Le guardiane dell’arte russa

 "Segno su un cespuglio", Francisco Infante, Galleria Statale Tretjakov (Foto: Andy Freeberg)

"Segno su un cespuglio", Francisco Infante, Galleria Statale Tretjakov (Foto: Andy Freeberg)

Le “babushke”, che custodiscono in silenzio i capolavori esposti nei musei, sono ora al centro di un progetto fotografico dell’artista Andy Freeberg

Nelcontrocampo della fotografia, invisibile, si trova lo spettatore,che cerca nei grandi museiun’esperienza, la possibilità di avere accesso alla conoscenzao perlomeno a un’illusionedella conoscenza.Transita di sala in sala, da solo o in gruppo,avvicinandosia pochi centimetridalla tela o lanciando un’occhiata rapida mentre passeggia, come se stesse portando a spasso il proprio cane.Forse noncapisce fino in fondociò che vede, ma sa di trovarsi in un posto speciale, unto di memoria, di racconti e di storia.

Si tratta di veri e propritempli e, pertanto, al visitatore è richiesto un comportamento particolare. Nella seriedi foto di AndyFreeberg “Guardians”,questi spazisono ilMuseo di Stato Russo, la Galleria Tretjakov,l'Hermitage, ilMuseo Pushkin: ovvero i quattropiùimportanti centri delmondo dell'arterussa, che custodiscono centinaiadi migliaia diopere e i loro fondisono inestimabili. Eppure, nontutti vedonola stessa cosa. Ciò che sappiamoo pensiamoinfluisce sul modo incui vediamo le cose. Per questo motivo èdel tutto imprevedibileciò chesi vedrà e ciò cheno.


"Mosè e lo Schiavo Morente", Michelangelo, Museo Pushkin di Belle Arti

(Foto: Andy Freeberg)

Qualcuno potrebbe trovarsi di fronte alla "Corsa" diDeineka, alla "Deesis" di AndreiRublevo al "Ritratto con famiglia" di Konchalovskyed essere attratto da un particolare del tuttoinaspettato ed estraneo alla tela. L'osservatoreè un principeche godeovunque del suoincognito,scriveva CharlesBaudelaire. Ciò gli dà una libertàche nemmenol'artista stesso conosce e per cui quest’ultimo, in certi casi, prova quasi invidia.

E che cosa vedelo spettatorenegli scatti diAndyFreeberg? Essi catturano uno sguardo, quello diun visitatore, uno dei tanti che affollano ilmuseo.Grazie a esso, vediamo una splendida messa in scena, che sembra quasiprogettata perl'obiettivo della fotocamera, ma senzauna riga di testo: tutto è prontoper il piaceredello sguardo, nonostante questo dramma, che potrebbebenissimo essere il frutto dell’immaginazione di Beckett, non abbia mai inizio.


"Autoritratto con famiglia", Petr Konchalovsky, Galleria Statale Tretjakov

(Foto: Andy Freeberg)

In queste scenografieci si aspetterebbechel'opera d'arte, ciò checi ha spintoa viaggiare finoa Moscao a San Pietroburgo, fosse la vera protagonista, il centro dell'attenzione, eppure, nelle fotografie di Freeberg, essa è relegata a un secondo pianoper via di unadonna anziana, che, seduta in silenzio, guarda a sua volta la tela. Una comparsa? Qualcuno che, stanco di tantaarte, trovauna sediae vi si siedeper riposarsi? Se guardiamo bene, alcune hannoun cartellino identificativo sul petto, come se lavorassero nel museo, anche se non indossano nessuna uniforme. Del resto, non potevamo di certo pensare che un visitatore qualunque potesse sedersi tranquillamente così vicino ai quadri.

La fotogallery

nella nostra sezione Multimedia

Seci avviciniamo troppo a una tela efacciamo un gesto sospetto, queste signore romperanno il loro silenzio per avvertirci di mantenere la distanza di sicurezza, di nonusare il flashe, in certi casi,se pensano cheparliamorusso, per fornirci dei dettagli succosi sul quadro in questione.Sì, si tratta delle guardiane dell’arte russa. Maprima dobbiamo fare qualche passo indietro.

AndyFreeberg, fotogiornalista con alle spalle unalunga carriera, un giorno fece una passeggiata per le gallerie d’artenel quartiere di Chelsea, a New York. La mentedel fotografo, forse per deformazione professionale, tende avedere il mondo inserie:vede, riproduce, ordina e scatta. Enelle lussuose e minimaliste galleriedi arte contemporanea, soprattutto in quelle più prestigiose, notò che, all'ingresso, vi erano delle reception enormi. Una volta all'interno, nello spazio delimitato dalle pareti rigorosamentebianche, l'unica presenza umana rimaneva  nascosta dietro a quel grande mobile all’entrata, simile a una barrierainespugnabile. Uno scambiodi sguardirisultava del tuttoimpossibile.Qualche tempo dopo, FreebergvisitòSan Pietroburgo.All'Hermitage, le"babushke" suscitarono in lui un interessepari, se non superiore, a quello suscitato dalleopere d'arteesposte.

"Prima dell'ultimo ballo", Yuri Kugach, Galleria Statale Tretjakov (Foto: Andy Freeberg)

I giudizi affrettati sono spesso trappole nascoste.  È vero, a prima vista,sembrerebbe chequeste venerabili nonninesiano condannate alla noia, posizionate davanti ad alcune delle miglioriopere d’arte realizzatedall'uomo. Ma non è affatto così. Tornando all'autore de “Il pittore della vita moderna”, Baudelaire si dava spesso appuntamento con la madre al Louvre, l’unico posto a Parigi "dove si puòparlare tranquillamente, c’è il riscaldamento, si può aspettaresenza annoiarsied è senz’altro illuogo di incontropiù dignitosoper una donna".

Codicimoralia parte,quale posto miglioreci si potrebbe immaginare perqueste insegnanti, infermiere, donne ingegnere o cantantiin pensione, se non questi templi russi dell’arte.Per loro,la noia non esiste. Alle opere diVatagin, Repin o Matissesi unisce ilflusso continuo divolti,espressionie linguedel mondo.Il passatoe presenteall’interno dello stesso campovisivo. Guadagnano a malapenaduecento dollari al mese, le giornate sono di nove ore, e alcune arrivano a impiegarne fino atre per arrivare sul lavoro. Ma ciò che per loro conta più di ogni altra cosa è che sanno di farequalcosa di vitaleper il loro Paese. Alcune ci vanno anche nei giorni liberi. Fuori,la vitaè permeata dalla caducità degli eventi.Dentro trovano un tempo sospeso, un’eterna giovinezza.

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta