Quale futuro per il Daghestan

I funerali del leader musulmano Said Afandi, ucciso in un attentato in Daghestan (Foto: Ruslan Alibecov / Ria Novosti)

I funerali del leader musulmano Said Afandi, ucciso in un attentato in Daghestan (Foto: Ruslan Alibecov / Ria Novosti)

L’assassinio dello sceicco Said Afandi rappresenta il più grande attacco terroristico degli ultimi dieci anni e le conseguenze nella regione potrebbero essere disastrose

L’assassinio dello sceicco Said Afandi a Chirkej, in Daghestan, rappresenta il più grande attacco terroristico degli ultimi dieci anni. Il significato di questo evento può essere compreso solo da coloro che conoscono molto bene la situazione nel Caucaso, e da quanti capiscono che questa uccisione, per le conseguenze che potrà innescare nella regione, supera in termini di gravità, persino gli attacchi dinamitardi alla metropolitana di Mosca.

Innanzitutto bisogna capire chi è Said Afandi al Chirkavi. Non è né un funzionario, né un deputato, né un burocrate; non gli è stato attribuito nessuno status ufficiale. Egli è il simbolo dell'Islam tradizionale, lo sheikh, il capo della più grande comunità sufi del Caucaso, un uomo che vanta 130 mila murid (seguaci). Essere un seguace dello sceicco non significa solo riconoscere la grandezza spirituale del maestro; per i murid il loro sheikh è quasi una divinità. L'acqua con cui si lava viene conservata e bevuta dai discepoli che la considerano un liquido prezioso e il farmaco più efficace del mondo. Chi ha l’onore di incontrarlo di persona, lo racconterà poi a figli, nipoti e pronipoti. Se lo sceicco dice a un murid "uccidi", lui uccide; se gli dice "muori", lui muore.

A scuola di sufismo
per un Caucaso 
senza estremismi

Tutti gli altri sceicchi daghestani acquisiscono il loro status di "sheikh" attraverso la benedizione di al Chirkavi. Il passaggio della grazia divina, che è simile all’ordinazione cristiana, viene chiamata silsila. Quasi tutti i suoi murid appartengono all’élite daghestana: sono ministri, accademici e miliardari. L’amministrazione spirituale ufficiale del Daghestan è completamente nelle sue mani. I suoi murid sono a capo di tutti i progetti mediatici islamici del Daghestan e di molti di Mosca. Al culmine della lotta contro il wahhabismo, la polizia locale si avvicinava ai giovani "dubbiosi" dicendo loro: prendete il wird dello sheikh al Chirkavi (riconoscetelo come vostro maestro spirituale), e non avrete più dubbi.

L'Islam tradizionale è una "lega" di poteri - politico, economico e spirituale - guidata da un semplice pensionato, Said Abdurakhmanovich Atsaev, che ha trascorso la maggior parte della sua vita lavorando come guardiano presso una centrale elettrica.

In Daghestan, l’alternativa all’Islam tradizionale, il cui leader era al Chirkavi, è costituita dal wahhabismo, o, per usare il termine corretto, dall’Ahlas-Sunnah wa'l Jama'ah. L'Islam tradizionale in Daghestan si basa su un misticismo popolare che crede nella grazia divina di alcuni uomini santi, gli sceicchi. Il wahhabismo, invece, è un movimento riformatore islamico che predica un ritorno alle origini e una purificazione della fede da tutte le sue stratificazioni popolari.

Il Wahhabismo del Caucaso si oppone al misticismo popolare, così come fece la riforma protestante in Europa, 500 anni fa, contro l'onnipotente Chiesa cattolica.

Per inerzia, dopo la prima guerra cecena, il cittadino comune crede che nel Caucaso i separatisti siano in lotta con le forze armate. In effetti, il nervo centrale di questa guerra è la religione, l’islam puro contro il sufismo, e le forze armate sono ... il braccio forte dell’ultimo.

Said al Chirkavi aveva fatto tutto il possibile affinché l'Islam tradizionale mantenesse il suo monopolio. In Daghestan, il dissenso religioso veniva sradicato nei modi più duri, ci sono stati dei periodi in cui lo stesso Ministero degli Interni interveniva per assicurarsi che tutti pregassero nel modo corretto. Il ministro, discepolo di Said al Chirkavi, riteneva che ciò fosse il suo dovere spirituale.

Daghestan, la guerra per i pascoli

Il Daghestan è l'unica repubblica della Federazione Russa, dove il dissenso religioso è considerato un crimine, punibile con quindici giorni di carcere. Questo secondo la legislazione, ma la realtà caucasica è ancor più severa delle leggi più draconiane. La macchina propagandistica cerca di convincere il cittadino comune che i wahhabiti uccidono i loro avversari, ma, in effetti, entrambe le parti ricorrono al terrore. I rappresentanti dell'islam tradizionale hanno fatto lo stesso, uccidendo i capi spirituali della fazione opposta.

}

Qualche anno fa, in Daghestan, si è capito che la violenza non porterà da nessuna parte. La porzione laica della società si è resa conto che era in parte uno strumento nelle mani delle strutture sufi. È comparso il fenomeno dei "wahhabiti pacifici" (gli sceicchi sufi non lo riconoscono, ma non intervengono per contrastarlo). L'idea di una guerra mirata alla resa totale e incondizionata del nemico viene gradualmente soppiantata dall'idea che due versioni dell'islam possano tranquillamente coesistere e che le divergenze possano essere risolte a livello ideologico senza il ricorso alle armi. Le strutture ufficiali iniziano a prendere le distanze dagli ordini sufi, e i "wahhabiti pacifici" sono silenziosamente legalizzati.

Ma sia da una parte che dall'altra, vi sono delle forze che non vogliono un cambiamento. Gruppi armati sotterranei accusano di tradimento e di codardia i seguaci pacifici della loro stessa fede, mentre l’amministrazione spirituale sufi si preoccupa del perché sulle loro automobili di servizio non vengano più applicate le targhe governative. Persino nel muftiato non comprendono che, dal punto di vista giuridico, non rappresentano una struttura ufficiale del potere. Eppure, il processo di trattative, accordi e intese viene avviato - lentamente, con diversi scricchiolii e sbandamenti - ma alla fine viene avviato, tanto più che questa disposizione è appoggiata dal Comitato antiterroristico nazionale della Federazione russa. Compare una commissione per il riadattamento dei guerriglieri - per quanti vogliano tornare a una vita pacifica-, le autorità iniziano a riconoscere gli imam wahhabiti, i tribunali informali della shari’ah cessano di essere considerati strutture criminali, e gli sceicchi sufi iniziano a partecipare ad attività congiunte con gli ideologi del fondamentalismo islamico.

È in questo contesto che si inserisce l'esplosione che ha ucciso il leader dei tradizionalisti islamici, Said al Chirkavi. Si può dire che i movimenti sotterranei abbiano eliminato uno dei loro principali avversari, e che, di fatto, abbiano condannato il passaggio del conflitto religioso a una fase di pace. I sufi del Daghestan hanno perso il loro leader; hanno perso il loro leader, i ministri, gli accademici, i miliardari; hanno perso il loro leader, le persone che hanno una certa influenza non solo sulla scena politica del Daghestan, ma che hanno un certo peso anche a livello federale. Naturalmente, seguirà una reazione, che andrà a toccare in primis proprio i wahhabiti pacifici. Di conseguenza, questo è un duro colpo tanto per l'Islam tradizionale che per i wahhabiti che aspiravano a una risoluzione pacifica del conflitto.

Per leggere l'articolo in versione originale cliccare qui

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta