Pussy Riot, né sciocche né hooligans

Vignetta di Niyaz Karim

Vignetta di Niyaz Karim

Il giudizio di chi ha visto all'opera le componenti della band punk russa, sotto processo per un atto dimostrativo nella Cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca

Chi non ha un'opinione sulle Pussy Riot, le femministe punk che si trovano in carcere in attesa di un processo che potrebbe portare loro una condanna a sette anni di prigione?

I loro sostenitori le considerano eroine del recente movimento di protesta politica in Russia. Tale considerazione ha guadagnato peso considerevole quando nel mese di aprile 2012 Amnesty International ha dichiarato che le componenti della punk band sono prigioniere di coscienza. 

I loro detrattori, in numero inferiore, le considerano delle eretiche, teppiste, criminali, ciarlatane e/o "stupide bambine".

Le Pussy Riot nascono all'interno del gruppo di artisti chiamato "Voina", altamente politicizzato. Questo gruppo, con fazioni a San Pietroburgo e Mosca, esisteva più o meno come un unico movimento fino al 2009, quando l'attrito interno ha portato a una divisione in due. Il collettivo con sede a Mosca, alcune decine di membri, è guidato da Petr Verzilov, marito di Nadezhda Tolokonnikova, una delle Pussy Riot. 

La punk band politica nacque a marzo 2011 quando i membri femminili della Voina iniziarono lo studio sul gruppo di femministe punk Riot Grrrl.

Nell'autunno successivo, le Pussy Riot diedero vita a diversi atti di protesta prestazioni, di solito postati su YouTube. La loro prodezza più famosa risale nel febbraio 2012 nella Cattedrale del Cristo Salvatore a Mosca.

In quell'occasione quattro donne pregarono, ballarono e cantarono una canzone con il ritornello di "Madre di Dio, getta fuori Putin". Fu per questo che tre delle Pussy Riot furono arrestate a marzo 2012 e da allora sono tenute in custodia in carcere, in attesa di un processo che potrebbe condannarle a un massimo di sette anni di carcere. Altri membri del gruppo hanno eluso l'arresto.

Posso dire una cosa su Nadezhda Tolokonnikova ed Eekaterina Samutsevich, due delle donne ora in attesa di giudizio. "Stupide", "sciocche" o "false" potevano essere le ultime parole a venire in mente dopo che le ho viste durante un evento dal titolo "Artista e Autorità: Guerra o Pace" al Teatro Joseph Beuys l'8 dicembre 2011. 

In rappresentanza del gruppo Voina parteciparono, quella sera, a una discussione sull'opportunità per gli artisti di collaborare con lo Stato o no. Quattro rappresentanti di Voina, che sostenevano il "no" su tale argomento, si sedettero attorno a un tavolo con i due membri fondatori dei Blue Noses, altro gruppo di artisti che fece scandalo, fondato nel 1999 da Vyacheslav Mizin e Aleksandr Shaburin.

Erano lì per dire che non vedevano alcun motivo per cui un artista dovesse perdere l'indipendenza partecipando a programmi finanziati dal governo. Il mio punto qui non è riprendere la lotta otto mesi dopo, ma, piuttosto, gettare qualche raggio di luce sulla strada che Samutsevich e Tolokonnikova percorrevano quella sera. 

Entrambe erano grevi e incrollabili nelle loro opinioni, fino al punto, forse, di dimostrare una mancanza di senso dell'umorismo. Mentre Shaburin continuava a lungo a raccontare aneddoti sulla limousine a carico del Ministero della Cultura e sugli onorari, occasionalmente, esagerati per qualche lavoro, le due donne restavano seduto impassibili e giudicavano dai loro posti o bisbigliavano tra loro. 

Quando è stato chiesto circa le loro attività e in che misura si consideravano delle artiste, Tolokonnikova ha risposto chiaramente che i membri di Voina erano artisti solo in quanto avevano "qualcosa da dire politicamente". L'arte è inutile senza un messaggio politico, affermava, aggiungendo che non si può rimanere politicamente o artisticamente indipendenti, collaborando con le autorità. 

Se Shaburin e Mizin era come un gioco innocuo, per Tolokonnikova e Samutsevich era inequivocabilmente la strada per compromettere non solo la propria integrità personale, ma l'integrità dell'arte. Molti tra il pubblico quella sera rimasero increduli quando i quattro rappresentanti di Voina, stringendosi tra loro, si alzarono e dissero che se ne sarebbero andati perché avevano "un altro appuntamento".

Ignorando le suppliche di rimanere, si voltarono e uscirono bruscamente. Sono tentato di dire che sia il modo con cui pianificano o provano un atto dimostrativo. Io non voglio dire che in realtà avevano provato la loro uscita quella sera, ma che chiaramente avevano capito l'impatto visivo ed emotivo di fare una dichiarazione del tipo "Ce ne andiamo", seguita da una rapida uscita.

Essenzialmente si trattò di uno spettacolo, di una piccola opera d'arte, se si vuole. D'altronde è l'unica cosa eccezionale che ricordo accadde quella notte. Queste persone sapevano cosa stavano facendo, sembrava di capire perché lo stessero facendo, e hanno dato l'impressione che sapevano come poteva essere fatto meglio.

Per tutti la proiezione scherzosa e spensierata dei cortometraggi un po' birichini che il gruppo Blue Nose mostrò quella sera erano diventati insignificanti. I membri di Voina, d'altro canto, a volte sembravano piuttosto altezzosi e così grevi da essere austeri. E portavano i loro intenti nei loro sguardi. 

Articolo pubblicato su "The Moscow Times"

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