L'Ossezia perduta

Un progetto on line per mappare i villaggi abitati, quelli abbandonati e quelli in via di estinzione della regione del Caucaso del Nord, tra Russia e Georgia

Foto: Anton Agarkov / Strana.ru

“Ecco, vedete, lì c'è un’antica fortezza, che si è quasi fusa con il colore della montagna. Lì c’è una cripta e lì accanto un’altra. Invece lì c'è una torre…”, Alina Akoeff ci ha portato nel villaggio di Dzivgis, nella gola di Kurtat per mostrarci gli "oggetti" e l’essenza del suo lavoro. Noi muoviamo la testa seguendo le sue indicazioni, rimanendo stupiti dalla bellezza dei luoghi: a un abitante delle pianure centrali russe non capita tutti i giorni di vedere edifici del XIII secolo, inseriti in un paesaggio montuoso così maestoso. Alina continua, più per se stessa che per noi: “Dovrete tornarci ancora una volta, per fotografare tutti i particolari, misurarli e descriverli...”. 

Alina Akoeff non è una guida turistica imbevuta di aneddoti storici; gestisce un progetto dal nome un po’ triste: “Poterjannaja Osetija” (L’Ossezia perduta). E le ragioni per essere tristi non mancano: la maggior parte dei monumenti storici della repubblica sono vicini alla rovina. “Fotografare, misurare e descrivere, questo è solo l’inizio. I materiali raccolti vanno poi caricati sul sito del progetto e resi pubblici. Dobbiamo cercare di attirare l’attenzione del grande pubblico e trovare un modo per tutelarli…”.


Visualizzazione ingrandita della mappa

Nella sua vita passata Alina Akoeff era una regista di documentari. Un giorno le capitò sotto gli occhi la mappa del politologo e ricercatore dell’Ossezia del Nord e del Sud, Artur Cuciev, su cui erano stati registrati tutti gli insediamenti dell’Ossezia del Nord.

“Sono rimasta stupita dal numero di rovine e di villaggi abbandonati. E allora abbiamo deciso di creare una cartina, affinché chiunque potesse vedere che cos’era successo a quel villaggio, chi vi viveva e come si chiamava.  Anche per me si è rivelato tutto molto interessante…”.

Così, nella sua vita è comparsa la mappa de “L’Ossezia perduta”. Ora Alina dedica tutto il suo tempo libero (o forse, sarebbe meglio dire tutto il suo tempo) a questo progetto.

“L'idea di una mappa interattiva è nata molto tempo fa, ma l’abbiamo resa funzionale solo un anno fa. Con noi intendo io, il nostro direttore tecnico, Vadim D’jakonov, e il coordinatore dei volontari, Anzor Makiev”, racconta Alina.

Lavorando alla mappa interattiva, Alina ha scoperto che oltre ai villaggi abitati e quelli abbandonati esiste anche una terza categoria: gli insediamenti in via di estinzione. E di colpo, il progetto è uscito dall’idea iniziale di creare un semplice modello computerizzato e "sulla mappa" sono comparse anche le sorti degli abitanti ancora in vita.

“Ci siamo resi conto che vi sono dei posti in cui la vita si sta gradualmente spegnendo, con dei villaggi dove sono rimasti solo dieci, otto o persino due abitanti! In questi luoghi è necessario far risorgere la vita, non si può lasciarli morire e farli passare così alla categoria dei villaggi morti, abbandonati. E per fare ciò non sempre sono necessari degli investimenti pecuniari, molto spesso è sufficiente attirare su di essi l’attenzione, dimostrare il proprio interesse…”.

Alina ha intrapreso un viaggio in giro per l’Ossezia con i propri collaboratori al fine di capire meglio la situazione e delineare un piano d'azione. Si è così scoperto che spesso la situazione può essere risolta proprio con le risorse locali. Ad esempio, vi è un villaggio popolato da sole persone anziane, mentre in quello vicino, che è proprio a due passi dal primo, vivono alcuni giovani. Essi non sono molti, forse cinque, ma sono sufficienti per assumersi il “patrocinio” degli anziani del villaggio vicino.

In questo modo il progetto di una carta interattiva si è trasformato in una vera e propria “rete sociale” di volontari. “Il risultato è un progetto autogestito dalle persone che vi collaborano: una volta individuati i problemi li risolviamo assieme. Ora vengono coinvolti anche i giovani, che sono pronti ad assumersi delle responsabilità e a eseguire dei piccoli lavori.  Al fine di salvare i paesini di montagna dall’estinzione, in molti casi è sufficiente creare in tutto due posti di lavoro”.

Il progetto, che esiste solo per fini filantropici, nel corso del tempo, si è trasformato ancora una volta, diventando più complesso. Sulla mappa interattiva, oltre ai villaggi, sono comparsi dei nuovi “strati”: monumenti culturali, architettura, archeologia...

