Al cinema i silenzi della storia

Vladimir Khotinenko (Foto: Dmitri Kostiukov)

Vladimir Khotinenko (Foto: Dmitri Kostiukov)

Il regista russo Vladimir Khotinenko a cuore aperto sul suo lavoro e sull'Italia, dove cerca ispirazione, scrive sceneggiature, gira film. L'intervista integrale, pubblicata in versione ridotta sul mensile Russia Oggi

Ha lavorato con Ennio Morricone, è innamorato delle bellezze italiche, è impegnato a far ponte tra il mondo russoe quello italiano. Questo è Vladimir Khotinenko che si racconta a cuore aperto. Di seguito l'intervista integrale, pubblicata in versione ridotta sul mensile Russia Oggi.

 

Quando è stato per la prima volta in Italia?

Con mia moglie Tanya abbiamo di recente calcolato di essere stati a Roma non meno di 60 volte e di aver visitato insieme tutta l'Italia. La mia prima volta risale al 1987. Andai a Sorrento, allora senza mia moglie, in occasione di un festival sul cinema sovietico. Quando ero piccolo in Unione Sovietica era molto popolare la canzone "Torna a Surriento" e a Sorrento tutti i carillon-souvenir suonavano questo motivo. Ne acquistai subito uno, che conservo ancora come ricordo.

 

La passione per l'Italia risale ad allora?

Sorrento, Capri, Pompei, il Vesuvio, all'inizio erano solo qualcosa di esotico. Io sono architetto di prima formazione ed anche l'architettura mi colpì molto. La vera passione per l'Italia iniziò però più tardi. Nel 2005 girai il film-documentario in cinque puntate "Pellegrinaggio alla Città Eterna", un progetto comune del Vaticano e della Chiesa Ortodossa. In quell'occasione con mia moglie ci trasferimmo a Roma per più di sei mesi e vissi la città dal suo interno, non più da turista. Da allora l'idillio. Roma, è ormai un chiodo fisso e non appena sentiamo di non esserci stati da troppo tempo ci andiamo anche per un paio di giorni.

 

Quali altre città italiane ama?

Al secondo posto c'è Firenze, poi Siena. Adoro il Duomo di Milano e le cittadine di mare che mi ispirano in modo particolare. Sono certo di sapere cosa ha attratto in Italia gli artisti russi di tutti i tempi: è quell'aria, diciamo, "sfumata". In Italia, poi, è pittoresco proprio tutto, l'aria stessa, i paesaggi morbidi, perfino la forma delle piante. Ed il bello è ovunque, anche in dettagli che non ti stanchi mai di scoprire. Amiamo anche il suono della lingua italiana, la cucina che preferiamo a quella francese e le persone.

 

Che effetto le fa questo concentrato di bellezza?

Beviamo avidamente questa bellezza, senza mai riuscire a dissetarci. Immancabilmente partiamo da Roma con la sensazione di lasciare una tavola lautamente imbandita senza esserci saziati.

 

Vladimir Khotinenko

(Foto: Kirill Lagutko)

In che cosa italiani e russi si assomigliano?

C'è in entrambi una certa negligenza di fondo. Ci accomuna, inoltre, una musicalità di tipo popolare, il rapporto musicale con la vita stessa e la percezione musicale della natura. Io viaggio molto ed ho notato che non tutti sono così attenti alla natura come i russi e gli italiani. In tutto il mondo si canta, anche in Africa. Ma io qui parlo dell'armonia della vita, o meglio, della ricerca di questa armonia.

 

In che cosa, invece, italiani e russi non si possono capire?  

Temo di non aver nulla da dire a riguardo. Per esperienza personale non ho mai riscontrato delle incomprensioni di fondo. Durante il montaggio del film "1612", per esempio, ho lavorato a lungo con il il montatore Enzo Meniconi (scomparso nel 2008, ndr), che purtroppo ora non è più tra noi. Ci siamo sempre capiti.

Non le sembra, però che gli italiani affrontino la vita in modo meno tragico?

Forse, ma affrontare i problemi in modo diverso non può essere motivo di incomprensione.

 

Tra italiani e russi ci sono altre differenze?

Un detto dice che noi russi siamo lenti ad attaccare i cavalli ma quando partiamo andiamo veloci. A noi capita di essere inerti, indifferenti, ma poi prendiamo il volo. Questo nostro spirito agli italiani manca, ma anche questo non ostacola la reciproca comprensione. Per gli italiani, anche se non tutti sono discendenti degli antichi romani, è naturale nascere e crescere circondati dalle tradizioni, dall'energia e dalle testimonianze vive dell'antica Roma. Non per noi russi.

 

Un italiano raramente si sofferma a pensare di essere un discendente degli antichi romani. È invece tipico dei russi riflettere sul passato.

Senza dubbio pensare al passato, riflettere sulla storia era una nostra caratteristica. Purtroppo la gioventù russa odierna non lo fa più. La mia generazione si interessava di tutto, della storia, della letteratura, dell'arte, anche di quelle straniere. Se un americano, allora, poteva aver sentito parlare di Tolstoj o Dostoevskij, noi conoscevamo sia la letteratura americana che quella italiana.

 

Questo vale anche per il cinema.

Certamente. Sono sicuro che in Italia non tutti conoscano Tarkovskij, mentre per noi russi Marcello Mastroianni, è sempre stato come uno dei nostri. Stranamente all'estero, anche oggi, si ha una strana percezione della Russia. Da un lato, tutti conoscono Pushkin, Tolstoj, Gogol, il quale visse e scrisse a Roma e io stesso mi sono cimentato nei suoi itinerari fino a Piazza di Spagna. Dall'altro, si continua a pensare alla Russia come a un territorio selvaggio e nemmeno i più moderni mezzi di comunicazione riescono a distruggere questo stereotipo che ha ormai più di 500 anni.

 

Il trailer del film 1612: cronache del Periodo dei Torbidi

E Vladimir Khotinenko è conosciuto in Italia? 

Temo di no. Il mio ultimo film a puntate "Dostoevskij" non è ancora uscito in Italia e nemmeno "Pellegrinaggio alla Città Eterna". Ed è un vero peccato perché anche il pubblico italiano vi troverebbe qualcosa di nuovo.

 

"Pellegrinaggio alla Città Eterna" è un progetto comune del Vaticano e della Chiesa Ortodossa. Lavorare con il Vaticano è stato difficile?

L'unica limitazione, che considero giusta, impostaci dal Vaticano durante le riprese è stata quella di non disturbare le abitudini di passanti e turisti. Per il resto in molto il Vaticano ci è venuto incontro. Ci è stato concesso di filmare nei sotterranei della Basilica di San Pietro dove si trova la tomba dell'Apostolo Pietro, ripresa in passato in sole due occasioniç dallo stesso Vaticano negli anni '50 e dalla Sony che ha contribuito al restauro della Cappella Sistina. Durante quelle riprese mi è accaduto qualcosa di assolutamente unico. Era sera, nella Cappella era accesa l'illuminazione, cosiddetta papale. Sono salito nella Basilica di San Pietro e, per una quindicina di minuti, ho avuto la fortuna di trovarmi sotto la Cupola di Michelangelo nella più completa solitudine. Come avrei potuto immaginare, quando ero studente di architettura e disegnavo la cupola in sezione, che qualcosa di simile mi sarebbe potuto accadere?

Gli italiani cattolici, i russi ortodossi. Per i cattolici la festività più importante è il Natale, l'evento concreto della nascita di Cristo. Per gli ortodossi la Pasqua, la sua Resurrezione, un fenomeno intangibile e inspiegabile per la mente umana. In questo non percepisce una differenza incolmabile?

Queste sono sottigliezze ideologiche che per la maggior parte non hanno importanza. Sono in pochi a sapere quali siano esattamente le differenze tra cattolici e ortodossi. Sicuramente, nel popolo russo c'è più misticismo, c'è più di quella vita eterna che sta al di là della Resurrezione. In ciò vi è indubbiamente una grande differenza tra russi e italiani. Il misticismo è parte del nostro patrimonio genetico e tutti i nostri grandi, Dostoevskij compreso, ne hanno parlato. Personalmente, sono convinto che la Chiesa Ortodossa e quella Cattolica, nonostante siano molti ad opporsi, tendano alla riunificazione. E il progetto "Pellegrinaggio alla Città Eterna" è stato appunto pensato come un piccolo passo in questa direzione. Il film infatti racconta di quando la Chiesa era una sola e dovrebbe servire da esempio.

 

Per quali altri film ha lavorato in Italia?

Ho girato alcune scene di "1612" e di "Dostoevskij". A Roma ho un mio posto prediletto per le riprese: vicino al Ponte degli Angeli (Ponte Sant'Angelo, ndr) la riva del fiume è completamente selvaggia e da quel punto si apre un'ampia vista e si può lavorare completamente indisturbati, come se si ritornasse indietro di 300 anni. In Italia ho anche scritto "La fine dell'Impero" nella pace di una casetta in riva al mare a Santa Marinella.   

 

Ha lavorato con Ennio Morricone. Come vi siete conosciuti?

Ci siamo conosciuti in occasione del film "72 metri". In genere, so già quale sarà la musica di un film ancora prima di iniziare le riprese, ma in questo caso non sapevo proprio che musica scegliere. Casualmente ascoltai Morricone e capii subito che era quello che cercavo. Gli scrissi una lettera dove spiegavo che al mio film e al mio Paese servivano la bellezza e la speranza della sua musica. La risposta arrivò mentre io e mia moglie eravamo a Firenze. Non avevo mai visto prima di allora l'originale del David ed ecco che finalmente mi ci avvicino e il telefono squilla: ci comunicano che Morricone ci aspetta a Roma. Così ci incontrammo. All'epoca era da poco successa la tragedia del Kursk e mi colpì molto come Morricone e la moglie si sentissero partecipi dell'accaduto. Penso che, in parte, in ricordo dei ragazzi del Kursk, egli abbia accettato di lavorare al mio film.

Quali sono i film italiani classici e moderni che preferisce?  

Dovrei elencare Antonioni, Pasolini, Fellini, Visconti. Adoro visitare i luoghi delle riprese de "La dolce vita". Di Antonioni mi piace "Professione reporter". Per quanto riguarda il cinema italiano moderno, temo esso soffra della stessa malattia che affligge il cinema russo: la perdita d'interesse da parte del pubblico per il cinema nazionale. E questo è un fenomeno preoccupante, perché il cinema è la forma attuale di arte più importante, forse l'unica. Tutte le altre forme d'arte si sono in qualche modo esaurite.

 

Qual è la canzone italiana preferita?  

Amo Giuseppe Verdi. Il "Nabucco" mi ispirò il titolo iniziale del mio film "Pope" che era "Sui fiumi di Babilonia". Passeggiavo per Roma e all'improvviso, ho sentito dentro di me il coro degli ebrei prigionieri in Babilonia intonare il "Va' pensiero".

 

Dopo il film a puntate "Dostoevskij" girerà "I Demoni". Cosa l'ha attratta dell'autore?

In realtà non sono stato attratto. È stato il destino: il canale televisivo Russia 1 mi ha proposto di girare il film in otto puntate "Dostoevskij" ed io ho accettato, sebbene abbia sempre sostenuto di non aver nulla da aggiungere ai classici. In quell'occasione ho riletto tutto Dostoevskij e l'ho riscoperto. Riguardo a "I Demoni", sto lavorando sulla sceneggiatura e le riprese dovrebbero iniziare in autunno.

