Politica estera, che vogliono i russi?

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

"Data la situazione interna, il Cremlino sarebbe sciocco a non esplorare qualcosa che condivide ancora con i suoi elettori: l'immagine del nemico che bussa alla porta", è l'opinione di Evgeny Ivanov

Solo un anno fa, ben pochi al di fuori della comunità degli esperti russi avevano sentito parlare di Mikhail Dmitriev, presidente del Centro per la Ricerca strategica, un istituto specializzato in studi sociali ed economici. Al giorno d’oggi, Dmitriev, 51 anni, è uno degli esperti più rispettati e riconosciuti del Paese.

L’ascesa di Dmitriev è iniziata dopo il marzo del 2012, quando il suo Centro ha pubblicato un rapporto intitolato "La crisi politica in Russia e i suoi possibili sviluppi", basato sull’analisi di sondaggi pubblici e di dati raccolti mediante focus groups.  Dmitriev e Sergej Belanovskij, co-autore del rapporto, sostenevano che la Russia era nel mezzo di una vera e propria crisi politica, caratterizzata, tra le altre cose, da un forte calo della fiducia da parte del pubblico nella leadership politica del Paese.

Molti analisti che non condividevano la metodologia utilizzata dal Centro - in particolare il metodo dei focus groups - avevano cercato di respingere il rapporto come un tentativo di allarmismo politico volto all’autopromozione. Tuttavia, le proteste di massa scoppiate dopo le elezioni della Duma di Stato, a dicembre 2011, e quelle presidenziali, a marzo 2012, hanno ampiamente confermato il punto di vista di Dmitriev. Tutto a un tratto, Dmitriev si è ritrovato a essere uno degli esperti più richiesti: è diventato un ospite abituale dei programmi televisivi di natura politica e i suoi articoli sono ora pubblicati regolarmente sulla stampa sia russa che internazionale.

L’ultimo rapporto del Centro, pubblicato a maggio 2012, ha compiuto un ulteriore passo avanti: nello scritto si leggeva che la crisi politica in Russia era diventata irreversibile, e che, indipendentemente dai possibili scenari futuri, il ritorno allo status quo precedente alla crisi non sarebbe stato più possibile. In particolare, Dmitriev e i suoi colleghi sostenevano che il picco di gradimento dimostrato, dopo le elezioni, per il Presidente Vladimir Putin e il suo primo ministro Dmitri Medvedev non era altro che un miglioramento transitorio e che sarebbe stato seguito, inevitabilmente, da una fase di declino; una previsione confermata in seguito dai dati dei sondaggi pubblici.

Il rapporto pubblicato a maggio 2012 è una lettura obbligata per chiunque sia interessato alla politica interna russa. Ma non solo: il documento fornisce, in modo inaspettato, anche alcuni spunti di riflessione interessanti su quale potrebbe essere la politica estera russa.

I dati del rapporto dimostrano che una solida maggioranza di russi - senza distinzione di età, geografia e livello di istruzione – ritiene che il Paese sia circondato da nemici che cercano di impossessarsi con la forza delle risorse e del territorio russo. Tra questi "nemici", gli Stati Uniti sono considerati la principale minaccia strategica. Come c’era da aspettarsi, gli intervistati appoggiano in maniera preponderante la politica estera assertiva della Russia e la necessità di poter contare su un esercito forte; sono a favore di un aumento delle spese militari, anche se ciò comporta una riduzione dei finanziamenti statali destinati ad assistenza sanitaria, istruzione e pensioni.

Curiosamente, le minacce esterne alla sovranità della Russia sono state proprio uno dei temi principali citati da Vladimir Putin durante la sua campagna presidenziale, nell’inverno 2011. Allora, molti osservatori avevano sostenuto che i sentimenti anti-americani espressi dal candidato Putin non fossero nient’altro che un approccio tattico volto a conquistare il voto "patriottico". Secondo gli osservatori, Putin, una volta essersi insediato di nuovo al Cremlino, avrebbe riadottato l’approccio pragmatico che aveva caratterizzato la politica estera nei suoi primi due mandati presidenziali.

I risultati del rapporto, tuttavia, suggeriscono il contrario. Lungi dall'essere solo una tendenza transitoria, una politica estera che sfrutta le minacce esterne e una retorica anti-occidentale potrebbe diventare un tassello importante di tutta l’agenda politica del nuovo regime, una sorta di "ancora" che permetterebbe di evitare ulteriori vacillamenti di fiducia da parte dei cittadini nei confronti delle autorità. Quanto più disillusi si dimostreranno i cittadini russi nei confronti della politica interna del nuovo regime, tanto più tentato sarà il Cremlino di compensare questa disillusione mediante la conduzione di una ferrea politica estera.

La posizione della Russia in merito alla Siria potrebbe rappresentare la manifestazione più evidente di questo approccio. Per la terza volta negli ultimi nove mesi, la Russia ha posto il suo veto su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, proposta dal Regno Unito e appoggiata da altri Paesi occidentali, che avvertiva sulla necessità di un intervento internazionale per fermare l'escalation di violenza in Siria.

Diverse sono le ragioni che spiegherebbero il sostegno dimostrato dalla Russia nei confronti del regime del presidente siriano Bashar al-Assad. Alcuni analisti ricordano che la Siria è un compratore fidato di materiale militare russo e ospita una base navale russa nel porto di Tartus, l’ultima base militare russa fuori dai confini dell'ex Unione Sovietica. Altri sottolineano l'avversione ideologica della Russia nei confronti degli "interventi umanitari", che Mosca vede come pretesti mascherati per rovesciare regimi con ideologie anti-occidentali. Vi sono poi coloro che sostengono che la Russia voglia semplicemente "vendicarsi" sull'Occidente per la risoluzione dell’Onu sulla Libia dell'anno scorso, su cui la Russia si era rifiutata di apporre il proprio veto per poi ritrovarsi a guardare impotente mentre gli Stati Uniti e i loro alleati sfruttavano la situazione per rovesciare il regime del colonnello Muammar Gheddafi.

Ovviamente, quanto descritto in precedenza è ancora tutto in ballo. Eppure, la politica estera di Mosca potrebbe essere guidata da una considerazione di gran lunga più semplice e pragmatica: ogniqualvolta che una collaborazione produttiva con l'Occidente risulti impossibile, il meglio che la Russia possa fare è affrontare in modo risoluto l'Occidente. Data la situazione interna, il Cremlino sarebbe sciocco a non esplorare qualcosa che condivide ancora con i suoi elettori: l'immagine del nemico che bussa alla porta del Paese.

Evgeny Ivanov è un commentatore politico che vive nel Massachusetts. Scrive il blog "The Ivanov Report"

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