“A un certo punto, abbiamo pensato: dato che ci occupiamo già dei villaggi abbandonati, perché non descriviamo, nel frattempo, anche i monumenti della cultura presenti. Dopotutto, quasi tutti i villaggi hanno una o due torri, un cimitero e una chiesa.  Se attingiamo alla letteratura o alle fonti locali, ci accorgiamo che vi sono due misere righe in cui si dice solo che in quel determinato villaggio c’è quella determinata chiesa o sei torri. Quando vediamo da soli, anche senza l’ausilio di tali informazioni, che ci sono sei torri! Ma a chi appartengono? Chi ci ha vissuto? Abbiamo scoperto che molti dettagli possono essere ancora recuperati attraverso le storie di famiglia, il folklore, le leggende, e i racconti degli abitanti. Ora ci stiamo occupando proprio di questo. Naturalmente sarà un po’ difficile trovare informazioni su tutti gli oggetti presenti, ma se ci affrettiamo, riusciremo a ricostruire la maggior parte delle informazioni”.

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I volontari del progetto, incaricati del monitoraggio, hanno stabilito che non è sufficiente fornire una descrizione generale: gli oggetti si trovano in stati di conservazione molto diversi fra loro.

Attualmente, sulla mappa interattiva sono riportati 537 monumenti e 229 villaggi abbandonati. È improbabile che il numero di villaggi abbandonati aumenti notevolmente in un prossimo futuro, ma con i monumenti la situazione è diversa: si prevede di descrivere e mappare circa 1.500 oggetti. I più antichi risalgono al XII secolo. Ma la maggior parte delle costruzioni risale al XIII secolo, non più tardi dell’inizio del XIV secolo, ovvero prima dell'invasione tataro-mongola e della distruzione totale del Regno di Alanija per mano delle truppe di Timur (Tamerlano) - dopo la sua marcia sanguinosa, l’Ossezia si svuotò e non vi rimase quasi nessuno a ricostruire.

Le rovine degli antichi edifici, molti dei quali assomigliano di più a una pila di rocce, rappresentano la memoria storica di un intero popolo. Dopo tutto quello che abbiamo visto in questo viaggio per i paesini di montagna, l'appello che compare sul sito “Salviamo la nostra storia” anche per noi, giornalisti in visita, smette di essere un semplice slogan astratto.

Le specificità della tutela dei monumenti in Ossezia del Nord sono diverse da quelle del resto della Russia. Alina ci spiega le particolarità locali: a quanto pare la maggior parte dei monumenti osseti non appartiene a nessuno e pertanto non sono gestiti da nessuno. Così, persino la torre di famiglia non appartiene alla “sua” famiglia. Fortunatamente, i volontari de “L’Ossezia perduta” hanno iniziato a lavorare anche in questa direzione:

“Già tre casati si sono rivolti a noi, e noi li aiuteremo a ottenere il controllo sulle loro torri di famiglia, di modo che possano poi occuparsi della loro conservazione e tutela. Un casato non è una semplice famiglia. Si tratta di una stirpe di 300 se non 500 persone. E se ognuno di essi stanzia, diciamo, 500 rubli, si ricava una somma sufficiente a mantenere il monumento in buone condizioni. Oltre a ciò, essi si sentiranno responsabili di tale monumento davanti a loro stessi e ai loro figli. Sono certa che questi casati aumenteranno sempre di più”.

Entro settembre 2012, dopo il periodo estivo, Alina prevede di completare fino all’80 per cento la mappa con gli oggetti e le relative descrizioni e di includervi un altro servizio del progetto: l’applicazione mobile “Guida elettronica dell’Ossezia”. In questo modo, tutti i turisti che si recheranno in viaggio in Ossezia con i loro smartphone, navigatori o semplici iPhone, potranno scaricarsi la mappa da Internet e dopo aver tracciato il percorso da seguire, ottenere le informazioni necessarie su ciascuna delle tappe.

Sulla base del progetto sarà possibile sviluppare itinerari turistici e organizzare escursioni. Allora, secondo Alina, sarà giunto il momento di pensare alla creazione di un fondo per la manutenzione e il restauro dei monumenti.

“Il nostro progetto rappresenta una buona risorsa per la sistematizzazione del turismo. Per ora in Ossezia, non esiste un turismo interno -, afferma chiaramente Alina. - O meglio c’è, ma è ancora selvaggio…”.

Siamo abituati a pensare che solo l’unione fa la forza. “Sono convinta che lo Stato non possa assumersi la responsabilità dei monumenti culturali, esso può solo sovvenzionare la loro conservazione. Le persone devono capire che dalla conservazione dei monumenti dipende la conservazione della loro intera storia, e in questo tutti noi abbiamo delle responsabilità. E solo quando capiremo tutto ciò, allora andrà tutto bene”, dice Alina sorridendo. 

Maggiori informazioni sul sito Web del progetto “L’Ossezia perduta”

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