 

La collocazione temporale dell'azione ne "I Demoni" rispetterà quella del romanzo?

Confiderò un piccolo segreto. Vorrei avvicinarla un poco, spostarla leggermente verso il presente.

 

Oggi è di moda nel cinema attualizzare i classici, in base al principio che la storia non smette di ripetersi.

Quella de "I Demoni" si ripete e si ripeterà. Effettivamente, attualizzare è una tendenza alla moda, soprattutto nell'opera, che personalmente non condivido, perché sono convinto che non si debba tentare di migliorare ciò che già esiste. Bisogna semplicemente sforzarsi di comprenderlo e tradurlo in un'altra lingua. Ne "I Demoni" renderò un po' meno arcaico l'ambiente, forse la lingua, per facilitarne la comprensione, ma per nessun motivo sposterò l'azione al presente. In questo caso dovrei completamente modificare sia il linguaggio che il sistema dei rapporti tra i personaggi. E cio non avrebbe senso: perché allora non scrivere una nuova storia.

 

Con una prima laurea in architettura come è approdato al cinema? 

Non appena laureato nel 1976 ho capito che tutte le mie illusioni legate al tipo di architettura di cui avrei voluto occuparmi, si sarebbero scontrate con una realtà sovietica fatta di grigi palazzi a cinque piani e tristi "grattacieli" di dodici. Non sapendo cosa fare partii per il servizio militare per aver il tempo di pensare. Dopo sei mesi, andai in licenza e proprio in quel periodo a Sverdlovsk, (attuale Ekaterinburg, ndr), dove mi ero laureato e prestavo servizio di leva, venne Nikita Mikhalkov per un incontro con la gioventù artistica. A quell'epoca disegnavo e scrivevo racconti e, in quell'occasione, ci siamo conosciuti. Egli mi lasciò i suoi contatti e, terminato il servizio militare, dopo sei mesi, andai a trovarlo a Mosca. A quell'epoca Mikhalkov stava formando un gruppo di studenti per un corso superiore di due anni di regia e sceneggiatura, lo stesso corso che ora tengo io. Io venni accettato. In seguito terminai un suo laboratorio di studio. Più tardi lavorai come suo assistente, nell'"Oblomov". Ecco quindi che Nikita Mikhalkov è diventato l'autore del mio destino. Senza di lui non riesco a immaginare come sarebbero andate le cose.

Con quale film si è sentito più soddisfatto del lavoro svolto?

Ho avuto l'impressione di aver ottenuto il risultato desiderato per la prima volta con "Uno specchio per un eroe" venticinque anni fa. Poi c'è stato "Roy". Ma i film del passato sono come figli diventati adulti. Adesso mi piace "Dostoevskij".

 

Esiste un film che sogna di realizzare?

Negli anni '95-'96, un amico, Valery Zolotukha, scrisse la sceneggiatura di "La grande campagna per la liberazione dell'India". Si tratta di una storia inventata, ma scritta in modo tale da sembrare vera. Pur essendo stata scritta anni fa, la sceneggiatura è ancora molto attuale: riflette in modello del nostro Stato attraverso l'elemento fantastico che aiuta appunto a vedere e capire. Il destino, però, vuole che, mentre penso a cosa vorrei realizzare, mi arrivano delle proposte di lavoro. E nel cinema non si ha vita facile: si può sognare all'infinito, ma se non si hanno i soldi per realizzarli, i sogni rimarranno sempre tali. Capita che sia il destino a suggerirmi i soggetti di un film, come per "Roy" dove ho inserito una scena trovata per caso sfogliando un giornale in aereo. Era la storia di un cane nero che, scappato dal padrone, si avvicina a un orso accecato e comincia a leccargli gli occhi feriti. Fui colpito dalla storia di questi due animali che dovrebbero essere nemici e invece fanno amicizia. Questo lo chiamo ascoltare i suoni del destino. 

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