Libia e Usa, lo sguardo della Russia

Dopo l'attentato che ha portato alla morte dei rappresentanti diplomatici americani a Bengasi, il commento dell'ex Ambasciatore russo a Tripoli, Veniamin Popov

L'ex Ambasciatore della Russia in Libia

Veniamin Popov (Foto: Itar Tass)

In seguito a un attacco missilistico nella città libica di Bengasi, l'11 settembre 2012 sono stati uccisi l'ambasciatore Usa Christopher Stevens e altri tre membri della rappresentanza diplomatica americana.  

L'attacco è stato compiuto da alcuni membri del gruppo armato “Ansar al-Shariah”. Secondo le loro dichiarazioni, si è trattato di una risposta alla comparsa sul Web del film “L'innocenza dei musulmani”, girato negli Stati Uniti, nel quale, secondo i terroristi, il profeta Maometto sarebbe presentato in una luce offensiva.  Alla vigilia dell'agguato in Libia era stata attaccata anche la rappresentanza diplomatica degli Usa nella capitale egiziana.

L'ultimo episodio del genere che coinvolse un diplomatico americano risale al 1979, quando in Afghanistan venne rapito e ucciso l'ambasciatore Usa Adolph Dubs. La sua morte portò un brusco inasprimento della politica di Washington nei confronti dell'Afghanistan e fu una delle cause della guerra che più tardi scoppiò nel Paese.

Della questione se Washington cambierà o meno il proprio atteggiamento nei confronti di Tripoli, di quali siano le vere cause della tragedia che si è consumata e di quali insegnamenti convenga trarne, ha parlato l'ex Ambasciatore della Russia in Libia, nonché responsabile delle relazioni esterne del Fondo per il Sostegno alla Cultura, alla Scienza e all'Istruzione Islamiche Veniamin Popov.     

Gli Usa interromperanno le relazioni diplomatiche con la Libia?

Non credo che gli americani romperanno i rapporti, la Libia è un Paese molto ricco. Vi è dell'ottimo petrolio, perciò gli americani non se ne andranno.  Ora stanno cercando di minimizzare l'importanza di quanto è accaduto, di sottolineare i rapporti di cooperazione con la Libia, e così via.

Verranno congelati i programmi di aiuto alla Libia?

Per un certo periodo gli americani agiranno con maggiore cautela, perché devono pur reagire in qualche modo.  Se non compiranno qualche gesto significativo, un domani saranno nuovamente presi di mira e uccisi. Ciò non è ammissibile. Se si spara ai diplomatici, come si può realizzare un dialogo?

Nel mirino

Le ambasciate sono un tradizionale bersaglio dei terroristi, ma gli eventi tragici si verificano più spesso fuori dalle loro mura.  Alla fine di luglio 2012, il capo della missione diplomatica del Venezuela in Kenya, Olga Fonseca, è stata strangolata nella propria casa nella capitale Nairobi.  Nel settembre 2008, durante un attacco terroristico a Islamabad, fu ucciso l'Ambasciatore della Repubblica Ceca in Pakistan, Ivo Zdarek.  Nel luglio 2005  a Bagdad rimasero uccisi i capi di due rappresentanze diplomatiche: l'Ambasciatore algerino Ali Belarussi e l'Ambasciatore egiziano Ihab el Sherif. Nella primavera del 2003 ad Abidjan, capitale della Costa d'Avorio, fu ucciso l'Ambasciatore dell'Arabia Saudita Mohammed Ahmed Rashid.  

Quali sono le probabilità che le autorità centrali scovino gli assalitori?

Bengasi non è poi così grande da non poter sapere chi ha compiuto l'attacco. Credo che li troveranno, ma ho forti dubbi sul fatto che saranno in grado di arrestarli. In Libia c'erano enormi depositi di armi che poi sono state sparpagliate per il Paese. Attualmente tutti sono armati.   

Gli americani adesso non si morderanno le mani per aver sconsideratamente aiutato gli insorti in Libia un anno fa, ciò che ha portato all'affermazione di Al Qaeda nel Paese?

Gli americani e i membri della Nato hanno bombardato la Libia. E adesso loro stessi risentono delle conseguenze. Questo è il frutto dei loro bombardamenti. Il Paese è diviso. Non si sa se continuerà ad esistere come stato unitario. Nelle varie regioni ci sono molte tribù che rivendicano un'assoluta indipendenza. I nostri partner europei e americani hanno motivo di riflettere su ciò che stanno facendo in Siria, dove sostengono Al Qaeda e vari altri gruppi estremistici. Secondo i dati dell'Afp, nel Paese vi sarebbero non meno di 6mila simpatizzanti di Al Qaeda. Questa è una politica miope. Bisogna comprendere che intervenire militarmente in Siria è una cosa da evitare nella maniera più assoluta.

Che cosa avrebbe dovuto fare, allora, un anno fa la comunità internazionale? Spingere le parti in guerra a raggiungere un compromesso e far tenere delle elezioni libere?

Certamente. Risolvere militarmente i problemi religiosi, nazionali o etnici nel XXI secolo è impossibile. La supremazia militare non significa più nulla. Se avessero avuto un po' di buon senso, avrebbero dovuto far sedere le parti in causa nel conflitto siriano al tavolo delle trattative. Nessuna guerra civile è mai andata a finire bene. Sono molto addolorato per i diplomatici americani uccisi. Sono stati assassinati senza un motivo, ma queste sono le conseguenze degli errori di valutazione politica degli americani. Bisogna comprendere le cause di quanto è accaduto, e la causa è che stato bombardato uno Stato. Difficile dire come si possa ricrearlo. Ora gli americani vogliono ripetere lo stesso esperimento in Siria. È questa la cosa pericolosa. Bisogna trarre degli insegnamenti, spero che ciò avverrà. 

L'articolo originale è stato pubblicato su Vzglyad

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