Puntualità cercasi

Mosca vista dal basso di un'italiana. I post
Credit: Niyaz Karim
30 maggio 2012
Cena a casa di amici. Ritrovo alle otto e mezzo da Luca, cervello in fuga per lavoro e per amore, arrivato a Mosca qualche anno fa e intenzionato a non andarsene. Almeno per il momento. “Metro Paveletskaya. La casa non è lontana”, mi dice, iniziando a nominare una serie di vie che, a detta sua, sono facilissime da raggiungere. Basta andare a destra, sempre dritto, poi girare a sinistra e quindi a destra. Facilissimo. “Se vuoi vengo a prenderti alla fermata”.

Ci mancherebbe altro, dico io, sbandierando un’orgogliosa autonomia. Così mi faccio rispiegare la strada, per tracciare nella mia testa il “facilissimo” percorso dalla metro fino al civico 11 di una via dal nome impronunciabile, con una sequela di consonanti appiccicate che annodano la lingua. Quindi mi avvio di buon’ora, con il sole ancora alto, per passare al supermercato alla ricerca di una bottiglia di vino e per evitare di arrivare in ritardo. Come al solito.

Già, il ritardo. Una maledizione che a Mosca si abbatte anche quando si esce con mezz’ora di anticipo e si calcola tutto al secondo. Purtroppo qui, così come in molte altre grandi città, il tempo è un’incognita un po’ per tutti. Vuoi per i mezzi che non arrivano, vuoi per i taxi imbottigliati nel traffico o per la nonnetta che ti insegue chiedendo qualche spicciolo, iniziando a raccontare la storia della sua ormai lunga vita senza lasciare via di scampo e ti dispiace lasciarla senza darle, almeno col capo, un cenno di conforto.

Foto: Getty Images/ Fotobank

Anche viaggiando in metro può capitare di calcolare male le distanze, arrivando ad accorgersi quando ormai è troppo tardi che la fermata A, che sembrava così vicina alla fermata B, è in realtà lontana almeno una decina di minuti. O che il collegamento pedonale tra due stazioni è ben più lungo di quando non si credesse. Ma anche quando si azzecca il tempo di percorrenza sottoterra, non è detto che le distanze in superficie siano poi così ridotte come appare sulla cartina. O che i civici siano esattamente in ordine numerico.

Ripetendo come una filastrocca la sequenza di vie che avrei dovuto imboccare, mi avvio con la mia bottiglia di vino ucraino sotto braccio. Esco a Paveletskaya complimentandomi con me stessa per essere riuscita ad arrivare in anticipo rispetto alla tabella di marcia prevista. Ottimo, penso, se la casa dista effettivamente solo cinque minuti a piedi, posso fermarmi a prendere anche del gelato.

Detto, fatto. Perdo pochi minuti in un negozietto di alimentari con una scorbutica signora di mezza età, che mi serve senza tanti complimenti, e mi avvio continuando a ripetere, come un disco incantato, la mia filastrocca su destra, sinistra, sempre dritto eccetera eccetera.

Se non fosse che già al primo incrocio inizia a venirmi qualche dubbio sulla direzione imboccata. La via a quanto pare è corretta, ma si rivela ben più lunga del previsto. Giro e rigiro, accorgendomi ben presto che i numeri civici sono stati posizionati un po’ a caso: non seguono un ordine logico e si mescolano su entrambi i lati della strada. Imprecando per non aver infilato in borsa la piantina della città, mi arrendo e telefono al mio amico cercando di spiegargli in che punto mi trovo.

Impossibile raccapezzarsi davanti a strade a dieci corsie, sotto palazzoni tutti uguali e a distanze che a piedi misurano il triplo di quando non sembrasse sul google-maps.

Mosca è anche questo, una distesa sconfinata di vie enormi, lunghissime, di cui non si vede la fine, che mandano in fumo qualsiasi buon proposito di fare della puntualità una impagabile virtù.

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