Pussy Riot, visioni a confronto

Credit: Niyaz Karim

Credit: Niyaz Karim

Il politologo russo Aleksandr Rahr affronta l'accesa questione del gruppo punk incriminato che da settimane infiamma il dibattito nella comunità russa e in quella occidentale

Nuove incomprensioni tra Russia e Occidente. L’ultimo episodio riguarda il processo al gruppo punk russo Pussy Riot: una questione che ha spinto l’Occidente a pensare che la Russia sia tornata al Medioevo e che le cantanti siano finite a processo solo per aver criticato un regime.

Così come dimostrano gli appelli lanciati dagli esponenti del mondo del rock internazionale, a quanto pare la società occidentale ritiene che, da un punto di vista dei diritti civili, le proteste del gruppo avvenute nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca siano del tutto legittime. E che sia invece illegittimo punirle.

L’Occidente liberale, erede del diritto romano, vuole ricordate alla Russia che nell’Europa contemporanea la libertà di parola e la salvaguardia dei diritti delle minoranze vengono prima di tutto. E sono da considerarsi intoccabili. Nel caso in cui lo Stato non rispetti queste cose, non viene considerato moderno e rischia di subire l’emarginazione internazionale.

La sacrilega esibizione delle cantanti nella principale chiesa di tutto il Paese ha scatenato sentimenti di insofferenza in un’ampia fascia della popolazione russa, perlopiù conservatrice, riavvicinatasi a una coscienza religiosa e alle tradizioni ortodosse solamente una ventina di anni fa. Ma la Russia, avendo ottenuto un’eredità religiosa da Bisanzio, non accetta di prendere alla lettera una legge, se essa va contro i sentimenti di moralità e giustizia.

Dal canto suo la Russia critica l’Occidente per aver cambiato la propria cultura tradizionale cristiana verso valori liberali pseudo moderni. E mentre l’Occidente già da tempo ha iniziato a vivere in una civiltà post-cristiana, la Russia al contrario sta riprendendo in mano le proprie radici religiose un tempo perse.

Ora è proprio quell’Occidente, che durante la Guerra Fredda criticava il potere ateo del nostro Paese, reo di aver annientato la religione, a incolpare la chiesa ortodossa russa di eccessivo fondamentalismo. Al contrario da noi si crede che la fede religiosa dei credenti (proprio di quei credenti che per quasi tutto il XX secolo sono stati privati del diritto di professare), debba essere difesa dai sacrilegi e dalla profanazione.

Evidentemente nelle cattedrali protestanti d’Europa sono consentiti concerti rock e balli, e viene permesso alle donne di salire sull’altare. Beh, tutto ciò da noi non è consentito, visto che c’è ancora un profondo rispetto verso gli antichi dogmi cristiani.

Detto ciò, sarebbe bene che la Russia ricordasse all’Occidente che ancora oggi sul Monte Athos in Grecia è vietato l’ingresso alle donne: coloro che violano la legge, vengono severamente puniti. Russia e Occidente stanno forse invertendo la loro visione del mondo?

In Russia comunque al società resta eterogenea: mentre i due terzi della popolazione stanno dalla parte di chi oggi viene additato come conservatore, un terzo (soprattutto la nuova classe media) guarda al processo delle Pussy Riot con gli occhi dell’Occidente. Il numero di “occidentali illuminati” sta crescendo a dismisura, e ricoprirà buona parte della popolazione russa nell’arco della prossima generazione.

Per quanto riguarda le Pussy Riot, invece, la decisione giusta probabilmente la indicherebbe il grande maestro classico, conoscitore dell’anima russa, Fedor Dostoevskij. Lui probabilmente consiglierebbe alle giovani donne peccatrici di pentirsi con il cuore in mano, e di andare a confessarsi. Il sacerdote le assolverebbe di sicuro dai loro peccati.

Ma nel mondo contemporaneo e soprattutto nella politica (perché la questione delle Pussy Riot ormai sconfina nella sfera politica), non è così semplice. Il rischio è che il conflitto civile inizi ad agitare la gioventù post comunista. Il potere russo questo deve capirlo. Per risolvere una situazione così complessa è necessario instaurare un dialogo tra le autorità e la società. Vero è che in Russia la società civile si sta sviluppando solo verso una direzione liberale.

In Francia e in Germania 23 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale avvenne la cosiddetta rivoluzione studentesca. Fra le cause, c’era sicuramente la volontà da parte della gioventù dell’epoca di avere più voce in capitolo sulle questioni politiche e sociali del Paese. Un’altra causa è da ricercare nella volontà di passare rapidamente dai resti di un passato autoritario e post-bellico a valori liberali post-guerra. Ma la rivoluzione studentesca del 1968, in realtà, non c’è mai stata: le autorità hanno concesso qualche incontro ai manifestanti; li hanno messi in guardia dalle minacce comuniste provenienti dall’Est. Ma le istituzioni statali alla fine sono sopravvissute. Pian piano è tornato l’ordine. La gente si è rituffata nella vita e nel consumismo. E non è da escludere che le passioni attuali russe finiscano allo stesso modo.

Aleksandr Rahr è esperto di politica, direttore del Centro Berthold Beitz Russia, Ucraina, Bielorussia e Asia Centrale

L'articolo originale è stato pubblicato su Izvestia

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