Medvedev e il ritorno al Cremlino

Il primo ministro russo, in visita a Londra per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, parla di Siria, di proteste e Pussy Riot e anche del suo futuro politico

Il premier russo Dmitri Medvedev, a Londra in occasione dell’inaugurazione dei Giochi Olimpici 2012, ha concesso un’intervista esclusiva al quotidiano The Times. Fra i temi affrontati, il primo ministro russo ha parlato di Siria e del processo in corso al gruppo punk russo Pussy Riot. Precisando inoltre che non esclude una sua nuova candidatura alla carica di Presidente della Federazione Russa. 

Iniziamo dalle Sue impressioni in merito alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. 
Mi è piaciuta molto. E per diversi motivi. Innanzitutto è stato uno spettacolo grandioso e costoso, organizzato molto bene. Ma ciò che mi è sembrato importante, è che si è trattato di uno show britannico. Non cinese, non americano e nemmeno russo: si è riusciti a ricreare un’atmosfera assolutamente inglese. Ho scattato anche qualche fotografia, che ho condiviso su Instagram

Lei crede che possa esserci qualche possibilità di successo per il piano di Kofi Annan, tenendo conto della velocità con la quale si sviluppa la situazione in Siria?
Non voglio dimostrarmi troppo ottimista, perché la situazione è molto pesante e complessa. Tuttavia, nonostante l’apparente divergenza di idee, la posizione di Russia e Gran Bretagna, così come quella di Russia e Stati Uniti, non è poi tanto diversa, così come invece si crede. Stiamo lavorando per evitare che la situazione in Siria degeneri nel peggior scenario possibile, ovvero in una guerra civile. Anche perché, a quanto pare, ci sono tutti i presupposti affinché ciò avvenga. Ciò che contraddistingue la posizione russa, sta nel fatto che noi siamo convinti dell’importanza dei negoziati. I nostri alleati premono per un intervento più risoluto. Ma la questione sta proprio qui: capire dove finisce la semplice risoluzione e dove invece iniziano le azioni di guerra. 

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Si parla di difesa antimissilistica. Ci sono secondo Lei dei segnali che permettano di intravedere degli accordi con gli Usa? 
La proposta che avevo fatto io a Lisbona, riguardante la creazione di uno scudo antimissile comune purtroppo è stata respinta. Credo sia un peccato, perché avrebbe potuto risolvere il problema riguardante quegli Stati che potrebbero dimostrarsi una reale minaccia non solo per la Russia, ma anche per la Nato. Ma la cosa è stata rifiutata. Allora vorrei capire, cosa succederà ora? Di tempo ce n’è, certo. Ma questo tempo sta diminuendo. Se non si riuscirà a trovare un accordo comune entro il 2018, allora potrebbe palesarsi la possibilità di una nuova corsa agli armamenti. Una prospettiva che si rivelerebbe nociva per tutti, oltre che dispendiosa e assolutamente inefficace.

Ha fatto riferimento a come sta crescendo l’impegno civile in Russia. Ma c’è preoccupazione per le leggi, promulgate di recente, che sembrano indirizzate in senso contrario, ovvero verso una politica restrittiva nei confronti delle manifestazioni e delle attività delle organizzazioni non governative. È di questi giorni infatti la notizia del processo alle Pussy Riot. Lei crede che sia giustificata una simile riduzione della libertà?

In riferimento alla nostra legislazione, dal mio punto di vista negli ultimi mesi non è accaduto niente di rilevante. Ma se qualcuno vuole dimostrare che la Russia sta tornando nuovamente verso il totalitarismo, calpestando i diritti civili, ebbene, di queste teorie se ne possono trovare ovunque: in qualsiasi società di qualsiasi Paese. Per quanto riguarda la legge sulle Ong a cui ha fatto riferimento, sia nel suo contenuto, sia per il volume di normative, corrisponde a molte altre leggi straniere, compresa la famosa legge americana. Inoltre la concezione stessa di “agente straniero” non fa riferimento a nessun tipo di accusa.

In merito ad altre questioni, compresa la nota faccenda giuridica alla quale ha fatto riferimento prima, credo che dovremmo porci in maniera più tranquilla. Nel caso delle Pussy Riot sarà il giudice a decidere se il reato sussiste o meno. 

Lei valuta positivamente la società russa oggi, o crede che ci sarebbe bisogno di un maggior pluralismo, di ulteriore diversificazione e varietà nella società civile?

La nostra società sta diventando sempre più matura, diversificata, sfaccettata. E soprattutto molto più attiva. È ciò che accade quanto si sviluppa la società civile e in essa aumenta la democrazia. La gente non è indifferente ai risultati delle elezioni. Anche il pacchetto di modifiche al sistema politico, che ho formulato a dicembre, è il risultato di uno sviluppo della società civile. 

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Crede che la Russia si sia adeguata del tutto al nuovo contesto nato con la diffusione di Internet? La vecchia generazione ha capito la necessità di una piena trasparenza e di una comunicazione diretta tra le autorità e la popolazione?   

Nessun governo, in nessun Paese, nemmeno nelle zone più complesse, può ignorare oggi l’esistenza di una vasta rete di comunicazioni che nasce, si sviluppa e si mantiene viva a prescindere dall’azione del potere. Cosa significa? Nessun leader può essere considerato un leader moderno e adeguato se non tiene in considerazione i nuovi mezzi di comunicazione. Io stesso leggo personalmente ciò che i cittadini mi scrivono attraverso Facebook, Twitter e altri social network.

Questo tema introduce bene l’ultima domanda: se Lei avesse nuovamente la possibilità di candidarsi alla carica di Presidente, come si comporterebbe? 

Per il momento non mi reputo ancora un politico vecchio. Non ho mai escluso la possibilità di ricandidarmi in futuro alla poltrona di Presidente. Se, ovviamente, i cittadini saranno d’accordo. Per adesso non ho intenzione di ritirarmi dalla vita politica. Nel caso in cui i nostri cittadini si dichiarino invece stanchi, e si dicano intenzionati a dirmi addio, beh, allora mi dedicherò alla stesura della mia biografia.

L'intervista è stata pubblicata in versione ridotta. Per leggere l'originale cliccare qui

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