le condizioni erano già diventate favorevoli.

Un modello simile si potrebbe realizzare in Russia. Non ha senso cercare di far tornare per sempre i ricercatori che sono emigrati. Possiamo offrire loro la partecipazione a progetti concreti, per fare in modo che lavorino qui 3-5 anni. Un professionista di alto livello, come uno sportivo, è un uomo di mondo, vive e lavora dove gli vengono offerte le condizioni migliori. Dal punto di vista finanziario il mercato russo è assolutamente concorrenziale. Negli ultimi anni le grandi società hanno chiaramente espresso l’esigenza di fare ricerca, in primo luogo, naturalmente, nel campo delle materie prime, dell’industria automobilistica e della metallurgia.

I rappresentanti delle diaspore russe in Europa e negli Usa dicono che c’è interesse a lavorare in Russia. I motivi sono molteplici. Il più diffuso: la possibilità di realizzarsi. All’inizio della carriera per molti è effettivamente più comodo e semplice lavorare all’estero, anche se ci sono barriere invisibili praticamente impossibili da superare.

Per ora non si può nemmeno immaginare un russo in Europa o negli Stati Uniti nella funzione di responsabile di un laboratorio o di un’università nazionale. Sono incarichi strategici che non affidano a uno straniero, per quanto possa essere bravo. Molti dei nostri connazionali si fissano su quella “corrente”, senza avere la possibilità di crescere ancora. In Russia non avrebbero limitazioni del genere.

C’è anche un’altra ragione: a molti è rimasta la nostalgia, i ricordi della terra d’origine, e vogliono lavorare nel Paese in cui sono cresciuti. È tipico soprattutto dei migranti della prima generazione che hanno ormai raggiunto il successo.

Fermare la “fuga di cervelli” è impossibile, per il semplice fatto che il fenomeno migratorio è un processo naturale nel mondo scientifico. Altra cosa è che la Russia debba necessariamente avviare un movimento nella direzione opposta: non soltanto vendere, ma anche comprare menti brillanti. Il via è stato dato, ma è ovvio che la strada per arrivare a giganti quali gli Usa, la Gran Bretagna e la Cina è ancora lunga.

Oleg Alekseev è vice presidente e direttore esecutivo per la formazione e la ricerca del Fondo Skolkovo

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